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Esilio sull’Himalaya

(con testo in greco a fronte)

Marino Piazzolla è nato a San Ferdinando d Puglia, in provincia di Foggia, nel 1910. Dal 1931 al 1940 è vissuto in Francia, entrando in contatto con letterati artisti e poeti e pubblicando numerose sillogi di poesia.

La Fermenti Editrice ripropone l’opera del nostro Esilio sull’Himalaya, già edita dalle stesse edizioni nel 2010, in edizione italiana.

Questa nuova versione con traduzione greca a fronte, a cura di Crescenzo Sangiglio è pubblicata con il contributo della stessa Fondazione Marino Piazzolla di Roma, presieduta da Velio Carratoni.

L’aggiunta della stesura in greco dell’opera rende più intrigante la lettura, producendo una dose di ipersegno, creando nuovi significati.

Il lettore bilingue è avvantaggiato perché, con il confronto, può cogliere più sfumature nel dettato dei vari componimenti, penetrando più a fondo nell’ordine del discorso.

Il testo prefato da Domenico Cara, con postfazione di Gualtiero De Santi, include interventi di Donato Di Stasi e María Zambrano.

È doveroso sottolineare che l’opera di Marino Piazzolla è costante oggetto di studio e di ricerca della Fermenti Editrice che, oltre a pubblicare le raccolte poetiche del nostro, ha indagato, con vari libri, il suo pensiero filosofico e la sua attività con vari saggi.

Connessa a Fermenti Editrice esiste la Fondazione Piazzolla che ha curato svariate iniziative sul poeta pugliese per riattualizzarlo e valorizzarlo, tra cui due convegni, a Urbino e a Roma.

Il suddetto ente, fondato dopo la morte dello stesso poeta, avvenuta a Roma nel 1985, per sua volontà testamentaria, ha un carattere non commerciale e apartitico, con lo scopo di diffondere e tramandare la cultura letteraria in Italia. In tale ambito sono stati pubblicati molti testi di autori italiani e internazionali.

La Fondazione ha assegnato riconoscimenti nell’ambito di Premi letterari ad autori viventi o alla memoria

Esilio sull’Himalaya, è uscito per la prima volta nel 1953.

Marino Piazzolla è un poeta che, secondo i recenti pareri dei critici, è stato spesso sottovalutato, durante la vita.

Solo ora ci si accorge che la poetica di questo autore è da annoverarsi tra quelle più alte del ’900 italiano, pur essendo stato escluso da antologie relative a questo periodo.

Come ha scritto Donato Di Stasi, Marino Piazzolla da anti-Zarathustra si inerpica sul tetto del mondo, l’Himalaya, si esilia in un lucore abbacinante, in un silenzio carico di voci, per interrogare il sacro, ridotto dalla contemporaneità a non possedere identità, un nome, un tempo possibile per il suo intervento provvidenziale nel mondo.

Dialogo dunque per voce sola, in cui l’Autore enumera le angosce terrene, lo scontento di esistere in maniera inautentica, fra dolori personali (i genitori continuamente evocati, la solitudine, lo straniamento) e sofferenze collettive (le masse afasiche e desolate).

Il poeta qui è alla ricerca della sua stessa genesi, dell’attimo iniziale dell'esistere, nel rivolgersi al padre biologico e al Creatore.

Sale e quanto più sale, scende dentro di sé, cerca nella sua anima ferita che non riposa mai.

Ascende e scava nell’origine del linguaggio (tratto assai originale nella quète poetologica piazzolliana), riemerge così dai propri inferi con parole carnali, fisiche, rotondamente liriche, ma nello stesso tempo evanescenti, diafane, eteree, capaci di restituire non solo l’attualità, ma la dimensione primigenia, aurorale dei viventi.

Secondo María Zambrano, autrice del saggio Il poeta italiano Marino Piazzolla, Esilio sull’Himalaya  trova il suo valore nell’essere espressione di un’avventura, di un viaggio dell’anima dal non sapere e dall’oblio, all’attesa vissuta con la più acuta coscienza.

Il dolore relativo all’essere uomo si sublima nel bisogno di trasformazione e comunque in un’invocazione di speranza: “Se un mattino sarà per me nuovo il tuo/ lume, muta il mio nome/ in una fonte/ dove più secche - sono le rocce tue che non conosci”.

Esilio e solitudine sono temi fondamentali di questo libro, che raggiunge la sua compiutezza più alta nella composizione eponima, che è un poemetto, suddiviso in varie parti.

Altri temi sono quello degli affetti familiari. Non a caso la prima poesia del libro è dedicata alla sorella, e la seconda, che ha per tema la morte del padre, al fratello Nella prefazione Domenico Cara afferma che il deserto degli esili ha luogo nella poesia del versificatore pugliese.

In esso ha continuato ad interrogare il cuore della propria esistenza e diverse esperienze umane, la coscienza intima, la sensibilità individuale e senz’altro, la sapienza (sempre incompiuta) della sua avidità mentale, civile, filosofica, umana.

Nella stessa misura, così molteplice e tutt’altro che astratta, non mancano la serie degli affetti, le cose ovunque cercate, le parole vacillanti dette e non dette, i richiami consecutivi della passione dentro il dolore e l’odore degli esili e del continuo andirivieni, le varie solarità, i bisbigli della ricerca segreta, aperta e assidua, oltre quegli epigrammi che egli non ha allontanato contro una società a cui non si è mai assuefatto.

Nella postfazione, intitolata L’esilio del poeta: scrivere per trovare la distanza dal mondo, Gualtiero De Santi afferma che vorrebbe concedersi un rilievo preliminare, un’osservazione in qualche parte suscettibile di dubbio e in esso anche revocabile,: in tutti i casi da rapportare a quel riscontro di autonomia da ogni affiliazione o cordata, che sottrae chi pratichi una simile libertà ad ogni obbligo formale o di contenuto, come a qualsivoglia soggezione o conformità.

È il caso in generale come ben si sa di un Marino Piazzolla, e a ragione anche di questa raccolta che – va ricordato per memoria – uscì a Roma, in una città che si volgeva ad indagare, giusto in quegli anni,, esperienze culturali nelle quali ritrovare una dimensione europea.

La scrittura di Piazzolla, sono caratterizzati da una grande chiarezza, da uno stile nitido, che tende alla narratività, con un leggero scarto poetico dalla lingua standard.

Nel poemetto eponimo, interlocutore è Dio, il “tu”, al quale il poeta si/ rivolge, con un serrato monologo, perché dall’altra parte non arriva risposta.

Questo componimento è costituito da 35 frammenti, in massima parte verticali. Quella di Piazzolla è una poesia vagamente visionaria che pare scaturire da uno “stare sulla vetta altissima e numinosa dell’Himalaya”. Dall’incontro con l’immensità, il pensiero del poeta tende a rivolgersi ad un Dio lontanissimo, con il quale Marino si relaziona in maniera accorata e confidenziale.

Tutto sembra accadere, con uno sguardo virtuale dell’io-poetante che va, dalle vette dell’Himalaya, alle galassie, agli spazi infiniti dell’universo.

Nell’ultimo segmento del poemetto incontriamo il tema della metamorfosi, quando il poeta chiede al Signore di farlo radice di una quercia.

Tutto in questo libro pare essere sotteso ad un incanto naturalistico, con alberi, lune e cieli che vengono nominati, creando un senso di vago misticismo, legato alla natura stessa. È stabile nell’opera la tensione verso interlocutori che, oltre Dio, possono essere la madre e il padre.

Drammatica, a questo proposito, la poesia Preghiera al padre morto :-“ Padre muto della mia carne d’uomo/ che giaci nel tuo silenzio di morto./// Padre delle mie giornate,/ che giaci mai visto/ nella neve degli inverni spenti/ e ritorni nel vento/./ Padre che ti ripeti nelle lunghe piogge/ sulle mie sere di vivo/ e vestito di nero/ cammini per la piazza deserta,/ annunziami il mio buio,/ fammi da saggio fantasma//…”.

Traspira, da questa composizione tutto il senso del dolore per la perdita della figura paterna, che, alle invocazioni del poeta – figlio, non risponde e che continua a giacere nel suo silenzio di morto, anche se vagamente, ed in modo imprecisato, ritorna nel vento.

In un’atmosfera di onirismo purgatoriale il genitore defunto si fa saggio fantasma, vestito di nero e, in un’aurea surreale, cammina per una piazza deserta.

Il padre viene visto dall’io – poetante solo come Dio e, anche se non parla, ascolta. Il poeta si fa interprete di un’atmosfera magica e misteriosa nel descrivere il genitore che piange in un lamento quando cresce la luna e gli chiede di fargli da guida nel tempo.

Sia che Piazzolla cerchi per interlocutore Dio, sia che cerchi per interlocutore suo padre, è dilaniato da un senso di perdita e di fortissima solitudine, da un vuoto abissale verso tutto ciò che lo circonda.

La qualità del nostro è, in questo caso, quella di non piangersi mai addosso, sublimando il dolore con il linguaggio poetico; idioma, quello di Piazzolla, che, apparentemente può apparire elementare.

Esso, in realtà, pur essendo facilmente comprensibile, possiede una notevole dose di icasticità e bellezza, anche per la forza del suo ritmo, che è ben cadenzato e musicale.

Quello che colpisce, in Esilio sull’Himalaya è una particolare capacità del versificatore di creare immagini senza il minimo sforzo apparente, figurazioni che decollano con leggerezza sulla pagina in forma di sintagmi leggeri, quasi eterei.

Complessivamente Esilio sull’Himalaya può essere visto come un unico poemetto, dalle diverse sfaccettature, il cui senso, il cui etimo profondo, è quello di trovare un rimedio alla solitudine, tramite la parola poetica, detta con urgenza, che è l’unica possibilità di salvezza.

Un esercizio di conoscenza tout-court per giungere alla comprensione dell’esserci che va dalla vita alla poesia e viceversa, con un anelito a ricercare significati inaspettati.

Esilio sull’Himalaya

1
L’ombra tua,
questa neve e l’altezza
sanno conficcata
qui dove
il bianco è solo
vela del tempo
che ti cancella.
O tu maturi
questo corpo d’uomo
in tanta solitudine!
E fanno resa gli astri
al culmine di ogni roccia.

II
Ho la stanchezza
di una stella all’alba
e crollan le ginocchia,
si fanno antiche
le mie braccia d’uomo
// ma il petto ti consuma
e il volto è tuo.
Ti sento dall’infanzia
e mi sei guida
su queste alture
ove il vento è fermo
e sogno d’esser ronco

III
Forse tu sei illusione!
e palpiti nel silenzio
quando a sera
è pozzo la mia noia.
Eppure cresce solo
quando la voce
è piena del tuo nome.
Signore dell’ape e del sole.
Se tu mi pensi
Fammi del tuo coro
che ascolto quando l’alba
batte il mio sangue
e il giorno s’innalza
pieno di te
per poi morire
sul mio sonno d’uomo.

Recensione
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