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Fermenti 244 (2016)

Considerazioni sulle poesie

Molto ricco per numero di pagine e con un sommario molto articolato il numero 244 di “Fermenti”, rivista a carattere culturale, informativo, d’attualità e costume, pubblicata in collaborazione con la Fondazione Marino Piazzolla di Roma, diretta da Velio Carratoni,

In questa sede ci soffermiamo sulla sezione poesia, in particolare su Sinapsi della mente di Ariodante Marianni, Tradiombra di Bruno Conte, Non ci coinvolse lo spettacolo di Liliana Ugolini, La rimozione di Maria Pia Argentieri, Ora allora ancora di Eleonora Bellini.

Sinapsi della mente di Ariodante Marianni, nato a Napoli, (1922 – 2007) comprende tre brevi liriche che, come scrive nella nota Eleonora Bellini, sono tratte da cartellette di appunti inediti di Marianni, già scelti dal poeta allo scopo di selezionare poesie destinate ad una revisione prima della pubblicazione, e datano ai primi anni del nostro millennio.

Si tratta di tre componimenti raffinati e ben cesellati, veloci e luminosi nella loro icasticità e leggerezza.. La forma è elegante e il dettato ben controllato,

Si evincono chiarezza e nitore nello stile neolirico del poeta, le cui composizioni sono connotate da una forte linearità dell’incanto.

In Nell’eternità Marianni considera il tempo della sua vita dal principio alla fine come inserito nell’infinito, in una ricerca del senso dell’esistere. Le poesie sono concentrate, compatte e ben risolte a livello stilistico e nella chiusa è bellissima la sinestesia: :-“ …e il mare a occidente/ è fuso metallo luminoso.”-.

Sono presenti il tema del tempo e quello della luce. In Cerco di catturare c’è un tu, presumibilmente femminile, al quale il poeta si rivolge dicendo che vuole catturarne l’immagine che scolora mentre le sue sinapsi della mente si surriscaldano.

Difficile è trovare la via è formata da due distici, nei quali vengono formulate due domande, da una quartina irregolare. Riuscita ed efficace in questo componimento l’espressione surgelare l’istante, mentre il poeta si chiede chi sia capace di leggere i segni e chi sappia pensare l’impensabile. Esprimendo una vena tout-court filosofica, Ariodante afferma che è difficile trovare la via e più difficile ancora percorrerla una volta trovata.

Un’esperienza felice quella della scrittura in questi testi di Ariodante, poeta che prediligeva il tema del labirinto a livello poetico e anche figurativo.

Tradiombra di Bruno Conte, nato a Roma, è un’immagine figurativa, di carattere astratto metafisico, unita ad una serie di sedici frammenti poetici con lo stesso titolo, tutti in ininterrotta sequenza, tranne il quinto che è formato da tre periodi.

Poetica concettuale quella di Conte, sia a livello pittorico, sia sul piano della scrittura. Il disegno di Bruno, in bianco e nero rappresenta sei riquadri di forma rettangolare aperti in basso, disposti in due serie di tre sovrapposte. Nella prima struttura è inserita la metà di un volto bianco con gli occhi e la bocca chiusi, mentre dal lato destro della sesta configurazione si sporge un viso scuro con la bocca e gli occhi aperti, atteggiato in una smorfia di rabbia o stupore.

Intorno ai rettangoli aleggiano trattini neri che potrebbero essere letti come gocce di pioggia che battono su una finestra. Nella sequenza, osservando le finestre nel loro ordine, sembra quasi di scorgere sei fotogrammi di una pellicola cinematografica che delineano il movimento di un viso con una bocca e due occhi nel loro schiudersi.

E’evocato un senso di mistero e magia nei versi di Conte in Tradiombra: già il titolo pare evidenziare, nell’unione di due parole, la presenza di un’ombra sfuggente che tradisce, appunto, un’ombra untuosa come viene definita nel primo segmento.

Non dimentichiamo che da Jung l’ombra viene identificata come l’insieme delle funzioni e degli atteggiamenti non sviluppati della personalità. Quindi la stessa ombra può essere considerata come qualcosa di oscuro, di inconscio, che deve essere riportato alla coscienza, alla luce.

In effetti, rispetto a quanto si è detto, le poesie di Conte sembrano essere il precipitato di una forma che emerge in superficie, scaturendo da remotissime profondità, per il loro forte contenuto alogico.

Un chiaroscuro anche morale emerge dalle opere testuali dell’artista e non manca, come alternativa, la luce detta in maniera pessimistica e dolorosa:-“desolata luce/ svelata ombra inversa…”-. Anche il tema del sogno viene affrontato in un bellissimo segmento:-“La foglia/ raccolta nel sogno/ diviene fossile/ nella roccia del giorno”-. Qui il dato naturalistico foglia, nel suo essere sognata, si condensa nel risveglio, fino a farsi fossile, una vita che diviene morte.

Pure la tematica del tempo viene inserita da Conte quando in una poesia angosciante viene detta l’attesa in una sala con le ore che si gonfiano e i minuti che pregano nel proprio cuore senza tinta.

Magia evocativa e sospensione caratterizzano Tradiombra che raggiunge un’altissima icasticità anche per l’intersecarsi produttivo delle due linee espressive con una venatura di neo orfismo.

Un poiein tout-court antilirico e antielegiaco, quello dell’autore, connotato da una cifra intellettualistica in un percorso che si fa pieno di senso dall’informale al formale, come un sogno che venga interpretato.

Non manca un riferimento mistico quando viene detta, sempre tra oscurità e luminosità una figura divina che benedice disegnata dal terremoto. Visionarietà in quello che può considerarsi tout-court un esercizio di conoscenza.

Non ci coinvolse lo spettacolo di Liliana Ugolini, nata a Firenze dove vive, è una serie di sei poesie, tutte senza titolo. Interessante la prima che si potrebbe considerare eponima rispetto al nome della sequenza. In essa si fa riferimento ad un’esibizione della quale vengono dati pochi particolari e che risulta complessivamente essere indeterminata, indefinita.

Nel componimento si realizza un’atmosfera di vaga bellezza, sospensione e magia, con una grande varietà di tematiche e toni. Spicca nella composizione l’eleganza del dettato, costituito da molte frasi che procedono per accumulo. La struttura è controllata e ben coordinata.

Dalla descrizione sembrerebbe trattarsi di uno spettacolo teatrale a partire dall’incipit:-“Un rituale andirivieni/ sul fondo dissordante musicale”. Poi la poeta afferma che non vide che occhi spenti e facce smorte e sembra essere pervasa da una forte disarmonia rispetto all’ambiente che la circonda. Il ritmo è incalzante e si crea una certa musicalità nel sovrapporsi di versi eterogenei per lunghezza.

Si realizza un controsenso nella parte finale quando è detto che, nonostante lo spettacolo non avesse coinvolto, il fine era raggiunto. E così dopo la rappresentazione si diviene liberi di andare (dove?) e si fa avanti la figura arcana di una Gina lavandaia, personaggio riferito ad altri tempi.

Spesso domina una vena anarchica che sfiora l’alogico, con l’avvicendarsi di versi che, nel loro insieme, si realizzano con accensioni e spegnimenti fulminanti. Il senso di mistero si accentua anche per la mancanza dei titoli. e viene detto il tempo, al cui cospetto si sta con occhi bendati.

Nonostante le apparenze si evidenzia un accentuato controllo stilistico e si respira un vago senso neo orfico. Bella la poesia sull’ape che danza la comunicazione in linguaggi comprensibili. Si potrebbe dire che è l’ape stessa nelle traiettorie del suo volare a scrivere i versi e viene detta la storia che travalica sogni e bisogni;. Questa è una poesia descrittiva che si potrebbe definire in terza persona.

Invece nella quarta poesia a esprimersi è l’io – poetante che risulta essere molto autocentrato e viene confermato il tono oscuro, complesso, che è il comune denominatore di ognuna delle composizioni. Nel componimento numero 4 colpisce l’incipit icastico:-“Ho rallentato il passo ed il respiro/ fino a fermarmi immobile/ mentre il caos impazza”-. Chi scrive qui vive un interanimarsi con la natura, una natura che supera i suoi limiti quando si accenna alle bacche che spingono i tronchi fino all’esplosione.

Una tensione verso il sogno e l’indicibile si esprime nella quinta opera che è forse la più alta. Qui protagonista si fa la storia detta in modo metafisico perché definita infinita nel suo ritornare sbucata dalle membra di un anfratto nella piantina precoce dal futuro ignaro. Viene così toccato il tema dell’eterno ritorno.

Poetica che ha come cifra essenziale la lucidità e l’intelligenza, quella della Ugolini, che, attraverso dati sensibili, raggiunge una forte valenza icastica. Coglie nel segno la varietà dei temi affrontati con originalità e con strumenti molto consapevoli e versatili.

Non manca una vena ludica, espressa con rara maestria, derivante dalla forte coscienza letteraria, dalla consapevolezza dell’autrice del suo fare poesia.

La rimozione di Maria Pia Argentieri, nata a Roma, è una sequenza formata da otto parti, situate in un’unica pagina. Poetica intellettualistica quella dell’autrice a partire dal titolo, che dimostra i suoi intenti. Per la psicoanalisi la rimozione è un meccanismo psichico che allontana dalla coscienza desideri, pensieri e residui mnestici.

Sono proprio immaginazioni, situazioni e persone rimosse che divengono la materia della poetica dell’Argentieri in questa sua prova. Dall’inconscio riaffiorano immagini che si fanno poesia, sfiorando spesso l’alogico. Nella scrittura si delinea una fortissima densità metaforica e sinestesica e i versi si strutturano sulla pagina in modo anarchico.

I sintagmi nel loro fluire hanno una forte musicalità e ritmicità e producono una melodia incantatoria di forte suggestione. Il tono è didascalico ed è difficile cogliere il senso detto nelle strofe per lo stile oscuro e criptico.

Interessante il breve distico iniziale:-“La Rimozione salva/ la Rimozione perde…”- Da questi due versi si può evincere che per l’autrice la rimozione stessa ha una natura ambivalente, positiva e negativa.

Da mettere in rilievo la scelta di Maria Pia di scrivere la parola rimozione con la r maiuscola, elemento che crea ridondanza a livello semantico.

Prevale il tema del male detto in modo indefinito e in molte maniere. Infatti si parla di inganni e mente pavida, della guerra in Cambogia e in Vietnam, di rimorsi e dello specchio inesorabile riflesso della rimozione stessa.

Nell’ultima strofa, a sorpresa, l’atmosfera che sottende i versi si fa meno cupa, quasi serena. Infatti qui si parla del risveglio che ci sarà ai rintocchi della campana, quando non resterà che scegliere tra la veglia o un altro sonno, tra l’acqua sorgiva o una dose di buon whisky.

Cifra intellettualistica, tendente al notturno e all’indefinito, tra accensioni e spegnimenti quella dell’Argentieri.

La brevissima silloge Ora allora ancora di Eleonora Bellini è suddivisa in due parti: Compianto sui figli perduti e Baluardi. Nella prima sezione è affrontato il tema attualissimo e doloroso dell’accoglienza in Europa dei profughi siriani fuggiti dalla guerra.

La poeta mostra con molta lungimiranza un atteggiamento di pietà e non di pietismo verso i bambini annegati e la loro morte viene detta con dolcezza e il dolore è controllato e senza autocompiacimenti o retorica: “…/ancora e ancora approdano tra fiori/ d’alga e gusci di conchiglie…”, “…Li veglia/ l’argento della luna/…”.

I versi, avvolti da una musicalità cantilenante, procedono per accumulo e l’aggettivazione è frequente. Presentano una struttura geometrica con un’alternanza di cinque serie di sezioni formate da due strofe, la prima con l’incipit Bambini, la seconda con O vocativo all’inizio.

I bambini morti sono visti con un sentimento materno in quanto sono definiti figli. Inoltre sono paragonati ai nipotini occidentali della poeta che sul divano sillabano una filastrocca e forse si addormentano. Visionarietà e narratività nel tessuto linguistico della Bellini in una vena affabulante sono cifra essenziale del linguaggio

Si delinea una notevole musicalità, raggiunta attraverso un ritmo serrato e sincopato nei versi armonici connotati da chiarezza e leggerezza.

La sequenza Baluardi è suddivisa in tre segmenti: Ora, allora e ancora. I versi sono articolati e fluidi nella loro scorrevolezza e nel primo segmento incontriamo una suggestiva raffigurazione di un paesaggio alpino non priva di numinosità. Viene detto un ambiente brullo, privo di neve nella siccità, che si potrebbe definire nevaio in un’atmosfera di limbo, in una natura nella quale i ghiacciai del Monte Rosa non risplendono nell’innegabile fascino dell’alta montagna.

Allora e ancora sono entrambi costituiti da due strofe e sembrano avere una certa autonomia rispetto al primo segmento: si tratta di due parti intellettualistiche e protagonista in esse è la storia.

Una storia che non insegna, che non è maestra di vita, come affermano i due misteriosi protagonisti agnostici che scendono a valle lungo la strada provinciale costellata da capannoni e centri commerciali.

Viene espresso un argomento di carattere sociale e politico perché è riportato che, dopo la caduta del muro di Berlino, sono sorte tante altre muraglie munite contro il povero e contro lo straniero in un’aura di silenzio che diviene simbolo del male.

I due agnostici, dei quali ogni riferimento rimane taciuto, nel loro dubbio, incarnano anche il tema religioso. C’è una venatura di sospensione nelle descrizioni di Eleonora che si armonizzano bene con le riflessioni sulla storia.

Nell’ultima strofa in corsivo viene fatto un accenno ad un avvenimento del 2015 che s’inserisce nel contesto della guerra tra Israeliani e Palestinesi. Le ruspe israeliane infatti sradicano ulivi centenari per fare strada ad un muro, la cui edificazione fece perdere i campi a cinquantotto famiglie palestinesi.

Del tutto originali i componimenti della Bellini, che esprime una poetica civile con uno sguardo su avvenimenti della politica internazionale. Il tessuto linguistico presenta spesso accensioni e spegnimenti neolirici nelle descrizioni naturalistiche molto intense e sentite.

Recensione
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