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Il nodo alle radici

Maria Teresa Pellegrini Raho è nata nel 1954 a Olivadi (CZ); ha pubblicato due raccolte poetiche: Respiro Pieno, 2002 e Nel Silenzio delle Note ho Consumato il mio Furore, 2006.

Il nodo alle radici è prefato con notevole acribia da Pina Mandolfo, che, con le sue parole, ci illumina sulle ragioni profonde del testo, composto sia da parti poetiche, che narrative.

La Mandolfo scrive di quella felicità di cui parla Karen Blixen: “Riuscire a trasformare le vicende della propria vita in racconti è una grande gioia, forse l’unica felicità assoluta che l’essere umano possa provare in questa terra”. L’itinerario sentimentale di chi, solo attraverso la scrittura, possiede occhi per vedere e ascoltare.

La pratica letteraria, quindi, si potrebbe aggiungere, intesa come unico varco salvifico per riuscire a raggiungere, tramite l’urgenza della parola, un riscatto, una catarsi, una redenzione.

Del resto già Donatella Bisutti, nel suo saggio di carattere divulgativo, La poesia salva la vita, ha messo in luce gli aspetti positivi della stessa parola poetica nel suo dirsi, intesa come terapeutica per ritrovare, sia a livello di stesura, sia di fruizione del testo, sintonia tra fisico e psichico, conscio e inconscio.

Anche lo scrittore tedesco Heinrich Boll, autore di Opinioni di un clown, ha parlato della gioia dello scrivere.

Bella la poesia di apertura del composito libro, intitolata Olivadi, che è la località calabrese in cui è nata l’autrice.

Nella suddetta composizione, con uno scatto ed uno scarto memoriali, la poeta rievoca la sua infanzia e si rivede la bambina dai capelli castani e gli occhi grandi spalancati su una storia, che può essere intesa come la vita stessa.

Nella poesia si parla di una lotta nella quale un tu, del quale ogni riferimento resta taciuto, vince sull’esistenza della bambina stessa giocando.

In questa gara tra bambini si può intravedere anche un proiettarsi in una dimensione temporale successiva della vita, il rapporto sentimentale donna-uomo, nel quale c’è chi vince e c’è chi perde e nel quale la partita può finire anche patta.

Nel caso in questione è l’io-poetante stesso a perdere nella gara tutto ciò che possedeva.

Il questo proiettarsi nel passato, attraverso una proustiana memoria involontaria, che non è nostalgia, ma felice riattualizzazione, c’è tutto il senso contenuto nel denso titolo del libro Il nodo alle radici.

Se noi esistiamo nell’attimo heidegeriano, feritoia tra passato e futuro, sia visto come un fatto costruttivo il nostro riannodarci alle nostre origini, la tensione verso lo spaziotempo dal quale proveniamo, soprattutto quello dei momenti felici.

Recensione
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