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Come fosse giovedì

Michele Paoletti, autore del libro di poesie che prendiamo in considerazione in questa sede, è nato nel 1982 a Piombino dove vive e lavora. Si occupa di teatro per passione da sempre. Come fosse giovedì è la sua raccolta di esordio.

Il testo, che non è scandito in sezioni e che, anche per questo potrebbe essere letto come un poemetto, presenta una postfazione di Mauro Ferrari ricca di acribia.

All’attenzione di chi scrive balza subito agli occhi il titolo Come fosse giovedì.

Se, come affermava Marcel Proust, la superstizione è una forma di religiosità, rientra nell’ambito della scaramanzia il fatto che il giovedì sia per antonomasia il giorno della settimana fortunato.

Infatti non è un caso che, dall’immaginario popolare, che ha profonde radici antropologiche, emerga il detto: giovedì si ride.

Credo che, alla base di quanto suddetto, l’autore abbia denominato in questa maniera la sua opera, proprio per conferirle una valenza ispirata alla natura beneaugurante del giovedì stesso

Poetica, quella di Paoletti, che potrebbe considerarsi vagamente neolirica e che ha per cifra essenziale il carattere della visionarietà. Da mettere in rilievo che l’io – poetante è molto autocentrato e che la vena della scrittura e affabulante.

Le liriche hanno il carattere di una grande compattezza e la loro musicalità è raggiunta tramite un ritmo incalzante e sincopato. Il tono delle composizioni, che fa da filo rosso al libro, è riflessivo, filosofeggiante e gnomico.

Al centro del discorso poetico si colloca il tema della corporeità e la fisicità è sempre al centro dello sgorgare dei versi, quasi come se Michele seguisse la massima che afferma: niente è nell’intelletto che prima non sia stato nei sensi.

Un corpo quindi cogitante, quello che s’incontra spesso in questi componimenti, una fisicità vissuta intensamente che fa da filtro ai pensieri, nel loro tradursi in versi.

Emerge dal tessuto linguistico un forte senso di magia e sospensione, attraverso una forte densità metaforica e sinestetica. Un tono orfico connota questa scrittura, fattore che crea il senso di un vago mistero.

Avviene spesso, nelle composizioni,, una ricerca semantica che si realizza spesso attraverso il penultimo verso che fa rima con quello delle chiuse, creando un effetto di ridondanza:-“ … non ha massa.// Come il pianto che mi sconquassa/”.

Le composizioni sono dense e ben strutturate e da esse trapela spesso una forte sensualità.

Tra le righe o, a volte, anche in modo evidente, serpeggia il tema del male e l’io – poetante esprime spesso la sensazione di doversi difendere da qualcosa o da qualcuno insito nell’alterità che lo circonda.

Recensione
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