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Fermenti 244 (2016)

Considerazioni sui racconti - narrativa

Notevolmente ricco per numero di pagine e con un sommario molto articolato il numero 244 di “Fermenti”, rivista a carattere culturale, informativo, d’attualità e costume, pubblicata in collaborazione con la Fondazione Marino Piazzolla di Roma, diretta da Velio Carratoni,

In questa sede ci soffermiamo sulla sezione narrativa. In particolare presentando i racconti: Un genitore multiuso di Velio Carratoni e Il pedaggio di Gemma Forti, come assaggio di altre rubriche o spazi riguardanti la letteratura o altre ricerche stimolanti.

L’autore della prima narrazione è Velio Carratoni, giornalista e scrittore, fondatore, nel 1971, del periodico a carattere culturale, informativo, d’attualità e costume “Fermenti”. Il narratore è stato definito da Donato Di Stasi un maestro dell’alienazione contemporanea, basti osservare la precisione sociologica con la quale le sue parole d’acciaio scardinano le sofferenze individuali e collettive.

Un genitore multiuso è un racconto breve in terza persona, sui temi dell’adulterio e su quello, ad esso connesso, del rapporto padre – figlia. Vengono nel testo dette delle relazioni interpersonali profonde con le loro difficoltà e angustie, ma anche con il sollievo che possono apportare. Infatti nella diegesi Cosimo è infedele alla moglie Marisa, vivendo una storia parallela con Miriam. Quest’ultima ha un legame intenso e quasi di dipendenza con suo padre, personaggio centrale nel plot.

Il brano ha inizio con la descrizione di Cosimo e Miriam nell’atto del guardare atterriti la televisione seduti sul divano in salotto. Il loro sgomento deriva dal fatto che sono mandati in onda dei resoconti tristissimi e sconvolgenti da Parigi, riguardanti, presumibilmente, il recente attentato terroristico organizzato dall’Isis.

L’uomo si rivolge alla ragazza rivelandole la sua consapevolezza delle difficoltà del loro rapporto e aggiunge di essere convinto che il genitore della stessa amante, qualche volta, viene incontro a loro due. Infatti, ai suoi comportamenti ambigui, ne seguono altri affabili anche se sibillini. Miriam l’ascolta attentamente e, al suo disagio, si aggiunge il fatto che, nel lavoro, che svolge nello studio legale del padre, si sente inadeguata e ha seri problemi, non riuscendo a mandare avanti le pratiche e deve farsi aiutare.

Viene compiuta una descrizione minuziosa della fisicità di Miriam e il personaggio è delineato, in gran parte, tramite la sua corporeità e le sue sensazioni, anche in rapporto ai gesti di Cosimo di stringerle il braccio destro e di massaggiarla intorno al collo raggelato.

Marisa, che minaccia di lasciare il marito e gli rinfaccia di essere del tutto assente con i due figli, viene tratteggiata, al contrario di Miriam, come una donna laboriosa, che svolge i lavori di parrucchiera e di estetista. Ella si realizza abbastanza nelle sue attività, anche per il ruolo che molte delle sue clienti, di varie generazioni, le affidano durante i trattamenti di bellezza. Così diventa la loro confidente di ogni tipo di situazione personale, anche molto intima Paradossalmente, il marito si rivela per lei più estraneo delle donne che ricercano la sua competenza.

Il personaggio sul quale si focalizza maggiormente Velio è proprio Miriam, figlia unica, che vorrebbe ottenere subito la realizzazione di ogni suo desiderio. Invece la ragazza sprofonda sempre più nel baratro della depressione, trovando, nel suo accomodarsi sul divano, uno sfogo ai suoi dolori e alle tante angosce, nel ricercare riflessi fissando il soffitto e le pareti.

Così vagheggia la fuga da Cosimo, dallo studio e dallo stesso padre. Non senza autocompiacimenti sale in macchina (per mete coinvolgenti e squallide che non sveliamo per non bruciare parti salienti della trama), guidando fino a parcheggiare in luoghi scelti a caso. Di solito ritorna al luogo di lavoro, dove ritrova moltissime pratiche, ma lei confonde una stanza con l’altra, un fascicolo con un altro.

Il padre chiede a Miriam perché Cosimo non lascia la moglie e lei risponde che senza di lui peggiorerebbe ulteriormente la sua situazione e che l’uomo ama lei e non Marisa. Quest’ultima non abbandona il marito a causa dei due figli, anche se, in effetti, la loro unione è quasi inesistente.

Il papà per la ragazza è una figura di riferimento fondamentale. La donna ne è affascinata e lo considera come la sua ombra, una persona speciale che le dà un senso di protezione. Lo stesso genitore, per rimanere legato alla figlia, si chiede cosa possa fare per aiutarla nella sua relazione, senza tralasciare un sostegno anche per il suo partner.

Morbosità e connivenza caratterizzano il legame padre – figlia, insieme ad una comprensione reciproca. In un gioco malsano il genitore stesso, in certe ore della sera, va alla ricerca di odori scaturiti dalla loro intimità e riesce ad annusare qualcosa. Proprio dopo avere percepito tali odori si dedica a pensieri sulla ragazza inconfessabili, imprevisti, quasi incestuosi.

Personaggi non prevedibili si muovono e interagiscono secondo le loro affinità e diversità. La ricerca della propria identità diviene la pulsione dominante, in un intreccio intrigante ed enigmatico. La crisi della famiglia postmoderna, argomento già trattato da Carratoni in altri racconti, sembra sottendere tutto il discorso della narrazione, realizzata con uno stile icastico ed efficace molto originale.

In Il pedaggio Gemma Forti, poetessa e scrittrice nata a Roma, si delinea come un esempio di scrittura in terza persona, realistica nella sua precisione, intrigante nell’affabulazione.

Protagonista è Julia, una scrittrice che trova il suo porto franco, la sua pace, il suo rifugio per lavorare, in un pittoresco borgo tra le montagne. Nell’incipit la donna ha lasciato la sua baita da un quarto d’ora, uscendo non appena la pendola annuncia lo scoccare della mezzanotte, nella ricerca dell’aria fresca e salubre per tonificarsi nell’anima e nel corpo, per disintossicarsi dallo smog cittadino.

Spera di non incontrare nessuno perché il pedaggio da pagare, centrale nell’intreccio e che dà il titolo al racconto, nella sua permanenza nel paesino, è quello della maldicenza. Non a caso in quel luogo Julia recita il ruolo della forestiera e tale condizione fa calamitare su di lei tutti gli sguardi degli abitanti del piccolo centro. Ella è considerata da loro una misteriosa transfuga a causa della tipica mentalità provinciale.

La località si rivela un vero covo di serpi e alla donna viene affibbiato il nome di Etera, per il suo tono distaccato e quasi solenne. Poi, dopo che la protagonista viene adocchiata con un giovane aitante ed elegante, che la bacia intorno alla bocca, le dicerie su di lei spariscono.

Nella sua passeggiata notturna Julia si sente apostrofare proprio dall’ultima persona al mondo che avrebbe voluto incontrare. Si tratta di una figura molto sgradevole nell’aspetto fisico, grassa informe e untuosa, di nome Leo. Nel sinistro individuo l’aspetto fisico si riflette sulle sue prerogative caratteriali e morali. Infatti è un sordido personaggio che sbarca il lunario scroccando cibarie e bevande ai suoi conoscenti in bar e ristoranti, mentre racconta pettegolezzi del tutto inventati su varie persone bersaglio. E’ bulimico e lascivo e gli uomini lo temono a causa del suo peculiare narcisismo, per il quale si ritiene attraente e conturbante.

Leo racconta, a chi gli capita, episodi sulla sua vita intima più o meno inventati, trasmettendo con leggerezza maldicenze e diffamazioni, creando scandali. Per il suo modo di fare non ha da tempo amici sinceri, ad eccezione di Domitilla, un’attempata zitella, allampanata, leggermente strabica, con lunghi capelli ricci, tinti di un volgare rosso carota, per attrarre l’attenzione. Non a caso la donna è un personaggio a lui speculare e ha una lingua biforcuta e affilata. Vive in un mondo che è del tutto una proiezione della sua fantasia, universo di intrecci erotici, nei quali è lei la dominatrice e si crede una seducente vamp. Leo e Domitilla sono degni compari e creano infamie con le loro perverse fantasie.

Le sorelle maggiori della donna l’avevano abbandonata da diversi anni, temendo di rimanere coinvolte anche loro nelle sue tresche distruttive.

Poi la narrazione si focalizza di nuovo su Julia che osserva Leo e medita una sottile vendetta nei suoi confronti da attuarsi una volta tornata alla baita. La donna trova il coraggio di congedare bruscamente il losco e asfissiante figuro, lasciandolo senza parole e, nel tragitto di quindici minuti per arrivare alla dimora, per sua fortuna, non incontra nessuno.

Da notare che il racconto è suddiviso in brevi frammenti, elemento che ne accresce felicemente il senso di sospensione e mistero.

Come scrive la Forti, Julia era una ricercatrice esistenziale che inventariava tutto in pagine strutturate e si firmava con uno pseudonimo nelle sue pubblicazioni. Nessuno del posto sapeva che era una scrittrice.

La vendetta della donna consiste proprio nello scrivere su Leo e Domitilla, sulle loro vite, partendo dagli elementi di realtà, per poi dare spazio alla fantasia. Ella accresce o attenua i loro pregi e i loro difetti nel suo scritto, che compone sorridendo per giungere ad una catarsi, ad una sublimazione del male del tutto gratuito e offensivo compiuto dai due sordidi soggetti. Nel racconto Gemma, creando il tipo di una scrittrice nell’atto di produrre, compie consapevolmente il riuscitissimo gioco della scrittura, attraverso piani intriganti che si compenetrano.

Dalle due storie riassunte emerge lo scopo di Fermenti in campo narrativo: descrivere per non perdere di vista qual è il senso da non annullare, favorendo il dettaglio di ciò che, in tempi di sintesi e di frastornamenti si vorrebbero limitare, in nome dell'approssimazione scontata.

Storie, scoperte, riproposte dei dettagli rendono il narrare come un decifrare o ripropongono aspetti diversi del vivere?

Recensione
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