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Cosa resta

Cosa resta, la raccolta di poesie di Enrico Marià che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta una puntuale prefazione di Mauro Ferrari esauriente e ricca di acribia.

Perché Cosa resta? Questo titolo riporta alla mente le parole veterotestamentarie della Bibbia tutto è vanità soltanto vanità.

Credo che l’acuto poeta si riferisca con tale sintagma alla percezione di chi vive sotto specie umana, anche se lui è giovane, della ricerca dei veri valori della vita, quelli che dovrebbero permettere di arrivare al senso delle cose connesso alla felicità, tentativo così difficile in un mondo come quello contemporaneo nella sua liquida alienazione che riguarda soprattutto quelli che vivono nel postmoderno occidentale in un’epoca sotto la spada di Damocle del Covid.

Con internet ed e-mail l’esistere è mutato e noi occidentali viviamo nella dimensione del consumismo quando, come già stigmatizzato da Erich Fromm negli anni ottanta del Novecento, filosofo che ha affermato che come elemento fondamentale dello spirito del tempo vale più l’avere che l’essere.

Casa resta all’uomo contemporaneo se neanche le ricchezze e il successo portano gioia? Si potrebbe rispondere l’amore, quello vero, quello maschio-femmina e quello per gli amici e i parenti e anche quello universale.

Ma l’atto della scrittura poetica è una forma d’amore e quindi quello che salva è il varco della poesia stessa anche in assenza di un ideale trascendente.

Questo Marià lo sa molto bene e con la sua bella scrittura ci dà conferma che la poesia non è morta dopo l’Olocausto come preconizzato erroneamente da Paul Celan e Adorno.

Anzi la poesia, contrariamente alla suddetta previsione, è in crescita e si moltiplicano i poeti gli editori e i siti e i blog di poesia proprio perché scrivendo poesie e possono farlo anche i bambini ci si salva la vita.

Ci si può sentire soli anche in compagnia ed ecco l’arma potente della scrittura poetica anche per chi non ha il coraggio di confrontarsi con l’impero e non pubblica nulla, scrive per sé stesso, per ritrovare sé stesso e magari addirittura le sue poesie non le fa leggere a nessuno, messaggi in bottiglia nell’oceano del nulla, senza alterità ma per un solipsistico sollievo personale

Come ricordava Maria Luisa Spaziani, a conferma di quanto suddetto, nelle tasche degli indumenti dei cadaveri dei fucilati durante il nazifascismo sono state trovate poesie scritte da derelitti che si sono improvvisati poeti sapendo del loro prossimo incontro con il nulla e sopravvissuti ai campi di sterminio hanno testimoniato che nei lager si mettevano a scrivere.

La raccolta è scandita in parte prima e parte seconda e bisogna mettere in rilievo preliminarmente che tutte le poesie sono senza titolo elemento che ne accresce l’indeterminatezza e potrebbe fare pensare per il fattore x della continuità della struttura che il libro potrebbe essere considerato un poemetto.

Una vena del tutto antilirica e anti elegiaca sembra essere la cifra distintiva di Marià che pratica un poiein gridato, crudo, lacerato, forte, icastico anche se sempre ben controllato.

Un tono che riporta a Rimbaud, al maledettismo e ad una sua forma di riattualizzazione se lo stesso poeta francese affermava che il poeta è un veggente.

Recensione
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