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Dispacci senza replica. Ragionamenti secondari su cultura e società

Mario Lunetta, poeta, narratore, drammaturgo e critico, ha al suo attivo oltre settanta volumi. Nel 2015 è andato in scena al Teatro Porta Portese di Roma l’atto unico Il dono.

Ha collaborato e collabora a quotidiani e periodici italiani e stranieri, radio, TV e riviste.

Suoi libri o singoli testi sono stati tradotti in diversi paesi del mondo. Due volte finalista al Premio Strega (con I ratti d’Europa del 1977 e Puzzle d’autunno del 1989), nel 2006 gli è stato conferito il Premio Alessandro Tassoni alla carriera.

E’ stato per due mandati Presidente del Sindacato Nazionale Scrittori. Attualmente è Presidente della SIAD (Società Italiana Autori Drammatici).

Dispacci senza replica è stato pubblicato in collaborazione con la Fondazione Marino Piazzolla di Roma diretta da Velio Carratoni.

Si deve sottolineare che, il termine dispacci designa i messaggi scritti con carattere d’urgenza. Quindi Lunetta, attraverso il titolo del libro, che inizia con questa parola, sottolinea la valenza etica del suo lavoro. Egli è conscio dell’importanza del trasmettere un progetto comunicativo forte, sia dal lato sociopolitico, che a livello di critica letteraria, con le monografie sui singoli autori trattati..

Come scrive lo stesso Mario, il fatto che tali scritti siano senza replica si riferisce, con velata ironia, al fatto che i 37 scrittori trattati non possano rispondere con un parere su quanto detto su di loro non essendo più tra noi.

Opera molto corposa e complessa quella del Nostro, costituita da due parti. Nella prima, dopo una Nota dell’autore, seguono le sezioni: Iuxta sua propria principia, suddivisa nei seguenti: saggi: Gli italiani e la cultura: un matrimonio mai realmente consumato, La materialità del testo, Libertà elitarie, libertà di tutti, Le lingue dei vinti, Civiltà, letteratura, merce, Per la critica, jadis et naguère e Indagini distòniche, che si articola in Tre lungimiranze critiche: Giacomo Debenedetti, Gianfranco Contini, Roberto Longhi e Sebastiano Timpanaro: il materialismo non è un incidente.

Nella seconda ritroviamo la ripartizione Figurazioni concettuali, costituita da trentasette studi su poeti e scrittori del nostro Novecento, aderenti ad una scrittura di ricerca e di azzardo, tra mosse d’avanguardia e sperimentalismo di vari generi.

Tesi centrale del testo, che fa da filo rosso ai lavori della prima sezione, è l’assunto che in Italia prevale una società che fin dall’unità non si è mai identificata con la propria cultura. Si tratta di una dissocietà con una mancanza di “società stretta” (cioè di una borghesia colta e responsabile del proprio ruolo, che invece esiste in molte altre nazioni europee). La suddetta asserzione era già stata teorizzata da Leopardi nel 1824 in Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani, articolo ovviamente scomodo e perciò rimasto inedito fino al 1906.

Circa dalla metà del Novecento è entrata prepotentemente nello scenario collettivo massmediologico la televisione, che non ha fatto altro che appiattire e livellare ulteriormente i saperi stessi e fare aumentare il consumismo, anche se non deve essere vista solo in modo negativo. .

L’Italia può essere considerata un paese che, a livello culturale, possiede una memoria a breve termine. Le caratteristiche fondamentali del dna collettivo italiano sono l’ignoranza e l’indifferenza.

Da noi il sistema dei media agisce con la rimozione costante dei migliori poeti, artisti, filosofi e scienziati subito dopo la loro fine.

Quanto espresso denota una pervicace assenza di passione e di capacità progettuale. La causa di ciò consiste nel fattore secondo il quale in questo contesto le attività culturali non sono mai state considerate dalle classi dirigenti come bene comune da difendere e incrementare a favore di una coscienza critica che è sempre stata scarsa.

Il dato saliente della civiltà di un paese è da identificarsi in primis con una coscienza civile che mantenga un senso della cultura stabile e insieme carico e pieno di stimoli. Da noi atavicamente e a iniziare da chi ha avuto il maggiore potere, questo meccanismo non si è innescato e dal periodo dopo la seconda guerra mondiale ci si è stupidamente illusi della falsa idea che la nostra inesauribile ricchezza si realizzasse in un tipo di nevrosi da trivellazione e di cementificazione del territorio, e non, invece, nella ricerca e nell’uso intelligente di un patrimonio culturale e artistico che non ha uguale al mondo. Tale situazione negativa è amplificata anche per l’innegabile collusione di gran parte della classe dirigente e delle istituzioni con la criminalità organizzata.

In Figurazioni concettuali l’autore traccia degli esaurienti profili critici su vari autori del Novecento da Primo Levi a Carlo Levi, da Ignazio Silone ad Antonio Delfini, da Velso Mucci a Pier Paolo Pasolini, da Roberto Roversi ad Elsa Morante, da Carlo Cassola a Natalia Ginzburg.

Nell’impossibilità, in questa sede, di realizzare un’analisi esauriente delle dissertazioni letterarie che Lunetta ci propone è doveroso sottolineare che sono tutte esatte, acute e ricche di acribia.

Da notare che il lavoro esposto nel libro è costituito da segmenti tutti forniti dell’anno delle loro redazioni. Esse vanno dagli anni Settanta, fino al primo decennio del 2000 e quindi, a livello progettuale, l’opera in toto, omogenea e armonica, deriva da un riuscito e calibrato lavoro di assemblaggio.

Con intelligenza Lunetta, dopo avere delineato il triste scenario del matrimonio mai realmente consumato tra italiani e cultura, ci propone i ritratti di 37 tra scrittori e scrittrici italiani. Molti di essi sono noti anche a livello internazionale. Questa diffusione conferma il fatto che la letteratura e la poesia in particolare, sottese al pensiero divergente, possono essere un antidoto alle carenze italiane a livello culturale e sociale messe a fuoco nell’opera.

Recensione
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