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Fermenti - Fondazione Piazzolla

n. 242, anno XLIII (2014)

Considerazioni sui testi relativi all’Inserto Fondazione Piazzolla in Fermenti 242 (2014).

“Fermenti”, diretta da Velio Carratoni, ha in catalogo numerosi testi di autori europei ed internazionali (www.fondazionepiazzolla.it).

Sono presenti due sezioni, parte finale della rivista: Recensioni e Manifestazioni.

In Recensioni Su Le mie teorie eretiche : Croci e delizie delle eresie, di Domenico Cara, Quelque rien di Maria Lenti, La ricerca dell’ unità: le conversazioni a Radio France Culture, di Canio Mancuso, Su Le verità della letteratura di Giorgio Bàrberi Squarotti, Il dire è più dell’essere, di Donato di Stasi, Le verità possibili, di Canio Mancuso.

In Manifestazioni Le sculture di Piazzolla a Castelbellino: Una mostra di scultura, di Velio Carratoni, Figure nel labirinto, di Gualtiero De Santi, Due visionarietà di Andrea Carnevali, “Hudèmata”: quando l’arte va oltre, di Pier Franco Luigi Fraboni, Intervista a Gualtiero De Santi, di Olga Marzola, Presentazione Rivista “Fermenti” n. 241, Volumi pubblicati con il contributo della Fondazione Piazzolla, Audio e Video pubblicati sul sito www.fondazionepiazzolla.it.

Scrive Domenico Cara in Su Le mie teorie eretiche di Marino Piazzolla: croci e delizie delle eresie “che c’è, dopo tutti gli attraversamenti della realtà, un’ umana nostalgia del ricordo, che i viventi coltivano per le figure scomparse e amate: “I cimiteri sono pieni di persone indispensabili” diceva Charles Peguy, e quindi è necessario riportarsi a loro, per riuscire a resistere ancora sulla terra in rivolta e sconvolta dall’ immondo e dagli intrighi, dalle increspature temporali e dagli affanni nascosti.

Infatti Piazzolla è complice di una volontà inquieta quando incontra la classicità per non tradirla, anche emotivamente: movimento e controllo di continua intesa.

La sua parola è decisa e continua, non capricciosa nelle varie collusioni col pensiero.

L’intrinseca fortuna di essere sopravviventi alla polvere sopportata, in anni gioiosi e bui, sveglia in più risposte l’immagine per la fiducia nel coraggio dell’entusiasmo espressivo e di una lingua tutta interiore.

Dunque eresie: perché a effetti privati e quindi sconosciuti, non canonici e di pubblico dominio, al di là (e al di qua) della “nostra frigida avanguardia” (Falqui), o di sprovveduto conformismo provinciale e difforme.

E in bella copia sceglie le migliori elegie della sua scrittura fra i tanti fantasmi temporali e i dispersi punti vuoti di innumerevoli biografie, chiose su beatitudini sapienziali secondo le tormentose vicende della propria ricerca (o favola individuale).

Egli ha continuamente incalzato (senza adeguarsi alle sole esperienze personali) i vari connettivi d’integrazione, pronto e attivo per difendere le sua scelte teoriche, per riconoscersi in esse volendo possedere il proprio destino rettificando contrasti, i turbini imposti alle necessità della conoscenza e le percezioni progressive, recuperando fascinazioni che è difficile farle restare in ombra, nel mare magnum delle istanze a cui in questo caso è consacrato per la via della verità.

Marino amava la letteratura perché riusciva a sottrarre ogni cosa all’amarezza della vita astuta, artefatta, intrisa di menzogna e di scarsa spontaneità, e nel rapporto individuale con il giorno e gli uomini, ha colto e selezionato gli stessi legami come bisogno essenziale, l’immensità della luce riflessa assiduamente nella sua opera.

In colluttazione con la pazienza e la segreta attesa della creatività, il suo lavoro si è svolto dentro il profilo di più tensioni e quindi uno stato di coscienza naturale che spiega una suadente solitudine, e abitava la sua anima, anzi croce e delizia individuali di un essere nel mondo in libertà mai sterile, negli isolati e fervidi misteri esorcizzanti la conoscenza”.

Nel 1978 Radio France Culture, canale della radio nazionale francese, nata nel 1948, il cui palinsesto annovera programmi storici, filosofici, di scienza, letteratura, teatro, etc. incaricava i suoi collaboratori Estelle Schlegel e Oliver Germain Thomas a recarsi a Roma ad intervistare Marino Piazzolla, poeta critico, pensatore sui temi della cultura, la filosofia, l’arte in genere.

Da notare che nel 2015 ricorre il trentennale della morte di Piazzolla.

Perché il titolo Le mie teorie eretiche? In quanto non si tratta di teorie dimostrate o prestabilite. Ma di punti di vista fuori le righe che riguardano la contraddittorietà, la crisi, la problematica dell’esistenza coinvolgendo la creatività artistica nel suo insieme.

Piazzolla pensatore, coerente con la sua produzione artistica, supera l’acrisia della società e della cultura e si configura come una personalità unica, anche nel suo misticismo, nella sua religiosità non confessionale.

Esce dagli schemi prestabiliti per essere un artista impegnato in ogni campo, anche in quello della scultura.

Esteta estenuato, si potrebbe definire, nella sua febbrile attività, dove ritrovava il senso dell’esistenza, fondata sulla fede nell’inventiva e nell’ispirazione.

Poeta per il quale le occasioni della scrittura, spesso scaturite da eventi della sfera privata, venivano elaborate da una mente lucida e attenta, sempre pronta ad oggettivare il dolore con versi lirici venati da orfismo e sempre controllati.

Il fatto che l’arte in generale sia sempre un esito del pensiero divergente, accentua il carattere eretico dell’atteggiamento di Piazzolla nei confronti della vita e della stessa poesia.

In Quelche rien afferma Maria Lenti:-“Teorie eretiche. L’eresia è il contrario del predetto e del predicato, di quanto sostenuto in un partito, in una comunità. Ma Marino Piazzolla non apparteneva a nessuna parrocchia ideologica o pre-formata, né ad un partito (dal pci era uscito nel primissimo dopoguerra: e dirò poi il motivo), a nessuna associazione organizzata. Anzi, appare a me che della “eresia” lui faccia un abito tutto suo: il tessuto che si avvolge e che ci avvolge e, in più, quello che permette di respingere colpi e contraccolpi di un ambiente, dei letterati e degli artisti (romani, nel caso) riuniti in gruppi o in cenacoli professionali o di tendenza. I quali, probabilmente, non gli risparmiano strali, ma ai quali, certamente, lui non risparmiava critiche e prese di distanza. Apertis verbis, senza fare nomi. (Piazzolla vive intensamente nella Roma degli anni cinquanta-sessanta, con più distacco nel decennio successivo fino alla morte avvenuta nel 1985).

Piazzolla è un uomo, un intellettuale inquieto, sui generis. Da sempre. Tanto più lo è, quando trentenne, rientra in Italia (1940) dopo gli anni trascorsi in Francia. Non si accontenta del primo pensiero, né sull’esistente politico e sociale, né sul versante letterario, artistico, filosofico.

Filosofia e giorni. Filosofica è la sua formazione. E’ insegnante, peraltro, di filosofia nei licei. Il resoconto semplice del reale gli è estraneo. E, pur essendo un oppositore della politica governativa, non ritiene valida la posizione del pci né la sua teoria, così vicina – ritiene – a un comunismo d’oltre cortina più che a un Marx riletto con occhi meno velati, un comunismo – forzatura ed anticamera di una possibile dittatura. In ogni caso non un antidoto radicale al capitalismo. Tutt’altro.

Pensa invece a una forma di comunità produttiva, la stessa da lui proposta nel suo paese natale, San Ferdinando di Puglia, subito dopo la seconda guerra mondiale, una forma di co-proprietà “giuridicamente riconosciuta, pariteticamente ad appannaggio dei datori di lavoro, contadini, braccianti, operai” (Di Stasi). (Sarà proprio il non sostegno a questo suo progetto a spingerlo ad uscire – insultato? insultante? – dal pci, in cui pure, fin dall’iscrizione, ricopriva un ruolo non di poco conto: per esempio aveva avuto l’incarico di incontrare a Salerno Palmiro Togliatti di ritorno nel 1944 in Italia dal suo esilio moscovita)”.

La scelta eretica può identificarsi anche nel suo non aderire a nessun movimento letterario, né ad alcuna corrente di pensiero politica o sociale (a parte la provvisoria militanza nel pci).

Anche nell’ideazione della suddetta comunità produttiva va contro ogni tipo di consuetudine civile, di progetto prestabilito e possibile, nello sfiorare l’utopia.

Pure come poeta, critico, pittore e scultore, nelle sue varie attività artistiche, tutte legate da un filo rosso consistente in un approccio creaturale alla vita, che tramite l’arte stessa lo elevava a persona, il Nostro si è consapevolmente trovato in una posizione appartata.

Nonostante ciò ha interagito positivamente con l’ambiente letterario che lo circondava, sia in Francia che in Italia, con contatti produttivi, per esempio, con Sartre e Cardarelli.

Se per Jean Cocteau la poesia appare più vecchia che eterna, Piazzolla non teme di dissetarsi alla fonte di un’eterna giovinezza scrittoria: questo può essere giudicato insopportabile passatismo o revanscismo lirico, oppure se ne può sottolineare l’onestà, nel corso di una ricerca autentica di senso di fronte al degradarsi dell’esistenza di fronte ad automatismi disumanizzanti.

In La ricerca dell’unità: le conversazioni di Piazzolla a Radio France Culture Canio Mancuso scrive “che leggendo le conversazioni che Piazzolla ebbe con due giornalisti della radio francese nel 1978, si può comprendere come tutta la sua opera, del poeta, del pensatore e dell’artista, sia ancorata alla realtà storica. E’ un inganno nel quale cadono alcuni suoi detrattori, il considerarla un esercizio di compiaciuta astrattezza formale, di misticismo domestico e fuori tempo massimo. I pareri vanno rispettati quasi tutti, ma una cosa è innegabile: un’attività intellettuale autentica si sporca sempre con la vita. Il discorso vale soprattutto per la poesia. Chi invece di Piazzolla apprezzi l’energia polemica mostrata nel quotidiano e in alcuni libri di parossismo espressionistico (vedi Il Pianeta nero), avrà modo di apprezzare la coerenza che, come un filo invisibile, lega ogni frammento del suo impegno. Impegno: parola pericolosa, quella che qualche decennio fa sembrava la pietra di paragone di ogni espressione creativa. Si poteva perdonare ad un intellettuale eccentrico il fatto di avere un’altra visione del mondo? Soprattutto si poteva essere engagé o meglio, esserlo in modo personale? La polemica di Piazzolla contro l’establishment culturale risiedeva anche in questo equivoco. Il libro pubblicato da Fermenti non è solo un autoritratto, ma anche un quadro d’insieme. Conoscere il punto di vista di Piazzolla significa, per contrasto, guardare il paesaggio in cui si muoveva; che spesso gli appariva come una terra desolata, dominata dallo sconforto della ragione. La figura del filosofo non si può scindere da quella del poeta, se si vuole avere l’immagine totale di una personalità complessa. Quando Estelle Schlegel introduce l’intervista definendo Piazzolla “un mistico coi piedi radicati nella terra d’Occidente e lo sguardo fisso nel silenzio di Dio”, si esprime in modo enfatico, ma è difficile usare il bilancino con un poeta che ha gridato a tutta voce la sua presenza sulla scena. Non gli si addice il fiato corto del minimalismo sparagnino; poiché ha cercato sempre il confronto con l’assoluto, religioso e poetico, senza il timore di sembrare un non allineato. Piazzolla risponde agli intervistatori punto per punto, entrando nella specifico delle questioni e dimostrando che la politica non è una realtà separabile dalla poesia; il pensiero non è una catena di astrazioni. Hegel e Marx non sono filosofi dell’Ottocento, perché continuano a dirci parole ambigue. Il riferimento ai mistici medievali e a Simone Weil chiarifica il senso della sua ricerca di un’ unità profonda tra universale e contingente, sacro e mondano. Nello stesso tempo rimarca lo sconforto di fronte all’oggi, dominato da una scienza disumana, che annichilisce il desiderio dello spirito di espandersi nella conoscenza di Dio”.

Per Piazzolla vale l’assunto di Foucault, secondo il quale l’espressione artistica è influenzata e condizionata fortemente dalle contingenze politiche e sociali, dal periodo storico, nel quale è immerso un artista.

Marino non si estranea dalla grande confusione della realtà contingente per entrare in un luogo ideale, solipsistico e privato, che lo protegga dal male di vivere e da quello del mondo.

Esce allo scoperto con la pubblicazione di numerosissime raccolte di poesia e vari saggi.

La figura del poeta emerge come un unicum nel nostro panorama letterario con la sua inclinazione al visionario, che si estrinseca nella sua produzione.

La sua ricerca si svolge verso l’impersonale e l’immutabile nella direzione in cui ha riflettuto e teorizzato Simone Veil.

Si potrebbe aggiungere che le parole e il tratto infrangano lo stato di silenzio interno ed esterno, nel realizzarsi delle poesie e dei quadri dell’autore.

Il pensiero di Piazzolla, una volta liberatosi, si è configurato come una sintesi di trasfigurazione antropologica.

Se pure Dio è un dramma o un rischio, Piazzolla, pur senza scommettere su di lui come Pascal, lo considera un punto di riferimento, un valore, un’entità superiore.

In Il dire è più dell’essere, Ricognizioni su Le verità della letteratura di Giorgio Bàrberi Squarotti, Donato Di Stasi afferma “che nella sua ultima miscellanea l'autore offre un circostanziato saggio di lettura e un inventario degli strumenti della critica, in pratica apre al pubblico un suo personale laboratorio polisemico, dove ogni vicenda letteraria viene smontata e indagata nei significati più remoti, oltre che identificata in rapporto alle fonti, sempre copiose, dettagliate, acconce a un discorso fitto di rimandi, di innovative comparazioni, di impensate intersezioni.

E’ interessante come risale dai codici culturali alla figurazione del mondo, dimostrando che la costellazione infrangibile della letteratura può essere incrinata, così da penetrare nelle falde della lingua per rilevarne i gorghi semantico – sintattici e risucchiare i lettori in profondità inesplorate.

Al Nostro basta assaggiare gli autori per sapere che suono danno, ne solfeggia subito la melodia principale e l’armonia di sottofondo, all’impronta.

E’ vero imbarca molta cultura e molto mestiere, ma in modo secco, ironico, dinamico, senza passatismi e pedantismi.

Sciorina i suoi santuari (Petrarca, Leopardi, Pascoli, D’Annunzio) e non è out: le sue pagine danno buon suono, sono convincenti, aprono le nostre Lettere ad una dimensione ricca, di alto livello, con i suoi giocolieri brillanti, i suoi virtuosi della parola, i suoi uomini antichi (Omero per esempio) riscoperti come nuovissimi.

Di fronte a questi saggi, tra gli altri Beatrice, Margutte, le ancelle di Armida, il Poeta: che cosa è il riso, viene voglia, quasi un furore di assimilare, di gustare i succhi fino in fondo, di imparare, quasi maniacalmente, come si racconta un’epoca, un’intera civiltà.

Bàrberi Squarotti trafigge con i suoi lampi di acutezza, intrattiene con i classici (Marino, Foscolo) un colloquio vario e salutare, che promette di non chiudersi e di salvarci dall’esplosione laida e deformante della telecrazia.

Bàrberi Squarotti intende il reperto critico nel suo sviluppo come sequenza di concetti, commenti, emozioni riflesse. Non ascrive all’opera letteraria un carattere di definitività, né all’esegesi le solite cristallizzazioni categoriali. Commenta mentre l’opera accade e si svolge sotto i suoi occhi, viva e in movimento, capace di illuminare all’improvviso particolari reconditi dell’esistenza. Presenta una sua visione problematica e nello stesso tempo trionfalmente sensuale, intensamente passionale, fino a sfiorare visionarietà e tensione metafisica”.

Programmatico il titolo Il dire più dell’essere dato da Di Stasi alla recensione a Le verità della letteratura.

Nella suddetta dichiarazione forte, di tipo filosofico ontologico, il critico, in modo non azzardato, stabilisce un primato, non solo temporale, del verbo sull’essere.

Affermare la supremazia della parola stessa sull’essere significa che la parola è già essere, un’entità, che emergendo dal nulla, raggiunge un preciso statuto ontologico, defininendosi, proprio nel suo dirsi, che supera ogni vaghezza e genericità, soprattutto quando da pronunciata diventa scritta.

Non c’è astrattezza in questa teoria ma una forte concretezza e la bellezza stessa si definisce, s’invera esteticamente in parola.

Squarotti questo lo sa bene e, conferma e testimonianza di ciò, è la sua militanza pluridecennale, l’inesausta attività di docente, di critico e di poeta.

Empaticamente egli ha approcci con i modelli e le forme di scrittura che va analizzando, sia che si occupi di Omero o di Petrarca, sia di qualsiasi altro autore.

Poi con gli strumenti efficacissimi della sua officina s’inoltra in denominazioni precise, in analisi profondissime, piacevoli nel loro porgersi per la chiarezza, ricchissime di acribia.

Da notare che Squarotti si è interessato e s’interessa di moltissimi poeti contemporanei anche giovani o giovanissimi con passione e attenzione e che una sua lettera con qualche rigo di commento, aiuta ed ha aiutato moltissimi autori, anche in erba, nel riceverla.

In Le verità possibili scrive Canio Mancuso “che chi non conosca a fondo l’opera critica e filologica di Giorgio Bàrberi Squarotti può averne un quadro d’insieme, seppure in forma di compendio, nel volume Le verità della letteratura, edito da Fermenti. Certo ogni libro “contiene” in sé tutto il suo autore e lo rappresenta, anche quando è il frammento di un discorso più ampio, ma i quattordici saggi che compongono il testo, consentono una visione complessiva di anni di studi e di amore per la letteratura. Non uso il termine “passione” che, appiccicato a uno scrittore così scrupoloso nelle sue indagini critiche, si ridurrebbe a un bollo sentimentale. Eppure questo il libro comunica: una grande vivacità interpretativa, una gioia di scrivere dopo aver letto in profondità ogni poesia, ogni romanzo. Si tratta di una perlustrazione della nostra letteratura, che senza la pretesa di essere un’ enciclopedia critica tascabile, indica un percorso di conoscenza fatto di sfumature tonali: alcuni capitoli hanno l’abbrivio da una parola chiave vista nelle sue significazioni letterarie e allegoriche: le “grandi acque”, che evocate come elemento di una bellezza primordiale o come simbolo della purificazione impossibile, costituiscono da Petrarca a Ungaretti, da Marino a Montale, una misura, una prova inevitabile per l’immaginario di tanti scrittori. Il primo excursus illumina le variazioni metaforiche della neve, raffigurata spesso come allegoria della fine e della morte. e qui si pensi al significato che la stessa parola – idea assume nella scrittura di Squarotti poeta: la neve in cui si specchia una città del Nord, le anime che cadono e si sciolgono come pietre nella neve. Alcuni capitoli sono appena dei tratteggi, sembrano l’introduzione a un’opera mai scritta o di là da venire. (Si veda il capitolo dedicato alla poesia dialettale, con il richiamo pascoliano al mondo della memoria felice). Altri sono rapidi indugi su concetti simboli, attraverso la comparazione formale di scrittori lontani per gusto e sensibilità; l’idea del carcere come esclusione dal mondo e dalla vita, nella similitudine tra Pavese e Verlaine. Il lettore abituale dello scrittore piemontese può divertirsi, passando da un capitolo all’altro, senza un ordine prestabilito, riannodando i singoli passaggi del libro in un percorso ideale che rifletta la propria conoscenza dell’autore”.

Un lavoro che si potrebbe certamente definire vagamente rapsodico, per la sua suddivisione in saggi, quello che Squarotti ci presenta in Le verità della letteratura, che, da un primo livello di frammentarietà, raggiunge una sua intrinseca unità sottesa alla cifra della grande intelligenza dell’autore e alla sua notevole cultura.

Quattordici segmenti che, nella loro profondità, sono nettamente superiori, per la loro completezza, a esempi di critica come quelli dei manuali scolastici e spesso anche universitari.

Squarotti, in modo originalissimo delinea le sue idee servendosi anche di simboli come quelli citati delle grandi acque e della neve.

Se la letteratura ha delle verità possibili da proteggere, come già espresso da Franco Fortini, nella sua ultima raccolta poetica Composita solvantur, 1994, il senso di tale difesa di un patrimonio incontrovertibile e preziosissimo, sta proprio nello studio, nella ricerca accurata per giungerne all’essenza, di penetrarne ogni significato e sfumatura, ogni parola.

La letteratura italiana è l’oggetto in questione, la poesia, nel proprio continuare ad esistere e ad essere praticata anche ad alti livelli nei primi decenni del terzo millennio, contrariamente all’idea della sua fine, della sua morte, preconizzata da Paul Celan dopo la seconda guerra mondiale.

La produzione poetica è ancora vivissima e questo è un segnale positivo nei tempi della dittatura mediatica, del consumismo e della banalizzazione dell’esistenza.

Lo stesso concetto di verità, applicato di solito a concezioni religiose e filosofiche, qui tocca l’ambito estetico, se, come affermava Maria Luisa Spaziani, la poesia stessa è il massimo punto di arrivo, per la sua bellezza intrinseca, in campo letterario.

In un’analisi che va da Dante a Montale, da Petrarca a Ungaretti, si individua un filo rosso nel suo delinearsi, che consiste nell’inesauribile tensione dell’uomo a esprimersi poeticamente, per vivere abitando poeticamente la terra per dirla con Holderlin.

Nella superficialità della nostra epoca proprio libri come Le verità della letteratura ben vengano e si deve mettere in evidenza l’impegno costante di “Fermenti Editrice”, che dal lontano 1971 s’impegna nel promuovere la cultura.

In Manifestazioni in Le sculture di Marino Piazzolla a Castelbellino, in Una mostra di scultura scrive Velio Carratoni “che qualche anno prima di morire Piazzolla confidò a me e a Gemma la sua nuova impresa: dedicarsi alla scultura. Partendo dalle esperienze che aveva avuto con le tempere, i disegni e altro, raffigurando emblemi mitici di un passato che lui riviveva come fossero aggiunte ai suoi versi che lui considerava scaturire da un mondo di mistero, di pausa, di attesa.

Da lì provenivano voci che nascevano razionali per divenire immagini umano - evanescenti.

E in quell’atmosfera di sogno – realtà – reminescenza le sue parole divenivano immedesimazioni antropologiche, misteriosamente scandite con un ritmo di musicalità mai a senso unico. Questo il seguito della confidenza di Piazzolla: “Con la scultura le mie immagini divengono segniche. Le linee sanno di traiettorie vibranti. Le sagome di una irrealtà storica indefinita. Preferirei esporre tali opere a Parigi dove più di una cinquantina di anni fa ho fatto le mie esperienze giovanili. A contatto con una capitale che era diventata centro della ricerca intellettuale. Già immagino come dovrà essere organizzata la mostra alla quale parteciperemo anche noi tre, come segno di rievocazione programmatica dei miei anni migliori. Prima dello scoppio della Seconda guerra”. Quell’occasione non si è avverata, dato che Marino, come accennato a parte, dopo poco sarebbe morto. E le sue opere che non facemmo in tempo a vedere, finirono in un deposito, per volontà del curatore dell’eredità giacente, prima del riconoscimento della Fondazione Piazzolla, avvenuto nel 1988. E dopo tanti anni furono le altre iniziative della Fondazione a creare un rinvio involontario.

Solo di recente il Comune di Castelbellino, per interessamento di Gualtiero De Santi, ha deciso di raccogliere le opere di Marino Piazzolla in comodato gratuito.

I disegni erano stati mostrati a Roma”.

Artista poliedrico e instancabile il nostro era alla ricerca di una contiguità tra le opere da lui prodotte, nelle varie forme espressive, nel tentativo di essere un autore - creatore di lavori che avessero un comune denominatore..

Le sue sculture sono vagamente figurative ed utilizzano prevalentemente elementi grafici e, a livello formale; si possono assimilare ai suoi disegni e ai suoi quadri a tempera.

Alcune di esse sembrano rappresentare maschere ancestrali vagamente definite e hanno un aspetto archetipico ed evocano sogni ad occhi aperti.

Spesso potrebbero essere considerate, nelle loro fattezze, figurazioni di divinità mitiche e l'autore era conscio che sono pervase da un alone di mistero.

Pare che da queste icone emerga l’intento di rappresentare dei volti e si sente in esse il senso del sacro che traspira da ogni creazione del poeta, in certe loro espressioni ieratiche.

Emerge una dose di forte ipersegno da queste icone, da queste figure, che sembrano, pur nella loro staticità, pronunciare parole, che potrebbero essere poesie o formule incantatorie.

Trasuda un alone leggendario e numinoso da questi lavori. Lo stesso senso del mito che lo portò a scrivere in versi Esilio sull’Himalaya, dove l’ambientazione non a caso è sulla catena montuosa più alta del mondo.

Si possono considerare delle ierofanie, che prendono corpo attraverso la materia pulsante e viva plasmata dall’artista.

In Figure del labirinto piazzoliano Gualtiero De Santi scrive “che dotato di un’intelligenza atta a cogliere le più segrete corrispondenze tra le cose e anche tra i diversi linguaggi, Marino Piazzolla fu principalmente uno scrittore il cui dire poetico si estendeva quasi per germinazione alla volta delle immagini pittoriche. In ragione di ciò un suo amico ed estimatore, René Méyan, che ne tradusse i versi in lingua francese, pensò di definirlo nel 1974 “poeta – disegnatore”. E disegnatore, forse prima ancora che pittore, Piazzolla lo fu davvero: vuoi nel senso di accompagnare le sue raccolte liriche con immagini approntate da lui stesso; vuoi impegnando i versi in una modalità di tipo ecfrastico che soltanto a un riguardo superficiale si poteva intendere siccome affiancatrice delle immagini. Laddove, all’incontrario, essa agiva nel profondo evocando una tensione espressiva lasciata insorgere dalle reciproche rifrangenze tra verso e figura. L’arte essendo movimento, una memoria iniziatrice che crea dinamismo.

Pressato, in tutta evidenza, da un’ansia e da una smania di espressione che lo impegnavano ostinatamente nel cimento poetico, Piazzolla si comporta del pari nel campo del disegnare. Ma come in poesia sembrava intensivamente muoversi nella direzione dell’orfismo, in pittura e nel disegno era palese un senso figurativo tuttavia esemplato e indi lasciato fluttuare, nella progressione degli anni, su immagini sempre più straniate, discoste dalla nostra esperienza comune e quasi dissotterrate da un terreno e un tempo remoto antecedente l’universo greco – latino. Figure invece risalenti a qualcosa di orientale e vagamente esotico. Una galleria di eroi e mostri mesopotamici ed egizi, enigmaticamente intrinseca a parole e segni e parole traibili da una matrice antica, intrinseca ai precordi dell’espressione, e collegatamente alla visione.

Tutto questo processo, negli ultimi tempi della vita di Piazzolla segnata da un perenne e inesausto inventare nei vari settori dell’arte, si sarebbe amalgamato in immagini scultoree, altrettanto sfuggenti e ossificate marmoree e a tratti ectoplasmatiche, cresciute allato della scrittura poetica, nel transito verso una parola onomatopeica e alla fine solo modulata in suoni gutturali e informi. Come ben si desume dalle composizioni raccolte all’interno di Hudèmata, l’ultima raccolta lasciata tra le carte del suo studio (così come nel suo appartamento giacevano accumulate le opere pittoriche e le sculture) e poi data alla stampe dalla Fermenti editrice nel 2006, un ventennio dopo la sua scomparsa.

Questo campionario di immagini e scritture esoteriche sotto forma di disegni e segni pittorici e di ideogrammi, il nostro autore iniziò a portarlo su carta intorno alla seconda metà degli anni ’60. Piazzolla rappresentava colombi, note e segni danzanti sul pentagramma, ma insieme oggettistica iperuranica e sortilegi, intonandosi a una musicalità visiva e a una ritualità antica. Divinità ed eroi, versi editi nel 1984, era illustrato da strane forme disegnate nel 1972 e effigianti creature dai nomi eccentrici e inusuali: Uda, Géside, Omàta, Demetente. Ed è da questa suite di figure in un primo tempo rinvenibili in versione pittorica, che sarebbero derivate le sculture di ferro, rame o bronzo e in altri materiali, e insieme quelle ultime, presenti nella mostra di Castelbellino, cromaticamente effulgenti e fatte aderire a pannelli monocromi.

Opere formalmente ineccepibili, decisamente impreviste nel quadro delle arti plastiche dell’epoca (per quanto avanzerei qui un’ipotesi di somiglianza perlomeno per i pezzi schiacciati ad una certa maniera di Leoncillo, nel mentre oggi le sculture di Carlo Guarienti richiamano in un certo senso Piazzolla per la comune evoluzione dalla pittura all’arte plastica). Opere anche espresse in un dominio di forma superiore al controllo che Piazzolla aveva mostrato nei suoi lavori pittorici: così che senza smentita potremmo definirlo scultore piuttosto che disegnatore, e in caso i disegni, come già detto, sono i veri antemurali delle creazioni plastiche”.

Multidisciplinarietà a vari livelli e non mera intersecazione tra diverse forme espressive, quella praticata da Piazzolla che, da un etimo originario faceva scaturire in modo omogeneo le sue creazioni raffinate.

Nell’illustrare le sue poesie con i disegni, Marino creava un effetto speculare tra l’ambito figurativo e quello letterario, stabilendo un’armonica corrispondenza tra i due settori.

Secondo Di Stasi, chiarendo le proprie intenzioni compositive l’artista mostra come da un nucleo poetico centrale, si deve procedere per moltiplicazioni concettuali ed emotive fino a produrre effetti stranianti, fino a ricreare un meraviglioso stupore, lo stesso che dovrebbe avvincere lo spettatore quando per la prima volta in vita si trovasse davanti alla Flagellazione di Piero Della Francesca o anche davanti alla Trasfigurazione di Raffaello.

Ut pictura poesis: la formula oraziana bene potrebbe intonarsi all’attività creativa di Piazzolla, visto il rapporto osmotico tra le due modalità.

Antropologicamente le sculture che vengono dopo i disegni, si realizzano secondo una modalità arcaica ed evocativa, avendo per modelli forme d’arte quasi primitive, primeve, assimilabili a civiltà molto differenti dalla nostra. .

In toto la produzione dell’artista pugliese spicca per originalità, costituendo un unicum nel Novecento italiano.

E’efficace la definizione di De Santi Figure nel labirinto piazzoliano, in quanto c’è realmente un elemento labirintico nella copiosissima produzione di Marino, complessivamente, che, in ogni sua manifestazione, è formalmente elegante e ben risolta.

In Due visionarietà: disegni e sculture Andrea Carnevali afferma “che la ricerca di Marino Piazzolla (1910 – 1985) non si è fermata all’astrattismo pittorico e all’analisi di significato attraverso la luce. La forma ed il colore si uniscono nello spazio stretto e circoscritto del quadro. Di lì per l'Autore può iniziare l’osservazione dell’opera d’arte poiché viene fuori dall’immagine il senso dell’indefinito. Si può pensare ad una indagine in cui il colore deve trovare un posto sulla superficie: perché i lavori dell’artista pugliese appaiono come forme pronte a trovare un altro orizzonte conoscitivo. Allora, se si ragiona in questo modo, anche la sua pittura ha una fisionomia compiuta perché è idea della creazione. Così l’informe diventa forma e materia.

Il tocco del pennello si abbandona alle emozioni affinché il colore, disteso sulla superficie e in liberi tocchi, non offra al mondo sensibile un aspetto simbolico.

Le opere sono guidate dal pensiero antimpressionista che si evince dal proposito di arrivare ad un’arte permeata di passione sia per la pittura primitiva delle immagini sia per la costruzione formale basata su leggi visive. Il colore è infatti il filo conduttore che lega la ricca produzione di dipinti e disegni alle influenze del Futurismo e dell’Astrattismo.

Le immagini della realtà visibile hanno subito una serie di dislocazioni nei quadri e nei disegni e di trasferimenti che fanno rivivere parte di esse in sagome grafiche o in macchie di colore in zone imprevedute, favorendo interrelazioni, accostamenti, sovrimpressioni inaspettate, forti di un risalto formale e di un potenziale semantico.

La cromia bianca e nera fa pensare allo spazio su cui l’osservatore deve rivolgere lo sguardo. Tanto da ricordare la pittura di Joan Mirò che si occupò di questo tipo di cesellatura cromatica. L’indagine sulla realtà conosciuta viene effettuata attraverso e il segno tonale e grafico per schiacciare prospetticamente la composizione. Le linee impresse dal colore lasciano talvolta intravedere le altre superfici o piccole parti della tela. Questo modo di lavorare crea forti suggestioni in chi guardi. Spinge ad allungare lo sguardo sui segmenti di colorazione, abituando l’occhio a studiare il percorso ideativo. Tentando di interpretare i segnali delle cose, il sanferdinandese talvolta fa assumere delle forme rigide e quasi meccaniche alla composizione.

Invero nella scultura accade qualcosa di diverso. Le linee di ricerca dell’artista si richiamano ai modelli dell’arte occidentale figurativa accentuandone però la forma plastica. Infatti, nella scultura Piazzolla svolge un discorso più plastico di esemplare coerenza. Egli interpreta il tema tradizionale del sacro, attraverso una speculazione rigorosa intorno al mondo del sensibile e sostenendo l’euritmia delle forme impure.

I profili che salgono e scendono dalla scultura come tratti inequivocabili sono una evocazione lontana del movimento che il cinema di fine secolo aveva voluto dare a volti e personaggi. La sovrapposizione di elementi è davvero forte. Il colore e la linea dei disegni sperimentali trovano un equilibrio nella scultura di piccole dimensioni”.

Piazzolla aveva una chiara coscienza artistica del suo operare, che si esprime in tutto il suo poiein, sia letterario che figurativo.

Tutta la sua produzione in ogni campo espressivo è sottesa ad una vaga visionarietà, sia nelle sue raccolte di poesia, sia nei dipinti, sia nelle sculture.

L’artista ha elaborato immagini pittoriche apparentemente indefinite, ma che non si possono considerare astratte, riproducendo esse stesse delle forme, che hanno per modelli sia la pittura primitiva, sia la costruzione basata su leggi visive che esprimono le sue impressioni.

Pare che in pittura, nell’iter creativo, si passi dal caos al cosmo.

Nelle Conversazioni a Radio France Culture Marino dichiara che i suoi primi quadri risalgono alla fine degli anni sessanta e fanno pensare a qualcosa che si situa in una dimensione ancestrale e che, contemporaneamente, si proietta in un tempo a venire altrettanto remoto e indecifrabile quasi, potremmo dire, nella feritoia atemporale dell’attimo così come è teorizzato da Heidegger.

Per la scultura, rispetto alla pittura, il discorso è diverso: infatti, nella scultura stessa, l'Autore accentua la plasticità delle figure con grande unità raggiunta nei suoi intenti.

Tema delle sculture del Nostro è quello del sacro e nelle stesse opere materiche c’è il cenno al viaggio verso la lontana Mesopotamia e anche fino a zone molto vicine della Puglia.

Le opere scultoree di bronzo, rame e ferro rappresentano vaghi volti e sono sottese ad una svolgimento creativo di modificazione dei tratti anatomici del corpo umano.

Le sculture sono quasi sempre rivestite di oro, argento e strass e in questa modalità Piazzolla si rifà all’antichità, probabilmente egiziana.

Il mito pare essere il motivo ispiratore di queste opere e l’artista vuole accedere alle sue zone più profonde, per riemergerne con indicazioni misteriche da riprodurre con le sue esperienze, giungendo ad un effetto di straniamento.

La Fondazione Piazzolla svolge un’intensa attività di carattere culturale: (presentazioni, incontri, assegnazione di premi di poesia, concerti e altro).

Essa prende il nome dal suo fondatore, poeta, critico, filosofo, pittore.

Piazzolla è un autore, nato a San Ferdinando di Puglia (Foggia), il 16 aprile 1910.

Nel 1931, si trasferisce con la sorella a Parigi ed è assunto in qualità di segretario e bibliotecario della Società Dante Alighieri e conosce, tra gli altri, Pierre di Nolhoe, Marinetti e Fiumi.

Nel 1937 ottiene il diploma di Studi Superiori di Filosofia alla Sorbona.

E’ un poeta tra i più significativi del Novecento italiano, che, in vita, ha ottenuto riconoscimenti nel mondo culturale. Anche Sartre, Gide e Cecchi si sono interessati alla sua attività.

Il poeta ha sempre rifiutato compromessi, dissociandosi da giochi e benefici.

Ha riportato prestigiosi premi..

Ha pubblicato numerose raccolte di poesia, alcune anche in lingua francese.

Tra i titoli: Elegie doriche (1951), Lettere della sposa demente (1952), Esilio sull’Himalaya, (1953), Pietà della notte (1957), Mia figlia è innamorata (1960), Gli occhi di Orfeo (1964), Viaggio nel silenzio di Dio (1973), L’amata non c’è più (1981), Il pianeta nero (1985).

Dopo la sua morte, come spesso accade. si è manifestata un’attenzione critica ancora maggiore su di lui.

Nota:
Le parti in corsivo e tra virgolette sono riportate direttamente dal testo della rivista “Fermenti” 242

Recensione
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