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Fermenti n. 243

Considerazioni sui testi di saggistica e sulle recensioni facenti parte del n.243 (2015) di “Fermenti”.

Per la saggistica da segnalare, tra i vari scritti, il saggio di Francesca Medaglia e Kate Willman “Wu Ming: tra collettivo ed individuo”, l’articolo di Caterina Caligari “Ritratto di Plinio il giovane”, di Gualtiero De Santi, “Ricordo di Maria Luisa Spaziani, poetessa indomita”, di Eleonora Bellini, “Ario: Fragmenta Labyrinthi”, di Davide Di Pace, “Le rime di Giacomo Marmitta: poetica della gravitas”.

La monografia “Wu Ming: tra collettivo e individuo” è suddivisa in due parti: “Tensione e conflitto come chiavi d’analisi della scrittura di Wu Ming” e “Un’analisi di due casi: Timira. Romanzo meticcio e Point Lenana”.

Scrive Francesca Medaglia “che la scrittura collettiva di Wu Ming può essere considerata uno dei casi italiani più interessanti di scrittura a più mani per molteplici ragioni: prima di tutto il collettivo ha prodotto un numero rilevante di opere scritte “in gruppo”, tale da poter creare un corpus ampio e variegato per temi e motivi; inoltre i membri del gruppo hanno scritto altre opere singolarmente o, addirittura, a quattro mani in collaborazione con autori non facenti parte di Wu Ming e ciò fa sì che sia possibile tentare di rintracciare le caratteristiche di scrittura dei singoli autori confrontando queste opere – singole o collaborative che siano – con quelle prodotte utilizzando il nome collettivo di Wu Ming. Oltre a ciò, come gruppo – e più raramente come singoli – i Wu Ming hanno rilasciato varie dichiarazioni ed interviste, che forniscono notizie interessanti sui modi di composizione delle loro opere. Inoltre il loro stesso sito internet è una fonte inesauribile di dati e comprende anche una sorta di “manifesto” di questa nuova avanguardia. Tutti questi elementi rendono all’apparenza l’analisi della produzione di questo stesso collettivo piuttosto agevole. In realtà, però, spesso le loro interviste appaiono contraddittorie, come lo sono anche i loro intenti programmatici. A tale proposito, a titolo d’esempio, basti pensare alla “questione del copyleft”, che li ha resi tanto famosi e graditi al pubblico.

I Wu Ming sembrano discostarsi dalla logica dominante dell’industria culturale e del mercato editoriale contemporanei, rendendo disponibili a tutti le loro opere sul web. L’idea del collettivo Wu Ming è, più o meno, questa: “(…) l’opera circola gratis, il gradimento si trasforma in passaparola, ne traggono beneficio la celebrità e la reputazione dell’autore, quindi aumenta il suo spazio di manovra all’interno dell’industria culturale e non solo”. In realtà, quella messa in atto dai Wu Ming potrebbe, per certi versi, non sembrare altro che una nuova strategia di marketing per muoversi all’interno del mercato editoriale: “E’ un circolo virtuoso. Un autore rinomato viene chiamato più spesso per presentazioni (a rimborso spese) e conferenze (pagate): viene interpellato dai media (gratis ma è tutto grasso che cola); gli si propongono docenze (pagate), corsi di scrittura creativa (pagati); ha la possibilità di dettare agli editori condizioni più vantaggiose. Come può tutto questo… danneggiare le vendite dei suoi libri?”. Insomma, da un lato non è possibile negare che i Wu Ming siano realmente una sorta di “nuova avanguardia 3.0”, dall’altro è anche vero che, come tutte le avanguardie, la loro apparente coerenza è attraversata da molteplici contraddizioni. Queste contraddizioni, o meglio queste tensioni o pulsioni opposte, permeano non solo le loro idee e i loro proclami, ma anche la loro scrittura e le loro opere: è proprio questa tensione, che, a nostro parere, diviene caratteristica portante del loro stesso collettivo.

La tensione e la contraddizione più evidente nei Wu Ming è quella tra il singolare ed il plurale, o meglio, tra il collettivo e l’individuo. Wu Ming è appunto un gruppo, guidato da una comune ideologia politica, che, però, soprattutto ora, sembra voler mutare e lasciare spazio ad esperimenti letterari individuali, più che continuare la produzione collettiva, che li ha resi noti inizialmente”.

Nel 1994, in giro per l’Europa, centinaia di artisti, attivisti e burloni scelgono di adottare la medesima identità.

Tutti si ribattezzano Luther Blisset e si organizzano per scatenare l’inferno nell’industria culturale.

Si tratta di un piano quinquennale. Lavoreranno insieme per raccontare al mondo una grande storia, creare una leggenda, dare alla luce un nuovo tipo di eroe popolare.

Nel gennaio 2000, al termine del piano, alcuni di essi si riuniscono sotto un nuovo nome e fondano Wu Ming, una band di romanzieri.

Quest’ultimo progetto, benché più concentrato sulla letteratura in senso più stretto, non è meno radicale del precedente.

“Wu Ming” è un’espressione cinese, significa “senza nome” oppure “cinque nomi”, dipende da come si pronuncia la prima sillaba.

Il nome della band è inteso come omaggio alla dissidenza (“Wu Ming” è una firma molto comune tra i cittadini cinesi che chiedono democrazia e libertà di espressione).

Il fenomeno delle avanguardie letterarie in Italia (dopo il gruppo ’63 e quello ’93) si ripresenta proprio con Wu Ming, collettivo di scrittori interessantissimo e ricchissimo di fermenti nel suo costruire opere narrative.

Possiamo parlare di ipertesti, riferendoci alle opere del gruppo, scritte da più autori insieme, singolarmente, oppure in collaborazione con scrittori al di fuori di Wu Ming stesso.

Nell’establishment letterario attuale del nostro paese Wu Ming si configura come un unicum, un fenomeno ormai di lunga durata.

Il collettivo, oltre alla notorietà sul web, ha avuto un grandissimo successo editoriale in Italia confermato dalla pubblicazione e dalle grandi vendite di Timira. Romanzo meticcio e Point Lenana, editi entrambi da Einaudi, il loro editore storico, con la scritta sulla copertina Wu Ming.

Un modo nuovo di fare letteratura, vincente anche se non senza contraddizioni intrinseche, frutto tout court di una sperimentazione.

La suddetta potrebbe ricordare, in un certo senso, quella intrapresa da un singolo autore italiano del ‘900, con un unico libro, Italo Calvino.

Questo tentativo si realizzò con Se una notte d’inverno un viaggiatore, pubblicato alla fine degli anni ’70, proprio con Einaudi,

Da notare che quest’opera di Calvino è infatti costituita da più narrazioni autonome tra loro (inizi di romanzi), unite dal filo rosso delle vicende di un lettore e di una lettrice, che fanno da cornice.

Wu Ming a conferma che nell’epoca della globalizzazione, di internet e della dittatura mediatica, anche il libro cartaceo è ancora vivissimo, al contrario da come era stato previsto da molti.

In “Ritratto di Plinio il giovane”, tratto dal confronto di un’epigrafe evergetica con il suo epistolario, Caterina Caligari scrive “che avvocato, uomo politico e noto scrittore, Plinio il Giovane ci presenta, con la sua vita e le sue opere giunte fino a noi, uno spaccato della società romana tra la fine del I e il II sec. d.C. nei suoi più vari aspetti. In questo articolo ci soffermeremo in particolare sulla descrizione della personalità di Plinio analizzando un’iscrizione evergetica attraverso la lettura del suo epistolario.

L’epigrafe, CIL V, 5262, è stata rinvenuta a Milano presso la basilica di S. Ambrogio, dove ne è ancora conservato un frammento. Essa, datata tra il 111 e il 133 circa d.C. si riferisce alle munificenze fatte da Plinio il Giovane nella sua città natia, Como.

Gaius Caecilius Secundus nacque a Como tra il 61 e il 62 d.C. da Lucio Cecilio Cilone e da Plinia, sorella del naturalista Gaio Plinio Secondo, detto Plinio il Vecchio. In seguito alla morte del padre, dopo un periodo di affidamento a Virginio Rufo, venne adottato dallo zio e assunse il nome Plinius: Caius Plinius Caecilius Secundus come è riportato nell’epigrafe.

La prima parte dell’iscrizione riporta le cariche che ricoprì durante la sua carriera politica partendo dall’unico incarico rivestito, noi nel nostro commento partiremo invece dal primo incarico affidato a Plinio seguendone la carriera in ordine cronologico. Per accedere alla questura occorreva aver ricoperto una delle funzioni del vigintivirato, tra queste venti magistrature minori Plinio rivestì la carica di decemvir stlitibus iudcandis, che si occupava delle risoluzione delle liti.

Successivamente entrò nell’esercito come tribuno dei soldati della legione III Gallica in Siria, come ricorda anche in due lettere”.

L’evergetismo indica la pratica diffusa nel mondo classico di elargire benevolmente doni alla collettività apparentemente in modo disinteressato.

Nel saggio Caterina Caligari ci offre un’immagine della poliedrica personalità di Plinio il giovane, molto accurata, precisa e composita..

L’articolo è corredato da un’interessantissima immagine in bianco e nero, raffigurante un frammento dell’epigrafe CIL V, 5262 conservato nella Basilica di Sant’Ambrogio a Milano.

L’epistolario di Plinio il giovane è composto da dieci libri: i primi nove raccolgono lettere scritte dal 96 d.C., mentre il decimo raccoglie il carteggio che Plinio ebbe con l’imperatore Traiano.

Gli argomenti trattati nelle lettere spaziano dalla politica alla religione, dall’amministrazione della giustizia alle lettere, alle arti, alle occupazioni a cui attendeva in Città e in provincia, alla narrazione di fatti storici ed eventi straordinari.

Tornando all’evergetismo e all’epigrafe evergetica suddetta, elementi che sono l’argomento saliente della monografia, bisogna sottolineare il carattere dello scritto.

Questo, pur essendo completamente inserito in un tipo di società del tutto diversa da quella attuale, tuttavia, presenta alcuni aspetti di sorprendente modernità.

Nell’epitaffio emerge una vena di presumibile vera generosità nel testamento di Plinio il giovane, personaggio ricco e potente, anche se non si può non supporre un aspetto politico nella sua volontà di voler lasciare in eredità somme notevolissime a vari beneficiari.

Plinio, come è riportato nell’iscrizione, lasciò duecentomila sesterzi per la decorazione delle terme e trecentomila sesterzi per il mantenimento delle stesse.

Inoltre fece in modo che la città ricevesse 1866666 sesterzi per il nutrimento dei suoi cento liberti e diede una somma ingente per il mantenimento della plebe urbana.

Da vivo Plinio donò cinquecentomila sesterzi per il sostentamento di fanciulli e fanciulle del popolo ed elargì una biblioteca e, per la sua conservazione, centomila sesterzi.

Non solo la natale Como ricevette evergesie da Plinio, ma si conoscono altre donazioni effettuate a Tifernum Tiberinum.

Non dobbiamo credere che la liberalità e la prodigalità di Plinio il giovane ne fanno un rivoluzionario.

Esse ci rendono un’esemplificazione della sua visione del mondo relativa alla sua epoca.

Si riferiscono all’atteggiamento virtuoso da assumere all’interno del sistema economico – sociale tra la fine del I secolo d.C. e l’inizio del II secolo d.C. e ci offrono un’immagine rappresentativa della società in cui visse.

In “Ricordo di Maria Luisa Spaziani, poetessa indomita” Gualtiero De Santi scrive “che avendo da spiegare come e perché la poesia realmente esista, Maria Luisa Spaziani era solita ricorrere all’esempio dei lingotti. Sono loro infatti, tuttoché racchiusi nei depositi delle banche, a garantire il valore della moneta in circolazione, squisitamente virtuale alla stregua delle conversazioni giornaliere. La gran parte delle quali va a situarsi a livello dell’orizzontalità, laddove la poesia (appaiabile metaforicamente all’oro dei caveaux) è distintamente verticale: bucando, come le avviene di fare, la crosta delle abitudini e dei luoghi comuni e per questa via inseguendo altri approdi. Il punto determinante è che una simile tensione alla verticalità ha sempre guidato e sorretto la storia del mondo.

Comunque ne sia, la poesia è stata da sempre la questione centrale dell’esperienza quotidiana di Spaziani, innestandosi in profondo nella sua vita ma mai confondendosi con essa. Al contrario l’idea della poetessa piemontese (o forse sarebbe meglio dire cosmopolita, essendo vissuta a Milano, Parigi, indi in via definitiva a Roma; ma va anche ricordato che voleva essere chiamata poeta), era che essa fosse dettata dalle cose, e in parte dalle persone che la leggevano: il che rendeva essenziale il potere comunicativo dei testi.

Ciò nonostante, esiste nel processo poetico una parte isolata e sfuggente, dalla quale arrivano segnali. Ed è questo per l’appunto la poesia: anche una singola parola da cui però si ramifichino in sinapsi altre linee tra loro intrecciate quasi organicamente: non solo parti del testo che possono possedere un senso, ma altrettanto le emozioni, la storia esterna e egualmente le vicende individuali del poeta, i suoi ricordi. Non a caso una delle raccolte dell’autrice torinese (era nata nel capoluogo piemontese nel 1925) si intitola “Utilità della memoria” (1966), che è poi tutto il sensibile che ci portiamo dentro, ma insieme l’eredità che altri ci ha lasciato, un’eredità non soltanto artistica e culturale.

I due grandi lasciti che Maria Luisa Spaziani ha voluto accogliere nel suo bagaglio sono stati Montale e la letteratura francese. In quest’ultimo caso, la scelta irrevocabile cade negli anni universitari: la laurea in lettere è ottenuta con una tesi sullo stile di Proust, che innesta ovviamente la riflessione sulla memoria. Ma quella della Spaziani fu un’adesione e una fedeltà all’intera poesia d’oltralpe, affinata in successivi lavori di traduzione”.

Maria Luisa Spaziani è stata una figura centrale della letteratura, non solo italiana, del Novecento e dell’inizio del secondo Millennio.

Tipico della poeta è stato un atteggiamento di forte considerazione della poesia a livello di valore etico – estetico.

Non a caso considerava la scrittura poetica stessa come la più alta espressione letteraria e artistica in generale.

Figura dalla personalità intelligente sicura e ironica, coltissima e geniale a livello creativo, ci ha lasciato un patrimonio di raccolte poetiche e di scritti critici di altissima levatura.

E’ da sfatare lo stereotipo che la Spaziani abbia raggiunto, nell’ambiente culturale, importanza e potere grazie alla sua relazione amorosa con Eugenio Montale, che fu per lei anche guida.

Invece si può affermare che, quella con il vincitore del Premio Nobel nel 1975, fu una storia produttiva anche per il poiein e la formazione artistica della Spaziani.

Maria Luisa ha diretto per molti anni il Centro Internazionale Eugenio Montale di Roma, che, secondo le sue intenzioni, vuole essere un archivio della poesia italiana, un luogo non solo fisico dove rintracciare testi di poesia e testimonianze sui poeti stessi.

Il Centro Montale è stato un punto di riferimento per la poesia anche a livello internazionale con l’istituzione di una cattedra di poesia che ha visto, di volta in volta, poeti di tutto il mondo di grande prestigio come relatori.

Anche il Premio Montale, istituito dalla poetessa torinese, è stato una testimonianza per anni della poesia italiana.

Che fine hanno fatto i materiali relativi alle iniziative del Centro?

Si è rivelato come uno dei più importanti, suddiviso nelle sezioni per l’edito e l’inedito.

Per l’inedito stesso, sono stati premiati, di volta in volta, sette poeti pubblicati in volume a cura del Centro.

La giuria del Montale è stata prestigiosissima; infatti ha annoverato nomi come Luzi e Caproni.

La Spaziani è stata anche saggista e molto profondo ed intelligente, a questo proposito, è il suo libro Donne in poesia.

In esso ha redatto delle interviste parapsicologiche con poete di tutto il mondo del passato recente, da Sylvia Plath, ad Anne Saxton, da Anna Achmatova ad Antonia Pozzi.

L’autrice de La stella del libero arbitrio, nel suddetto libro, si è relazionata in modo immaginario, con le poetesse scomparse, definendo come anime piccole quelle morte suicide.

Una finissima consapevolezza della fragilità di molti poeti e poete che per propria natura, anche arrivando ad esiti altissimi e spesso al successo, sono finiti nel peggiore dei modi, non controllando le proprie emozioni.

Invece la poesia può essere salvifica e viatico costruttivo per la gioia, la conoscenza ed una vita piena di stimoli e anche felice, come con la sua lunga e coraggiosa esistenza ha dimostrato la stessa Spaziani.

In “Ario: Fragmenta Labyrinthi”, l’allegoria del labirinto nella pittura e nella poesia di Ariodante Marianni, Eleonora Bellini riporta inizialmente uno scritto dello stesso Marianni sui motivi ispiratori della sua arte.

Questo ha affermato l’artista stesso:-“Dipingendo avevo in mente le cose più disparate: dai miti solari di Ra e di Mitra alla guerra nel Vietnam; le più astratte coppie di opposti, buio – luce, odio – amore, pace – guerra; tutto ciò che è in conflitto, dentro e fuori di noi. Attualmente lavoro a un tema che mi assilla da due anni, denso di suggestioni e di sviluppi e che nel nostro tempo ha interessato più di un artista, da Joyce a Butor, a Sanguineti, a Klee, a Picasso: il tema del labirinto. Esso formerà l’oggetto della mia prossima mostra. Il fatto che io ne riproponga l’immagine in frammenti (l’atto del suo disgregarsi e del suo ricomporsi) come immagine mitica del nostro tempo, ne costituisce la novità principale e il significato più palese”.

Scrive Bellini “che così presentava la sua opera Ariodante Marianni nella scheda a lui dedicata nel catalogo dell’esposizione “DA DOVE VENIAMO CHI SIAMO DOVE ANDIAMO. Il pubblico e l’arte contemporanea”, tenutasi ad Altopascio nell’Antica Magione dei Cavalieri del Tau dal 22 luglio al 2 agosto 1973. Nel testo di presentazione dell’incontro artistico a più voci la curatrice, Lara Vinca Masini poneva Ario tra gli artisti che intendevano “la pittura come espressione di un linguaggio, non come distinzione categoriale”.

In questo articolo mi propongo di offrire alcune linee di lettura sia della fase pittorica di Ario relativa ai fragmenta labyrinthi, sia della presenza del tema del labirinto, o per meglio dire dei suoi frammenti, nella sua poesia.

Ariodante Marianni (1922-2007) è stato un artista che si è rivelato in modo interessante, anche a livello multidisciplinare, nel suo esprimersi parallelo in pittura e in poesia sempre a livello alto.

Inoltre è stato critico, attore di versatile ingegno e traduttore eccellente di poeti anglosassoni.

Per antonomasia l’osmosi tra arte visiva e letteratura (poesia e pittura, appunto) è stata raggiunta dal Nostro con la sua allegoria del labirinto, che l’accompagnò per tutta la vita.

L’idea di ricostruire le figurazioni del labirinto stesso in parti (nell’atto del suo ristrutturarsi e del suo disgregarsi), indica l’innovazione di Marianni nella sua opera.

Il labirinto è una presenza mistica ed esoterica che accompagna l’uomo sin dalla notte dei tempi.

Esso rappresenta e concentra in sé, unificandoli, una grande quantità di simboli antichissimi e profondamente radicati nella nostra coscienza sin dai suoi albori.

Dal “viaggio iniziatico” alla “discesa agli inferi”, dalla “peregrinazione impedita” alla ricerca della conoscenza.

Ario vive il mito del labirinto disgregato e non quello dell’incastro efficiente e funzionale.

E’ stato perfettamente conscio, di voler simbolizzare, nell’epoca del dopoguerra e della ricostruzione, un modello di società, che ha patito gli orrori della guerra stessa, con le sue vittime e le sue atrocità.

Si sente un superstite insieme ad altri e non vuole mettere un velo di silenzio sul mare magnum. del dolore e della distruzione, non ha intenzione di dimenticare: e così continua il suo lavoro.

Il labirinto diviene, quindi, metafora dell’incertezza e della precarietà che costituisce e restituisce il mistero della vita.

Marianni si è anche interessato di fotografia simbolica: a questo proposito intriganti sono le immagini affiancate di un cervello e di un intestino umani (che si ricollegano al labirinto a forma circolare nella versione mesopotamica), recanti su se stesse il motto socratico: conosci te stesso.

Il tema del cervello è ripreso anche in poesia nello studio dell’io e della coscienza di sé.

Il labirinto, dunque, come modello totalizzante, espressione della liquidità della nostra contemporaneità e anche dell’ultima parte del Novecento

In “Le rime di Giacomo Marmitta: poetica della gravitas” Davide Di Poce scrive che “Quest’anno avremmo festeggiato il secentenario della sua nascita. Lo avremmo fatto se con il passare dei secoli non ci fossimo dimenticati di lui, del poeta Giacomo Marmitta.

Il Cinquecento è uno dei periodi più fertili a livello letterario. In quell’immenso arcipelago ci sono isole poco conosciute o non conosciute affatto, ancora tutte da esplorare. In alcuni casi si tratta di scrittori che si pongono sotto l’egida di un modello rispettandolo minuziosamente, devotamente; in altri casi ci si imbatte in scrittori che tentano di far emergere la propria voce, pur entro il sistema del petrarchismo bembesco, forzandone più o meno il perimetro. Tra queste pietre seppellite emerge il nome di Giacomo (o Jacopo o Jacomo) Marmitta, poeta nato il 25 ottobre 1504 e morto il 28 dicembre 1561, originario di Parma, ma vissuto soprattutto a Roma. Amico di Ludovico Dolce e Giovanni Della Casa, lavorò come segretario del cardinale Giovanni Ricci da Montepulciano e, nell’ultima parte della sua vita strinse un forte legame con San Filippo Neri (intorno al 1556) tra le cui braccia morì.

Il valore di Marmitta è stato riconosciuto da alcuni studiosi e poeti nel corso del tempo; sebbene pochissime siano le testimonianze, ce ne sono di importanti. Giacomo Leopardi, ad esempio, vide nei versi di Marmitta una profonda ispirazione, e nel 1828 inserì una poesia nella sua “Crestomazia italiana poetica, cioè scelta di luoghi in verso italiani insigni o per sentimento o per locuzione, raccolti e distribuiti secondo i tempi degli autori, dal conte Giacomo Leopardi”.

Vagliando ciò che a Marmitta era “riuscito o più elegante o più poetico, o anche più filosofico, ed infine più bello”, aveva scelto per la raccolta un’ode, “La primavera”.

Qui si canta la dolcezza della nuova stagione, che scaccia la precedente soverchiata da un cielo brumoso, su uno sfondo pastorale, in cui i “bifolchi” si ritrovano a convegno con tutto il mondo dell’invisibile: i “vaghi amori”, le ninfe, “Dee sante”, gli “Dei silvestri”, i Satiri con il loro erotismo traboccante. Infatti il tema della primavera, dello sbocciare dei fiori, si lega a doppio filo a quello amoroso con l’invocazione, “o bella (…), mia pastorella”, chiamata Filli nei versi successivi, con probabile riferimento al personaggio di Fillide (Phylli) nominato da Properzio nella elegia numero 8 del IV libro.

Costei appare ritrosa alle profferte del poeta, che la invita a godere di questo tempo propizio, perché anche per lei arriverà l’inverno”.

Nel Rinascimento si formarono le idee dell’umanesimo nato in ambito letterario nel XIV secolo per il rinato interesse degli studi classici ad opera soprattutto di Francesco Petrarca.

L’umanesimo influenzò per la prima volta anche le arti figurative e la mentalità corrente.

Giacomo Marmitta s’inserisce nel contesto dei poeti italiani cinquecenteschi con una voce originale.

È sempre interessante e produttivo riattualizzare autori del passato rimasti più o meno nell’oblio, nella sterminata produzione della letteratura.

Il saggio di Donato Di Poce fa emergere il Nostro da un silenzio duraturo e ne delinea con acribia la personalità e il lavoro.

Marmitta può essere definito uno dei poeti minori del Rinascimento italiano.

Cifra essenziale della sua poetica è quella di una vena lirica ed elegiaca, caratterizzata da una forma elegante, icastica e controllata

Nell’ode di Giacomo La primavera è presente, in un contesto naturalistico, una forte tensione verso lo stupore, che fa dell’opera un inno all’amore e alla vita.

In La primavera, nell’incipit, viene detto il fiorito aprile, che scaccia il gelo invernale, insieme ad un vento gentile che dirada la nebbia e rasserena il cielo.

Secondo i canoni umanistici, che si rifanno alla classicità, vengono nominati nella composizione personaggi mitici come le “Dee sante”, gli “Dei silvestri”, le Oreadi e i Satiri, che sono invitati a tornare per dolci danze.

Un’aura di paganesimo emerge qui attraverso le immagini, quelle create da un poeta che sentiva la necessità di uscire dal modello creativo dominante, di esplorare con la sua ricerca nuove possibilità, pur rimanendo nel solco del petrarchismo di Bembo.

Le Rime costituiscono l’unica raccolta di poesie di Marmitta.

Sono divise in due parti che formano un’opera compiuta, che si potrebbe definire un canzoniere.

Le poesie del Nostro hanno la caratteristica di essere costituite da versi centrati sulla pagina, elemento che ne accentua il ritmo incalzante.

I temi delle Rime di Marmitta non sono solo quelli idillico – bucolico e mitologico.

Infatti sono presenti anche poesie politiche, meditative, spirituali e, soprattutto, amorose.

Un poeta interessante che traduce in versi le modalità della sua epoca ricchissima di stimoli, trovando un suo posto sicuro e autonomo nel panorama a lui coevo.

In recensioni ci si sofferma su Malaparte. Vite e leggende di M, Serra, di Gemma Forti, su U. Piersanti, Perdersi. Nel folto dei sentieri, di Roberto Marconi, su Cuore tedesco di A. Bolaffi, di Velio Carratoni

Nello scritto su Vite e leggende di M. Serra, Gemma Forti afferma “che Maurizio Serra, saggista, ambasciatore d’Italia all’UNESCO, autore di numerosi volumi sulla cultura del Novecento, ci offre, con la traduzione italiana di Alberto Folin, nella collana “I nodi” della Marsilio, questa biografia, a tutto campo, già pubblicata in Francia nel 2011 dall’editore Grasset, col titolo originale “Malaparte. Vies et légendes”.

Curzio Malaparte, nome d’arte di Kurt Erich Suckert (1898-1957), cimentatosi anche come regista cinematografico (Il Cristo proibito). Noto all’estero, soprattutto, per i romanzi, “Kaputt” e” La pelle”, resoconti in parte autobiografici dell’esperienza di giornalista ed ufficiale durante la seconda guerra mondiale.

“Kaputt”, scritto tra il 1941 e il 1943 è una storia originale, non avendo una trama vera e propria, essendo una serie di episodi più o meno autobiografici, dentro la cornice bellica del racconto. Composto in italiano, contiene inserti in lingue europee e slave, (per lo più francese e tedesco senza traduzione). Un libro crudele in uno stile visionario, a volte brutale, a tratti poetico, rivestito di ironia surreale. Un affresco impietoso della decadenza europea. Originale anche la suddivisione dell’opera in sei parti, riferite ad animali.

“La pelle”, pubblicato nel 1949, ambientato per lo più a Napoli, narra l’occupazione alleata in Italia dal 1943 al 1945, mettendo in risalto la disperazione e la corruzione degli italiani disfatti e sconfitti”.

Malaparte non è stato un tuttologo; infatti, in ogni campo artistico o culturale, nel quale si è espresso, ha sempre dimostrato competenze e creatività notevoli, a volte superlative.

Figura di intellettuale e artista geniale, seppure ambigua e inquieta, a livello di romanziere si è espresso con esiti altissimi.

A dimostrazione di questo, il suo nome ha raggiunto una grandissima notorietà a livello internazionale.

Da “La pelle” è stato tratto nel 1981 un film di Liliana Cavani.

Il Nostro è stato profondamente, grazie alla sua intelligente e critica sensibilità, cittadino del suo tempo, epoca che è riuscito a tradurre e rappresentare mirabilmente, con la sua opera in toto.

Oltre ad essere scrittore Curzio è stato giornalista, ufficiale, poeta e saggista.

Inoltre si è rivelato come regista cinematografico di un solo film e anche come autore teatrale.

Proprio l’attività cinematografica e teatrale di Malaparte è stata oggetto di un interessantissimo saggio di Giuseppe Panella, intitolato La vocazione sospesa, Fermenti Editrice, 2013.

Nel suddetto libro Panella mette in rilievo la considerazione del teatro , che lo viveva e lo praticava, mantenendo l’impegno di lottare contro la censura preventiva, teatro considerato come una missione civile.

Grande merito del pratese è stato quello di analizzare (e poi usare) la pellicola per la diffusione dei propri temi e delle ambizioni ideologiche e poetiche.

Nel nostro postmoderno, nella nostra contemporaneità, nelle nostre vite, che si svolgono sotto il segno di una democrazia, con tutte le contraddizioni della dittatura mediatica e del consumismo, l’opera di Malaparte va recuperata come mirabile sintesi di una provenienza, di una storia recente dolorosa, che non è possibile rimuovere o dimenticare.

Nel pezzo su “Nel folto dei sentieri”, di Umberto Piersanti, Roberto Marconi scrive “che fedele a se stesso e al suo canto nella nuova opera Umberto Piersanti ci guida tra immemorabili cammini, nel folto dei propri sentieri vitali, come indica la scelta del titolo, peraltro piersantiano più che mai; egli prende per mano chi vuole genuinamente avventurarsi, lo lascia quasi subito, tra i passi preferiti, d’altronde “chi non sa dove andare/ meglio cammina” e da lontano dice “godi l’aria/ dimentichi la strada del ritorno”, se ci pensi un poco “quant’è dolce/ perdere la strada”.

Fatte le dovute differenze, il libro ricorda alcune prose di Robert Walser, dove egli stesso, teneramente, si abbandona a puntuali e sterminate passeggiate salutari, come ribadiva Walter Benjamin: dopo poche frasi chi leggeva era perso; poiché tali storie sono “di una delicatezza quasi inconsueta” e in esse c’è sempre “l’aria pura e forte della vita che guarisce”.

Fare esperienza della natura (con attenti bestiari, diversità botaniche, soffi universali), della storia (non c’è discorso con Umberto che non sia cronaca), dei cari (tra tutti il figlio: “perfetto e disegnato/ che il” male offende/ ma non piega”), questa è la circostanza amata e trasmessa dal poeta, da sempre indagatore d’aree topiche e cruciali figure ormai distinte da lettori attenti”.

La poetica di Umberto Piersanti ha per oggetto i luoghi, che il poeta di Urbino ama e vive, percorrendoli e contemplandoli, nel suo interiorizzarli e farne immagini del suo poiein.

Si tratta di parti del paesaggio, che si collocano in una natura nuda, tra filari di alberi, greppie, corridoi di prati.

Piersanti s’immerge tout-court nell’ambiente vegetale e collinare delle Marche, ripercorrendo sentieri che conosce in ogni minimo dettaglio, ma che, di volta in volta, si riattualizzano nello stupore della gioia, come se fossero visti per la prima volta, illuminati da una luce vergine.

Attraverso la scrittura i luoghi s’innestano nel tempo, secondo la nozione del cronotopo e l’attimo diviene quella feritoia per la quale la parola s’innesta sulla pagina.

Tra tutti i luoghi detti dal poeta si ricorda Le Cesane. mitizzato nei ricordi degli amori

Sembrerebbe una poesia descrittiva, invece è frutto di una cosciente adesione dell’io-poetante a tutto quello che lo circonda nel paesaggio idilliaco, dove quasi naufragare leopardianamente.

Il figlio Jacopo accompagna il poeta nel suo perdersi volontariamente nella natura incontaminata, a indifferenziarsi in una fusione ontologica con la natura stessa, per ritrovare una quintessenza, un senso e un sapore della vita che, nel clima urbano sembra ormai irrimediabilmente perduto.

E allora si comprende il significato del gesto dell’addentrarsi nel folto dei propri sentieri vitali, quando è sufficiente camminare, anche se non si conosce la meta del proprio percorso.

Proprio così s’invera lo spaesamento, che diviene quasi ludico ritorno all’adolescenza, ad una salutare immaturità, che, del resto, è tipica dei poeti.

Con un tessuto linguistico, connotato da una dimensione espressiva unica, originalissima, l’andamento dei versi procede perfettamente controllato, simultaneo, potremmo immaginare, al camminare del poeta tra radure e boschi, oasi fantastiche e mitiche che, di volta in volta, si fanno realtà necessaria.

La natura, detta dal poeta neolirico, è definibile di tipo classico, nella sua essenza, idilliaca, avvolgente, protettiva e luminosa.

Nella sezione Attualità è presente il testo su Cuore tedesco (Il modello Germania, l’Italia e la crisi europea) di Angelo Bolaffi, a cura di Velio Carratoni.

Scrive Carratoni “che sono ormai vari anni, a più riprese, che si parla di Germania. Dal dopoguerra in poi. E dopo il crollo del muro in molti hanno tifato per una sua ripresa economica. In nome di un’egemonia forse troppo sperata non solo in Europa. Tanti gli stati, per sua tenacia, potenzialità, l’’hanno sostenuta. Permettendo tante decisioni da paese guida.

Si è trattato quasi sempre di un affidamento per delega a senso unico o per recriminazione per rivalsa o per discutibile pretestuosità a seconda di situazioni pseudo autonomiste. Più per fare effetto che per convinta decisione. Le interpretazioni verso la madre comune sono state contraddittorie. La tendenza ha saputo quasi sempre di venerazione verso il cuore tedesco.

Tutti l’hanno dimostrato. Le stesse forze autonome sono sembrate scisse, convenzionali, non convinte. Così è emersa una supremazia più atavica che di libera scelta. Con i governi Berlusconi (con Tremonti e Bossi capi schiera) quando mai si è voluta raffrenare certa supremazia attribuita per patto di sangue. Ora i Salvini, le Meloni o Le Pen Grillo vorrebbero recriminare autonomie da farse esibizionistiche.

Nel frangente attuale, Bolaffi sembra suggerire che il lungo viaggio “attorno al cuore tedesco d’Europa porta a ridefinire un ruolo della crisi attuale: tocca ai tedeschi di assumersi la responsabilità storica di salvare l’Europa, dopo averla affondata due volte in passato.

Ed è necessario che esercitino con saggezza e lungimiranza l’egemonia che loro compete”.

La Germania è uno stato membro dell’Unione europea situato nell’Europa centro-occidentale.

Con più di 82 milioni di cittadini è il paese più abitato dell’Unione europea e per destinazione dell’immigrazione internazionale è il secondo paese al mondo dopo gli USA.

Nel 1949, dopo la Seconda guerra mondiale, la Germania fu divisa in due paesi separati (Germania Occidentale e Germania Orientale).

Lungo i confini d’occupazione alleata i due stati si riunificarono solo nel 1990.

La Germania è la quarta potenza economica mondiale dopo Stati Uniti, Cina e Giappone.

La prosperità della Germania, da due secoli, si basa sull’industria pesante

La presenza di ingenti giacimenti di carbone fece sorgere le acciaierie e le industrie chimiche e la metallurgia tedesca è la più fiorente in Europa.

L’alto sviluppo delle industrie tedesche garantisce ricchezza al paese.

La fusione delle due Germanie ha reso la Nuova Germania ancora più forte dal punto di vista finanziario.

Proprio la forza economica della Germania ha creato la sua egemonia e la rende paese leader in Europa, guida degli altri stati che spesso attraversano periodi di grande crisi.

Emblematico, a questo proposito il caso dello sconvolgimento della Grecia, iniziato alla fine del 2009, per il quale si e verificato il fallimento delle banche.

In questo stato si vive in grande austerità, usufruendo di un prestito dell’Eurozona.e di altri enti internazionali.

Da notare che Bolaffi utilizza la parola cuore per definire la Germania attuale, un termine che non ha nulla a che vedere con la politica e l’economia.

Infatti il cuore è simbolo di moralità, emotività e spiritualità insite nell’essere umano.

P.S.
Le parti in corsivo e tra virgolette sono riportate direttamente dal testo della rivista “Fermenti” 243

Recensione
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