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Frattaglie

Per frattaglie s’intendono le interiora di animali macellati, suini, bovini, ovini e quindi nasce spontanea la domanda sul perché Edith Dzieduszycka abbia intitolato in questo modo la sua raccolta di prose poetiche.

Titolo originale, quindi, che riferendosi a quanto suddetto, sembrerebbe indicare simbolicamente e metaforicamente, nel riferirsi alla psiche umana, qualcosa di sotterraneo, coperto e nascosto che riemergendo dall’inconscio riaffiora in superficie sotto forma di scrittura.

La frattaglia come elemento della vita interiore che creativamente si fa arte e scrittura, o che può essere intesa come sostrato propedeutico per la realizzazione delle efficaci prose poetiche dalle quali è costituita la raccolta.

La raccolta presenta una prefazione in forma di lettera di Luciana Gravina che afferma di aver letto con la sua solita curiosità questo testo così diverso che si propone disinvolto nella sua quasi stranezza.

Scrive efficacemente Edith, nell’incipit del primo frammento intitolato Recinto, che capita che trabocchi o straripi a volte la raccolta fuori dal suo letto o almeno ci provi. Vorrebbe saltellare selvaggia libera di qua e poi di là ed evadere sciolta da banale buonsenso e verosimiglianza.

E con le suddette parole ci fa intendere il valore misterioso e magico di questa scrittura così icastica e trasgressiva nell’uscire decisamente dai canoni della lingua standard con un notevole scarto poetico anche se si deve necessariamente definire prosa poetica ed è efficace l’immagine dello straripare fuori dal suo letto come se fosse un fiume di parole.

Continua a scrivere l’autrice nel suo pezzo che ha qualcosa di programmatico che se così si comporta occorrerebbe accerchiare la raccolta stessa e rinchiuderla in un’angusta gabbia dalle pareti rigide con tetto e camino per lasciarla sfogare e smaltire nel cielo tossine, emanazioni, fiumi nocivi alla salute.

E così si evidenzia una connotazione di maledettismo di questa raccolta del quale l’autrice è ben conscia.

Scrive ancora l’autrice per entrare nel significato fondante della sua opera che questa non è censura solo avvertimento per chi avrà la voglia curiosi avventati di varcare la soglia. Entrare con cautela nell’arena addobbata di stracci sanguinanti corde catene mazze impalpabili virus ogni tanto fermando i propri passi per chiedersi dubbiosi: è proprio poesia è sogno pandemia?

Scrittura attualissima, dunque, nel suo stigmatizzare l’aspetto oscuro della condizione umana che riguarda tutto il pianeta o villaggio globale degli anni venti del terzo millennio segnati dall’incubo della pandemia e anche della terribile guerra.

Con acume l’autrice, quasi empaticamente, diviene testimone della Storia attuale nel trovare una catarsi proprio nel dire con viva urgenza il peggio possibile, l’impressionante, anche se le stesse frattaglie sono commestibili.

E tutto il tono umbratile della raccolta pare pervaso da un forte onirismo purgatoriale contaminato dal dono del turbamento.

E c’è il tema del viaggio, di quello di noi viandanti nella nostra epoca liquida, numinosa e difficile, a volte drammatica.

Recensione
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