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Di quand’ero poeta (e non lo sapevo)

Roberto Bugliani è nato a La Spezia; ha pubblicato Cronache con paesaggio (Poesie, 2001). È redattore della rivista Allegoria e collaboratore di Latinoamericana. Ha tradotto romanzi e racconti di scrittori latinoamericani. Il testo di Bugliani, che prendiamo in considerazione in questa sede, alterna brani in prosa e testi poetici, parti tra esse connesse e in questo consiste la sua originalità. In apertura incontriamo il brano Polifonia, di carattere politico-sociale. In questo frammento con stile vagamente aulico e ironico, Roberto Bugliani compie una sintesi dell’iter della storia mondiale dall’inizio del Novecento ai nostri giorni, tracciando una sintesi di quelli che ne sono stati i movimenti politico-sociali più importanti In questo scritto si parla dell’azione del Papato e dell’autominatosi Impero del bene, azione che ha portato alla fine della Guerra Fredda o terza guerra mondiale. Con la fine di questa è iniziata l’attuale guerra di conquista dei territori, ossia delle nuove vie della seta, complementata da deliri di finis historiae, ideologie del pensiero unico e categorie dello spirito quali il postmoderno o il postindustriale ad opera di gruppi di intellettuali creati e abbondantemente finanziati da agenzie americane e supportata dalla nuova rivoluzione tecnologica ed informatica al servizio del capitalismo mondiale che si afferma a prezzo dei sacrifici dei capitalismi nazionali e degli stati-nazioni.

La raccolta non è scandita e tutti i componimenti (che si compongono di brani in prosa e poesie), sono provvisti di titolo e i loro argomenti sono molto eterogenei. Fatto piuttosto insolito, in Polifonia, nelle poesie, c’è il tema del rivolgersi, da parte dell’io-poetante a un poeta, in modo del tutto antilirico e antielegiaco, con una scrittura avvertita e icastica. Con versi tesi e scattanti l’io-poetante si rivolge a un “tu”, a un poeta che non è più frequentemente presente su riviste come in un passato recente (non sappiamo se abbia perso l’ispirazione). C’è anche nel poemetto, come nello scritto in prosa, la presenza del tema politico, con una chiara allusione alla “guerra fredda”, che viene nominata in una strofa in corsivo, procedimento formale usato per differenziarla dalle altre. C’è un amaro sarcasmo in questo componimento che consiste, da parte dell’io-poetante, in una forte compassione verso il poeta in crisi, compassione mista ad un compiaciuto senso di disprezzo:-“’La condizione persa: un furto bell’e buono / dei temporamores e tragicomico / e lo stupore impresso sulla faccia / del poeta stesso, prima che taccia.- / Ma tu che cosa scrivi / oggi che non ti leggo più sulle riviste / come prima?/- Ma tu come ti poni / di fronte a queste cose, senza ruolo né status / senza più il mandato / di quand’eri poeta?/-“ Del resto “il tema della poesia nella poesia” è presente anche nel titolo della raccolta (Di quando ero poeta (e non lo sapevo), titolo in cui Bugliani stesso riflette sulla sua condizione di essere ed essere stato poeta.

Molto bella la parte intitolata “Già Ulisse., nella quale si parla del viaggio dell’eroe omerico; anche questa sezione è divisa in due parti, una in prosa e una in versi. Come scrive lo stesso Bugliani, nella prima parte, lasciatosi alle spalle il concetto medievale di spazio geografico circoscritto – come osserva Jurij Lotman, - nell’ambito etico-religioso, il dantesco viaggio di Ulisse oltre i riguardi d’Ercole (canto XXVI dell’Inferno) ha liberato lo spostamento nello spazio del viaggiatore dalle ipoteche teologiche che ne facevano dipendere l’itinerario da fattori extra-geografici (quale la coppia giusto VS peccaminoso), sottraendolo alla aprioristica punizione divina e restituendolo al libero arbitrio dell’uomo. Purtuttavia, se ad affermarsi è una concezione laica del viaggio, il folle volo di Ulisse, continua nell’oceano della storia dove gli scogli sono adesso scogli, e diviene altrimenti mortale. Il peccato non più peccato si volge in crimine, e il prezzo da pagare cessa di essere tributario dell’experentiam rerum (come ancora poteva darsi nel Voyage baudelariano o nel Bateau Ivre di Rimbaud, come l’incanto sostituito dall’ennui o dall’anamorfosi della natura) per diventare tributo di sangue e di rapina imposto dai colonizzatori Molto denso, in questa sequenza, il poemetto su Ulisse, composto da otto quartine libere, nelle quale viene espresso il penare dell’eroe omerico alle prese nel suo travagliato viaggio con gli agenti ostili e terribili della natura: il mare, il vento, l’acqua alla gola. È un Ulisse illividito dalla finitezza del mondo, tutto descritto, detto, a partire dalla propria fisicità, corporeità; nei versi su Ulisse ritroviamo, tutta scritta in maniera, in modo postmoderno, quell’aspirazione allo streben, al senso dell’infinito, tipica dei poeti romantici tedeschi, coevi di Goethe, dai quali lo stesso Goethe si differenziava, per rifarsi, invece, ad un ideale di armonia e misura, tipico del neoclassicismo. Bugliani è un abile scrittore e poeta, anche se, forse, intellettualizza troppo la sua materia, soprattutto per quanto riguarda le parti prosastiche di questa raccolta, sicuramente originale e densissima di moltissimi contenuti che si possono fare propri solo leggendola: un riuscito esercizio di conoscenza, tramite il mezzo della parola poetica.

Recensione
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