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Evosistemi

Gianluca D’Andrea è nato a Messina nel 1976; questo poeta ha pubblicato testi in varie antologie e sue notizie e poesie sono apparse su numerose riviste di poesia come “Poesia”, “Specchio della stampa”, “Tuttolibri”, “La Mosca di Milano”, “L’immaginazione”.

Ha pubblicato le raccolte Il laboratorio, 2004, Distanze, 2007, Chiusure, 2008, Canzoniere, 2008. Evosistemi, il testo di Gianluca D’Andrea, che prendiamo in considerazione in questa sede, include dipinti stampati in bianco e nero dell’artista Erodè Deoro e anche una tavola a colori dello stesso artista. Erodè Deoro è un eclettico pittore, che si pone con un segno disperatamente poetico, testimone della fine di un’epoca, come scrive il critico Gian Ruggero Manzoni.

Dal connubio tra poesia e arte figurativa, nasce un testo interessante, in cui la drammaticità del tratto di Erodè Deoro, ben si coniuga alla lacerata poesia di D’Andrea che, comunque, è sempre perfettamente controllata. Del resto la multimedialità del testo costituisce un fattore che genera senso e rende molto intrigante complessivamente l’opera. Come scrive il poeta e critico Mario Fresa, in una nota al testo, la poesia di Gianluca D’Andrea si presenta mobile, liquida, trasversale, ponendosi in una direzione che tende continuamente a sorprendere e a deviare l’attenzione del lettore, con una lingua sempre sinuosa, mercuriale, imprendibile.

Qui la scrittura agisce come strumento scardinante della realtà, rielaborata per il tramite di un costante e anarchico sovvertimento, con l’impiego di una incessante, estrema trasformazione del misterioso suo apparire. Il testo è scandito nelle sezioni Madrigali, Evosistemi e Zone d’amore. ed è connotato da una scrittura originalissima e vagamente sperimentale, anche se, spesso, è nitido e chiaro. Nella sezione Madrigali incontriamo solo due componimenti poetici intitolati Il mento dell’isola e Isolamenti, costituiti entrambi da tre strofe formate da due terzine e una quartina.

Leggiamo Il mento dell’isola:-“ // Giù dove sempre la terra si estorce / e il cemento si mescola al rifiuto / isolo la mente scorcio le scorte. /// Solo come un pastore senza gregge / mi stendo, pago alla terra il tributo / al sole friggo che tutto sorregge. // Reggi la bestia smangiata il sussulto, / ora della terra, del ferro acceso / dentro di essa, nel nero il tumulto / di fiamme e vomito, l’oro frainteso-”//. Troviamo, in questi versi, una forte densità metaforica e semantica e un senso di spostamento del senso: nei due versi iniziali riscontriamo una forte icasticità, in sintagmi dove la terra modifica la propria essenza, la propria natura e, in un’immagine cruda e brutale in cui il cemento si mescola al rifiuto; in questo contesto l’io poetante isola la mente e scorcia le scorte, in contesto che potrebbe, metaforicamente, essere immagine della creazione poetica.

L’io-poetante avverte un senso di forte solitudine essendo solo come un pastore senza gregge, solitudine che può essere personale e anche cosmica. Si ripete, in tutte e tre le strofe, la parola terra e, in effetti, questa è una poesia terrestre, nel suo essere antilirica e il versificare di D’Andrea, pur essendo icastico e teso è caratterizzato da una notevole pesantezza. C’è anche crudezza e realismo fino all’osceno, nei versi di D’Andrea, come nella citata poesia Isolamenti:-“// Distrutto sia il pastore da se stesso / case su case e nuove architetture / sciamano nello scarico del cesso // Distratto dal rumore del tuo mondo / s’increspa la mia pelle e le storture / di membra che scaracchiano l’immondo. // Amori, fresche acque, dolci storie / romantiche di un tempo, graffi estorti / a un uomo strangolato, alla memoria / di candide violenze, grembi sporchi. /-”/

In questa poesia c’è una forte ironia, nel contrasto tra le due prime due crude strofe e la terza, di per se stessa ironicamente lirica. Ritroviamo, in questo testo l’oscenità nell’immagine vaga e materica delle nuove architetture che sciamano nello scarico del cesso. Tuttavia non c’è volgarità, in questa poesia, nonostante i sintagmi che vengono utilizzati. Nella sezione successiva, quella eponima, Evosistemi, troviamo la poesia intitolata Al centro (Evosistemi), poesia che ha un carattere decisamente visionario e sperimentale, fino a sfiorare una forma di astrattismo in poesia:-“//Così il disegno dispersivo duri, / perduri il segno smangiato che m’anima, / la mia prospettiva è sconvolta / come chi vuole e ama vedere. // Mi è stato detto va riempito il foglio, / educare metrica e grammatica, / di mio, senza alcun suggerimento / stronco le libertà che mi s’impongono.-”// .Qui l’io-poetante pare accarezzare l’ideale di una vera libertà, (stronco le libertà che mi s’impongono), una vera libertà fatta a sua misura e la poesia stessa, la sua scrittura, potrebbero rappresentare una non vana ricerca di libertà; tutto il contesto è caratterizzato da una forte indeterminatezza e da una vena vagamente rapsodica.

Il verso mi è stato detto di riempire il foglio,, potrebbe simboleggiare l’atto della creazione poetica in se stessa. Una poesia intensa e vibrante, quella di Gianluca D’Andrea, che rappresenta, in se stessa, un unicum nel panorama poetico italiano contemporaneo, un versificare, guidato dall’urgenza del grido, un grido di dolore, certo, ma composto, che si fa, appunto, poesia.

Recensione
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