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Cura dei rami recisi

Maurizio Paganelli (1975), nato e cresciuto in Liguria, vive e lavora come medico a Milano. Ha vinto il Concorso Letterario Ilmioesordio con la raccolta Le nozze della vaniglia. Gli sono stati assegnati i Premi Leone di Muggia e Alicante e il Premio speciale al S. Dominichino 2012.

Cura dei rami recisi, la raccolta di poesie del Nostro della quale ci occupiamo in questa sede, è composita e articolata architettonicamente.

La cifra essenziale della poetica che Paganelli presenta in questo libro è quella della leggerezza dei tessuti linguistici associata ad una forte concentrazione semantica, per la quale si realizza spesso un notevole straniamento che si connette ad atmosfere affascinanti che il poeta riesce a creare.

E’ costante la presenza di un io – poetante molto autocentrato, nucleo essenziale nel dispiegarsi dei versi.

Una vena affabulante e anarchica connota le poesie di Maurizio, elemento che si coniuga ad una tensione anarchica avvertita per la quale la parola detta sempre con urgenza raggiunge aloni di magia.

Il percorso seguito da Paganelli si realizza attraverso un’incontrovertibile eleganza formale che si apre con accensioni e spegnimenti tramite la densità metaforica e sinestesica. Il testo è scandito nelle seguenti sezioni: Fare il m morto, In margine all’acqua, Il nido di Gariga, Bestiario, L’incanto.

Il libro si chiude con una postfazione di Ivan Fedeli esauriente e ricca di acribia nella quale vengono dette efficacemente le intenzioni del poeta.

Intrigante il titolo del libro che potrebbe aprirsi ad interpretazioni di tenerezza e dolcezza venate dal dono del turbamento.

Non a caso si parla nello stesso titolo di cura dei rami recisi cosa che sembrerebbe botanicamente un controsenso perché se i rami medesimi risultano recisi dovrebbero essere privi di vita e quindi curarli sarebbe inutile e nello stesso tempo impossibile anche se qui si tratta di poesia e la poesia è fantasia del presunto.

In I ciclopi, componimento che ha qualcosa di programmatico, l’io – poetante si rivolge nell’incipit a sé stesso in modo accorato, indice di una grande sensibilità, e non a caso afferma: Vorrei prendermi per mano / e studiarmi, conoscermi davvero / e poi lanciarmi daccapo lontano / ogni volta più libero e sincero.

Poi nella composizione entrano in scena i ciclopi che non sanno navigare, non arano campi né piantano alberi e scagliano contro il mare macigni.

L’io – poetante, che potrebbe essere metaforicamente un novello Ulisse, invece addomestica ciottoli, li impugna e imprime loro un’emozione che spruzza tra le onde con gentilezza.

Si evidenzia qui la dicotomia tra il poeta che senza apparire vuole comunicare e sceglie il bene e la civilizzazione e i ciclopi stessi protervi e quasi violenti nelle loro azioni irrazionali.

Un senso di sinuosa armonia domina nei versi di Paganelli, icastici e avvolgenti e ogni singolo sintagma nei tessuti linguistici si colloca al giusto posto come un mattone in un muro dal filo a piombo perfetto.

Proprio uno stupore sorgivo anima i versi di Maurizio nella loro multiformità nel toccare per argomento ogni campo esistenziale, dalla natura alla quotidianità, dal mito agli affetti domestici.

Recensione
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