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Rivista “Fermenti” 245 (2017)

Narrativa / Racconti

Ricco per numero di pagine e con un sommario articolato il numero 245 di “Fermenti”, rivista a carattere culturale, informativo, d’attualità e costume, diretta da Velio Carratoni.

Ci occupiamo per la sezione narrativa, in particolare, dei racconti Uriano di Bruno Conte, La collana di perle di Gemma Forti e Gelo di Velio Carratoni.

Bruno Conte, nato a Roma, svolge attività letteraria e operatività in campo figurativo, di carattere astratto e metafisico.

Non a caso il racconto Uriano, scritto in terza persona, è illustrato da un suo disegno in bianco e nero di tipo vagamente informale che potrebbe essere accostato per la sua struttura ad una macchia del test psicodiagnostico Rorschach.

Si crea nel lavoro una continuità tra i due livelli espressivi e il comune denominatore che li lega: una indefinitezza da cui sono entrambi connotati.

Il nome Uriano designa un piccolo paese che prima contava mille abitanti e ora è abitato solo da cento cittadini.

E’ una località di luogo estremo, ma con caratteristiche del tradizionale conosciuto. Dalla descrizione dell’autore il sito, che prende il nome da Urano, pianeta freddo e remoto, sembra essere, pur facendo parte della Terra, un posto fuori dallo spazio abituale.

Come un insieme architettonico familiare e vissuto nel tempo è indicato questo luogo, come potrebbe essere quello di un paesino dell’Umbria nel 1950. Tuttavia la sua distanza è incommensurabile, così isolato e freddo, oltre Nord.

Per le atmosfere che delinea lo scrittore, si potrebbe definire il racconto appartenente al genere fantasy con una venatura di surrealismo anche per il particolare clima di Uranio che è di un freddo stabile e che non conosce stagioni.

Qui non nevica, non piove e non tira vento e c’è solo il gelo che aderisce ai muri delle case. Lo stesso rigore sussiste come principio dominante.

Tutto il plot si gioca in un contesto di magia e sospensione perché il paese pare appartenere ad uno stato incerto, ad un territorio che sembra non avere interesse ad essere rivendicato.

Anche la lingua che qui si parla è quella di tutti e di nessuno e potrebbe assomigliare all’esperanto o, come dice Conte ironicamente, all’esasperanto e questo elemento crea la condizione che tutti i nomi, a partire da quello della cittadina stessa, sono tradotti.

L’artista si sofferma anche sugli abitanti di Uriano come il sindaco che, pingue e miope, si trastulla dietro la sua scrivania con dei bianchi fogli di carta, ma si propone di non parlare di tutti i residenti. Infatti questo sarebbe noioso e nella sua scrittura evocativa ed avvertita afferma che sarebbe meglio lasciare che qualche

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figura casualmente si affacciasse per subito scomparire nella nebbia assente. Quest’ultima sembra assunta nella consistenza delle cose per accrescere il fascino misterioso del cronotopo Uranio.

Bruno prosegue nella sua diegesi con una minuziosa descrizione della vita in questo luogo attraverso la sua quotidianità e tutto è pervaso da un alone di mistero.

Gli abitanti si spostano prevalentemente a piedi e ci sono solo tre automobili e qualche bicicletta.

In un’atmosfera visionaria è immerso il posto, con condizioni meteorologiche connotate da una suggestione glaciale, un pensiero emerso dal freddo.

Qui la gente passa il tempo svolgendo le faccende domestiche e non ci sono televisione, internet ed e-mail, ma solo una radio edulcorata che non trasmette pubblicità. Non esiste turismo e non si pensa nemmeno alla sua esistenza e sono assenti gli alberghi, mentre invece è presente un’osteria che è aperta solo nei giorni festivi.

La popolazione è costituita soprattutto da anziani e i bambini sono solo tre, mentre risiedono qui un solo prete e un poeta che non fa sapere a nessuno di esserlo; il sabato e la domenica è aperto il cinema.

Così lo scrittore, con una forma precisa e icastica, strutturata in periodi brevi o brevissimi, produce descrizioni minuziose di un luogo visibile, un toponimo, che pur facendo parte della terra potrebbe essere ubicato su un altro pianeta. Uranio esce fuori da ogni categoria, non somigliando nemmeno alle zone artiche abitate né alle aree che hanno un carattere tribale e primitivo.

Un senso kafkiano pare emergere nelle immagini prodotte dal Nostro, nelle loro ombre e nei chiaroscuri misteriosi e suggestivi: tutto quello che riguarda questo luogo resta indefinito nonostante le raffigurazioni particolareggiate.

Il dato essenziale, quello che pare connotarlo è la presenza del freddo, che a livello simbolico può dare l’idea di qualcosa di asettico e puro nello stesso tempo, oppure quello della morte.

Non a caso nel finale del testo l’autore si chiede se si muoia a Uranio e la risposta che si dà è negativa. Infatti i morti non possono morire: così inevitabilmente, per questo paradosso carico di nonsense, si può fare un riferimento, una similitudine, tra il brano di Conte e l’opera poetica di T. S. Eliot La terra desolata con i suoi morti viventi.

Il racconto breve in terza persona di Gemma Forti, poetessa e scrittrice nata a Roma dove vive, intitolato La collana di perle, ha per protagonista una donna immersa nella solitudine, nell’angustia e nelle ristrettezze economiche.

L’autrice, nel delineare questa figura, descrive all’inizio empaticamente ogni sua sensazione collegata alle sue azioni nell’atto di un suo ritorno a casa trafelata, nel giungere al portone, salire le scale ed entrare nella dimora.

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A causa della sua nevrosi, o forse per qualche elemento di realtà che resta taciuto, la figura da un po’ di tempo si sente spiata, seguita da qualcuno che vuole aggredirla.

Non mancano le rappresentazioni delle somatizzazioni, come l’invecchiamento precoce che si delinea in due solchi profondi che le attraversano la fronte e nelle rughette impietose a zampe di gallina intorno agli occhi dilatati.

Le suddette trasformazioni sono causate da un forte male di vivere, da un grande stento. Ella non cede tout-court alla disperazione o alla depressione, ma in qualche modo cerca di reagire a quello che la circonda e alla sua tragica condizione, anche se lo fa in modo inadeguato.

Lo squallore sembra fare da sfondo alla sua costellazione, vivendo in uno stato di disagio psicologico, immersa nell’atmosfera dell’appartamento, che appare pervasa da un senso di onirismo purgatoriale.

L’autrice caratterizza il suo personaggio attraverso la sua fisicità, i malesseri, come il dolore al petto avvertito nel salire le scale che le mozza il respiro, le serra le tempie e le annebbia la testa con rumori di fondo e sibili e fischi sempre più persistenti. Poi, una volta a casa, disinnescato l’allarme, prova un senso di piacere negativo, di sollievo, quando il respiro si normalizza e la morsa al petto si allenta.

Verdiana trascorre i suoi giorni in uno stato di paura stabile perché deve assicurarsi che nessuno sia entrato in sua assenza e che tutto sia in ordine, come quando era uscita. Constata di essere sola o in compagnia di fantasmi assillanti nella loro invadente e invisibile presenza.

Decide di non mangiare e di bere solo un bicchiere d’acqua perché a digiuno si sente con la mente più lucida e i sibili nelle orecchie affievoliti. Si getta sul letto e si assopisce. Quando si risveglia, qualche ora dopo, è tutta un bagno di sudore e inizia a tremare per il freddo, mentre correnti alterne di calore e gelo le paralizzano le membra.

Poi accade un fatto inquietante e magico, che esce fuori dagli schemi logici, perché dal soffitto inizia a sentire un calpestio di passi persistenti e poi sospiri, gemiti trattenuti e una risata forte, sonora, sguaiata, anche se l’abitazione sovrastante è vuota, sfitta da tempo. Lei come risposta ha paura e grida, lacerando l’aria con urla disperate; poi va in bagno, vomita e prova un senso di liberazione. Ma, guardandosi allo specchio, che le rimanda un’immagine di se stessa spettrale, cerea, quasi di fantasma, constata che la sua collana di perle, che per lei era un amuleto e l’unico ricordo di sua madre rimasto, è sparita. La protagonista si dispera e cerca la collana in ogni angolo, arrivando alla stanza da letto, senza trovarla.

In seguito avviene un fenomeno sovrannaturale. Vede una luce bianca ferma sull’uscio della stessa camera e, nel suo avanzare, ne è avvolta in un lampo nel suo splendore algido che le dà una grande paura. La protagonista si sente chiamare per nome da una voce che riconosce come quella della madre, che le dice di avere con sé la sua collana.

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Nel finale della diegesi, sprofonda in un imbuto senza luce che la circonda come un tenero scomposto sudario.

Successivamente si scopre che gli eventi visionari suddetti non erano che sogni, perché Verdiana si risveglia come se avesse dormito per ore e ore. Adesso deve fare i conti con la spietata realtà della sua vita. Il primo avvertimento che le viene in mente è che non doveva essere troppo disponibile con certi figuri conosciuti; pronuncianti parole senza senso. Si tratta di personaggi che rimangono nell’indistinto.

Tema fondamentale del racconto sembra quello dell’incomunicabilità e l’unica interlocutrice è la madre defunta, anche se solo in sogno, allucinazione o visione che sia.

Verdiana diventa simbolo dell’angoscia e del dolore al femminile e nei righi finali la Forti descrive il terrore dell’infelice che si sente frantumata nel passare in rassegna suoni e parole nella mente, anche se è coinvolta in varie situazioni confuse e irreali che potrebbero darle un minimo di sollievo.

Velio Carratoni, giornalista e scrittore, nel 1971 ha fondato Fermenti, periodico a carattere culturale, informativo, d’attualità e costume con annessa casa editrice che tuttora dirige (www.fermenti-editrice.it). E’ autore del racconto Gelo, in cui risalta il raffronto tra conoscenza e amicizia, ruolo e riferimenti umano-sociali, apparati creativo-economici in cui emerge la contraddizione tra creatività e commercio, tra bellezza che viene alienata dalle prassi delle messe in scena. E in tale contesto ogni umanizzazione resta un sovrappiù. Ogni parola un derivato nominalista.

Il titolo pare alludere all’atmosfera di freddezza, di disincanto e cinismo, ma anche di condivisione, che si viene a creare nel dialogo–intervista tra Alberto e la top model Ludovica, che potrebbe essere paragonato ad una conversazione tra conoscenti inglobati. Infatti i due si conoscono da vent’anni.

Nell’incipit il narratore penetra nel flusso di pensiero del protagonista che riflette sulla società italiana dal boom incosciente fino ai nostri giorni con scetticismo e disgusto per quanto è accaduto nel nostro Paese.

Poi entra in scena Ludovica nel suo appellarsi all’uomo, affermando di non dare spago agli esternatori a briglia sciolta, preferendo il metodo dei brevi balbettii e delle sillabe accennate per restare soggiogata, connessa a un semplice sguardo o a un gesto inaspettato.

Per l’indossatrice le parole di gente a cui si rivolge divengono incomprensibili o sembrano guaiti nel deserto anche perché nel mondo della moda si è incancrenito tanto linguaggio occasionale. La donna vive l’esprimersi verbalmente come dei boati di fraseggi paranoici fatti di sonorità, bla bla bla. Così si tocca il tema dell’afasia connesso a quello del sentirsi soli, pur attorniata da tanti altri.

La modella aggiunge di non vedere l’amico e di vivere come sotto l’effetto dell’oppio per i continui viaggi di lavoro che le creano sovrapposizioni di fusi orari. Uno psicologo le ha rivelato che l’estraniamento è conseguenza della sua attività.

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A proposito del tema del parlare Ludovica accenna ad Alberto che non dovrebbe aprirsi con tanta gente con il pretesto di essere un cronista. Inoltre dichiara che con lui sente il bisogno di restare astrusa e sradicata, anche se in confidenza. Non a caso il lavoro di modella l’ha disumanizzata a furia di posare, mostrare, sfilare, divenendo un simbolo o un oggetto d’uso di stilisti di un mercato di non sempre limpida matrice. E Ludovica, in chiave di sfogo, entra nel suo ruolo quando afferma che per lei le sfilate servono per sentirsi irreale, come se fosse un manichino da montare e smontare.

Poi nella narrazione, Alberto diviene l’io – narrante e si avvicina alla donna con il pretesto di raccogliere in terra la fodera degli occhiali, percependo un odore neutro di stoffe intonse, appena uscite da bauli, frammisto ad una freschezza evanescente.

Ludovica allora gli confida che le modelle mostrate in televisione o in servizi fotografici su riviste generano finte ricostruzioni e le foto in cui appaiono quasi sempre sono fotomontaggi ritoccati al massimo per sfruttare temi di circostanza. Quanto da lei affermato entra nell’ambito della concezione della vita come finzione e del gioco delle maschere in un ambiente, quello dell’alta moda, riservato ad un pubblico elitario. Vede proprio nella bellezza dei capi di vestiario e in quella di coloro che li indossano, i segreti per arrivare al successo che va a braccetto con il profitto, sotteso alla superficialità, al vuoto.

Alberto viene focalizzato quando la ragazza si alza e lo sovrasta con i suoi due metri d’altezza, condotti con un portamento statuario e sicuro. L'amica raggiunge l’autista della casa, trascinata verso itinerari prefissati, come se sfilasse in una passerella. Anche il clima atmosferico, umido e a tratti ventilato, s’intona alla condizione della moda preconfezionata.

A suggellare l’aurea di fingimento il protagonista confida che per il giornale avrebbe voluto manipolare al contrario la descrizione dell’incontro con l’indossatrice. L’uomo decide di non parlare di sembianze senz’anima e di non descrivere Ludovica gelida o in trance.

Nell’ambito dello scambio di opinioni si realizza tra i due una connivenza sottile grazie alla capacità d’introspezione dell’autore nello scavare nelle due personalità che sembrano in sintonia.

Infatti Ludovica aveva confidato ad Alberto, prima di andarsene, di essere venuta all’appuntamento non nella veste di top model ma di declassata cronica, per rivedere un vecchio amico e ricordare gli anni trascorsi di sopravvissuta. La donna a quarantadue anni rivela al giornalista di avere avuto molto dalla vita ma non quello a cui teneva tanto, una gravidanza, pur avendone provate tante.

Alberto sa che la sua intervista falsata non avrebbe interessato nessuno. Il mondo di Ludovica, il suo lavoro si riducono a qualcosa di esteriore nella sua aurea scintillante nella quale precipita imbalsamata da abiti, sfilate, commerci che la portano come persona ad essere esponente di un gelo mummificante in un’assenza di valori alti e fondanti, pura immagine artefatta e scintillante da rotocalco.

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Al termine della narrazione la donna confida ad Alberto che da cavallona è diventata una donna di marmo e l'interlocutore, nel vederla allontanarsi in auto, pensa alla capitolazione del mondo della moda.

Un racconto sulla vanità e i problemi del lavoro di modella ad alti livelli e dell’universo della moda stessa, parvenze che neanche un’amicizia sincera riesce a contrastare, anche se fa bene a Ludovica sfogarsi con l’amico.

Il racconto ci pone domande sottintese. Le conoscenze marmoree sono più umane di quelle affettive? Perché dai rapporti affettivi, esaurita la carica, si fugge, mentre dalle conoscenze occasionali o di altro genere, qualcosa resta? Carratoni non ce lo dice, dimostrando quanto ogni incidenza possa restare, se non proprio codificata, almeno legata a tante opportunità di riproposta o di svelamenti di pretesti inaspettati. E tali addentellati dimostrano come il caso o le estreme correlazioni restino almeno a fare la guardia o a suggerire collegamenti dell'altro senso, purché non ci siano forzati collegamenti.

Ma il gelo è in definitiva un'esigenza di svuotamento, capace di liberare tanti pertugi otturati o una sensazione di rinuncia?

In quest'epoca di regolari fughe, di divorzi o di scannatoi, di ordinarie violenze volute o meno, di femminicidi o di indifferenti contatti può il gelo superare tante incompatibilità causali? Può distaccare dai coinvolgimenti?

Alberto sembra concludere i suoi quesiti con la domanda: è vero che ogni ordinaria procedura supera ogni accorto rimedio?

Recensione
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