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Faglie

Faglie, la raccolta di poesie di Alessandra Pellizzari che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta una prefazione di Elio Grasso esauriente e ricca di acribia.

Le faglie sono fratture della crosta terrestre e il titolo Faglie sembra evocare qualcosa di instabile soggetto a sgretolamento e logorio, fattori che metaforicamente solo la poesia può ricomporre, saldare.

Rispetto alla suddetta affermazione non può non venire in mente il titolo dell’ultima raccolta di Franco Fortini Composita solvantur.

Il libro non è scandito e, anche per questo, potrebbe essere letto come un poemetto, oltre che per l’unitarietà tematica e formale, fili rossi che legano i componimenti.

Inoltre, anche per il fatto che tutte le composizioni sono prive di titolo, si accentua il carattere poematico dell’ordine del discorso.

La cifra dominante del poiein della Pellizzari pare essere quella della connotazione delle parole che, associandosi, costituiscono immagini che sgorgano le une dalla altre nella loro assoluta icasticità.

Si tratta di raffigurazioni luminose, scattanti, veloci e leggere che creano una forte dose d’ipersegno in una scrittura spesso anarchica che sfiora l’alogico e pervasa da una sua forza magica e vagamente magnetica.

Anche la precisione sembra essere una caratteristica della poetica di Alessandra e il lettore nell’affondare con emozione nelle pagine nota che nulla è affidato al caso nel compattarsi delle unità minime come possibili tasselli di un mosaico.

Anche un carattere assertivo ed epigrammatico connota le poesie in gran parte brevi e sempre concentrate.

Un tono di sogno ad occhi aperti emerge nella scrittura nell’associarsi dei significati con i significanti.

L’io – poetante sembra inoltrarsi per sentieri tortuosi e contorti per poi arrivare a zone di una luce da onirismo purgatoriale con qualche accensione di senso seguita da spegnimento.

Anche i cipressi incastonati parlano con le pietre deposte non mani pietose.

Lo stesso io poetante è molto autocentrato nel ripiegarsi solipsisticamente su sè stesso e riflettere sul senso della vita.

L’inquietudine serpeggia costantemente nei dettati attraverso le parole dette con urgenza.

Tutto nei tessuti linguistici sembra essere pervaso da una vaga e numinosa bellezza.

La poetessa produce una realtà di parole originalissima e piena d’incantevole bellezza sottesa al dono del turbamento e il lettore si stupisce davanti a costruzioni fittissime d’immagini che hanno un fortissimo scarto poetico dalla lingua standard.

Tutto si risolve nel mistero ma c’è anche una consequenzialità in quello che Alessandra afferma e che emerge ad una prima lettura spiazzante.

Recensione
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