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Il lume della follia

Prisco De Vivo è nato a San Giuseppe Vesuviano (Na) nel 1971. È pittore scultore e poeta. Dal 1990 ad oggi ha partecipato a varie attività culturali sul territorio nazionale. Si è interessato di poesia, teatro e cinema.

Ha collaborato a diversi periodici e riviste d’Arte e Letteratura, cartacee ed on-line; è stato presente a mostre di poesia visuale e recitals poetici.

Ha tenuto numerose esposizioni personali e collettive in Italia e all’estero: (Bruxelles, Lugano, Postdam, Praga, New York). Le sue opere sono conservate in collezioni pubbliche e private. Ha pubblicato varie raccolte di poesia.

Il lume della follia, la nuova raccolta di Prisco De Vivo che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta una prefazione di Alfonso Guida esauriente e ricca di acribia.

Per la sua unitarietà contenutistica e formale il testo può essere considerato un poemetto e questo è avvalorato dal fatto che il libro non è scandito in sezioni per cui risulta omogeneo alla lettura.

La prima considerazione da fare riguarda il titolo della raccolta: se la pazzia, la malattia mentale è di per sé stessa un fatto doloroso e penalizzante, parlare di un lume della follia potrebbe essere un controsenso.

Sembrerebbe, invece, che De Vivo, pronunciando con urgenza il vocabolo follia, si riferisca alla santa follia, quella della quale ha discusso il filosofo Erasmo Da Rotterdam.

Non a caso il vero poeta, l’artista in generale, è un essere ipersensibile e spesso nevrotico che tramite la sua produzione esprime le infinite sfaccettature della sua mente attraverso il pensiero divergente.

Spetta al poeta stesso il compito di dominare le sue emozioni per non cadere nello spleen, la malinconia dei poeti, o nello streben, il senso dell’infinito, che può portare a catastrofiche conseguenze.

Certo la poesia stessa nasce dal dolore, dalla ferita da risanare, e, quindi, se il poeta stesso è saggio e misurato (e qui viene in mente Goethe, che nell’epoca del romanticismo tedesco tendeva a recuperare un ideale di armonia ed equilibrio riferendosi alla classicità, soprattutto a quella della Grecia antica), riuscirà a trarre addirittura gioia e sollievo nel suo lavoro di scrittura salvandosi la vita e rimanendo nell’anima sempre come un adolescente (e qui viene in mente il saggio del pedagogista Demetrio intitolato L’elogio dell’immaturità).

Dunque qui la follia è intesa come qualcosa di veramente felice e positivo per raggiungere oltretutto una dimensione umana che possa avvicinare l’individuo alla natura proprio tramite proprio la pratica dell’arte.

De Vivo come artista a tutto tondo è un visionario che pratica un’arte estrema fatto del quale sono testimonianza le opere pittoriche sull’Olocausto.

Parallelamente come poeta raffigura spesso. sia se si tratti di amore o erotismo, sia che sia detta in generale la sofferenza dell’uomo, paesaggi dell’anima desolati con immagini crude e si avverte in lui il senso della morte, del limite, inteso però in modo costruttivo, come viatico per giungere alla pienezza dell’essere e della vita.

Recensione
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