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Il coraggio di non lasciare il segno

La raccolta di poesie che prendiamo in considerazione in questa sede presente un’acuta e sensibile postfazione di Mauro Ferrari.

Scrive lo stesso Ferrari che sistole e diastole, chiusura e apertura al mondo, filosofia e poesia sono le coordinate della nuova raccolta del giovane Dario Talarico che muove da una serie di antinomie insite nell’essere umano.

Le poesie seguono uno scritto di prosa vagamente filosofica e poetica intitolato Il cacciatore.

Una vena surreale connota il suddetto brano e nell’incipit parlando dell’esserci sotto specie umana il Nostro afferma che fummo solo chi mai siamo stati, usando un paradosso che ha qualcosa di pirandelliano.

Poi aggiunge che arrivò un giorno che fratturò la nostra storia con la comparsa di un cacciatore di cui è detta la vicenda; egli si preparò per sparare il primo cervo della Terra ma dopo aver preso la mira non sparò e il cervo fuggì.

Poi l’uomo mori di fame e la bellezza era nata.

Un apologo sul senso della vita e dell’arte e il cacciatore stesso diviene il simbolo della finitezza umana.

Il libro è composito architettonicamente, scandito nelle sezioni Sistole (Parte prima) e Diastole (Parte seconda).

Ognuna delle due sezioni è divisa a sua volta in due parti: la prima in Il vuoto che riempie il nulla e Autopsia (reiterata), la seconda in Un profilattico bucato e Non svegliarmi.

Sembra nei componimenti delinearsi una ricerca dell’identità che realizza in versi una fiaba filosofica con tessuti linguistici affabulanti carichi di mistero sospensione e magia nei quali nelle poesie iniziali emerge iterativamente la parola siamo.

Un senso di nichilismo serpeggia nei componimenti del tutto antilirici e anti elegiaci e carichi di intellettualismo e proprio il riflettere in profondità sul senso, partendo dalla corporeità dell’io – poetante si evince nelle pagine: ne c’è sforzo che valga se un giorno/ il mondo per cui mi faccio acqua e sale/ smetterà di resistere al tempo// che sia il vuoto che riempie il nulla/ tra i corpi celesti:/ - infine – deve essere questa la solitudine di Dio/.

Di poesia in poesia con sfaccettature sempre differenti il poeta fa una lucida analisi della condizione umana proiettandosi leopardianamente nell’universo e anche nella natura.

Scrive Talarico: la vita di me il portare testimonianza di una pagina bianca e questa è un’antinomia per un poeta che invece riempie di parole il bianco del foglio.

Talvolta Dario si apre alla speranza: sogni di prima/ sogni di poi/ e nel mezzo/ da che mondo è mondo.

E i sogni potrebbero essere fatti ad occhi aperti espressioni di desideri consci e del resto le atmosfere dette sono sognanti oltre ad essere intrise di onirismo purgatoriale sempre al limite del cronotopo.

In Gli amanti tratta da Diastole è detta una scena di sesso e l’io – poetante nel rivolgersi all’amata innamorata, nell’azzeramento dell’esistere nel piacere, le dice che bestemmia era rimasto il loro unico modo di chiedere aiuto.

Quindi in una scrittura magistrale e coltissima la cifra dominante è il senso di perdita in una sintesi cosmica e terrena che non esclude la felicità.

Recensione
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