Servizi
Contatti

Eventi


Il paradosso di Teseo

Fermenti Editrice, prestigiosa casa editrice romana, diretta da Velio Carratoni, con la quale hanno collaborato, tra gli altri, Giorgio Bàrberi Squarotti, Dario Bellezza, Giacinto Spagnoletti, Domenico Cara, Mario Lunetta, Antonio Spagnuolo, Gualtiero De Santi, Aldo Rosselli, Vito Riviello ecc. ha in catalogo numerosi testi di poesia, saggistica e narrativa e anche molti volumi antologici, come quello che prendiamo in considerazione in questa sede, intitolato Il paradosso di Teseo, curato da Donato Di Stasi.

Nell’introduzione al libro lo stesso Di Stasi afferma che nel giardino della letteratura i versi continuano a cadere come le mele di Newton: forza di gravità, dunque, necessità e pure coerenza.

Tuttavia molte poesie, prodotte nel nostro presente, sono antiletterarie, facili, anche perché, nell’era del verso libero, tutti, con un lapis e un foglio di carta, possono scrivere liriche, fatto messo in evidenza da Eugenio Montale nel saggio Sulla poesia, 1976.

Inoltre il numero dei poeti è in aumento per la condizione di solitudine dell’uomo, tipica del nostro postmoderno occidentale, grazie anche al proliferare della poesia on-line con blog e siti ai quali tutti possono accedere per scrivere, esprimere giudizi ed essere commentati.

Spesso le persone, per comunicare con gli’altri in modo positivo, sono costrette a gettare bottiglie con messaggi in forma di poesie nel mare della vita, con la speranza che siano recuperati e letti da qualcuno, per usare una metafora molto nota.

Come afferma il curatore, un’antologia poetica parte sempre da un’arida desolazione e cerca di piantare un frutteto che produca un doppio beneficio: riempire ceste di mele per un viaggio verso l’ignoto (la vocazione poietica stricto sensu) e legno robusto per le piroghe e le barche.

Di Stasi inventa una similitudine tra la navigazione (in particolare quella di Teseo di Atene salpato nell’antichità mitica alla volta di Creta per porre fine allo scempio dei sacrifici umani, in specie straziando e squartando il Minotauro) e la condizione della poesia, prua rompighiaccio, o zattera per la sopravvivenza, nelle sue varietà espressive, chi vi si arrischia lo fa da uomo o da donna plurale, al servizio di conoscenze e di emozioni collettive.

Traversata e pratica della poesia, quindi, secondo Il paradosso di Teseo, come mezzi speculari per addentrarsi nella nostra liquida e labirintica contemporaneità, nel viaggio, che è la realtà, secondo quello che può esserne l’unico senso, quello della sua continuazione giorno dopo giorno.

Si naviga nelle acque infide della routine, nelle quali può accadere, fortunatamente, anche di sbarcare su isole felici, diventando protagonisti di attimi di gioia e non solo di dolori, sensazioni composite, da tradurre, appunto in poesia, come se questa fosse il negativo fotografico delle immagini di momenti dell’esistere.

Scrive il critico che i dieci poeti qui antologizzati intendono la poesia, ciascuno con le dovute differenze, come il racconto della vita giocata su più livelli o incontri, da un lato il filo degli affetti, dall’altro la corporeità, la malattia, la morte (in forma di ossessione).

Schegge poetiche aspre e scorciate, diversamente aggrovigliate e riflesse individuano il momento esterno (ideologico, multiplanare, polifonico) e il momento interno (la sceneggiatura della quotidianità, l’ininterrotto flusso di dubbi e di mancate certezze).

I poeti antologizzati sono dieci: Lucianna Argentino, Caterina Davinio, Annitta Di Mineo, Gianluca Di Stefano, Marco Furia, Daniele Pietrini, Antonio Spagnuolo, Silvia Venuti, Giuseppe Vetromile e Giuseppe Vigilante.

Nel fertile panorama della poesia italiana attuale, vedono la luce, non solo moltissimi libri di poesia, pubblicati nella stragrande maggioranza dei casi da piccoli e minimi editori, ma anche antologie molto diversificate tra loro nella struttura.

Alcune crestomazie sono monotematiche, altre presentano i testi senza alcun commento, fornendo solo le note biografiche dei vari autori inclusi.

Fermenti Editrice ha già in catalogo molteplici opere antologiche, riguardanti sia la narrativa che la poesia, che hanno il comune denominatore dell’alto livello degli autori inseriti.

E’ importante evidenziare il filo rosso, lo schema architettonico, che caratterizza questi lavori pubblicati da Fermenti.

Il suddetto è costituito, preliminarmente, da un’introduzione, a cura di un noto critico; seguono le schede esplicative sulle poetiche di ogni letterato inserito, e, infine, i testi di ogni singolo poeta, corredati dalle relative note biografiche e interpretative.

Il paradosso di Teseo può essere inteso come un lavoro unitario, quasi un ipertesto, nella lettura del quale ci si può soffermare, a piacere, anche su singoli brani, un libro che emerge, sia per la qualità delle scritture creative, che per la sicura acribia del redattore.

La prima autrice che incontriamo è Lucianna Argentino, nata a Roma nel 1962, che presenta la silloge Frammenti di autobiografia postuma, costituita da dieci sezioni senza titolo, di estensioni variabili.

Queste parti hanno per cifra distintiva la struttura di ogni verso, che non è di lunghezza differenziata, ma si legge sulla pagina, così come avverrebbe per un’opera in prosa, procedimento che si riscontra raramente nella poesia italiana attuale.

L’autrice riesce a creare un tessuto linguistico denso a livello metaforico, nel quale emergono sospensione e una certa magia della parola.

Il poiein si configura come quello di un poemetto permeato da una notevole dose di narratività con accensioni e spegnimenti, prodotti da immagini surreali, connotate da una certa vena filosofica.

Interessante il primo brano, che ha uno stile vagamente ontologico ed è molto suggestivo, nel quale è protagonista un soggetto in terza persona: “ Aveva creduto fosse facile vivere, allora che accordava i passi alla/ proprietà geometrica del tempo, ma ci vollero i cani molecolari per/ seguire le tracce dell’amore – particella a massa nulla…”.

Si tratta di una scrittura fluida, densa e icastica, che sembra ricercare il senso dell’esistere, tentativo che, inizialmente, sembra facile, ma che poi, costretto nella categoria della temporalità, va alla ricognizione dell’amore, ineffabile e pura essenza, senza nessuna materialità.

Vengono detti i cani molecolari, figura misteriosa, forse simboli del bene e dell’amicizia che portano, appunto, all’amore.

Poetica visionaria e affascinante, quella dell’Argentino, venata spesso da un’inquietante ed efficace senso della trascendenza, come quando viene detta la speranza, simboleggiata dalla luce, parola che ricorre spesso.

La luce stessa sconfigge il male e si rivela nei sogni e a volte si parla del dualismo corpo-anima.

Anche l’etimo stesso della scrittura poetica viene considerato come intriso di misticismo, quando è nominato il sacramento poetico amministrato sulla pagina e la parola stessa che si fa carne, verbo.

A volte vengono raffigurate descrizioni minimalistiche, come la presenza degli odori di cucina in un interno, o la vaschetta con il pesce rosso che respira tutto l’ossigeno.

La chiave interpretativa della plaquette si rivela nell’ultimo frantume, in consonanza con il titolo Frammenti di autobiografia postuma, quando la poeta rivela che amerà e scriverà affinché ci sia memoria di lei.

Poesia che diviene tout-court esercizio di conoscenza complesso e intelligente.

Nella breve silloge Fatti deprecabili Caterina Davinio, nata a Foggia nel 1957, raggiunge un risultato stilistico veramente notevole per icasticità e controllo dei versi, dal ritmo sostenuto e scattante nella loro musicalità.

I sintagmi si allineano chiari e luminosi sulla pagina, dando il senso di una piena bellezza raggiunta senza sforzo, una chiarezza notevole, in un tessuto linguistico articolato.

Le tematiche sono tutte all’insegna di un’aurea di morte, disfacimento, dissipazione e disperazione, senza mai però che non trapeli una speranza, anche dalle situazioni più scabrose.

Il peggio a livello esistenziale viene raggiunto nel componimento iniziale Il suicida, nel quale l’io-poetante descrive le sue sensazioni prima di togliersi la vita saltando da un ponte.

Altre ambientazioni sono quelle delle raffigurazioni di un bar underground, frequentato dall’io-poetante, dove si fa uso di droga ed alcolici, o di scene di prostituzione e di omosessualità.

Particolarmente efficace e toccante la poesia Luna di miele nella quale la poeta descrive un presunto viaggio di nozze con l’amato in un matrimonio che inizia molto male.

In questo componimento la poeta si rivolge ad un tu, all’amante, in modo toccante e prova il senso di una forte nostalgia e tensione emotiva, nell’angustia di non essere in America.

Situazioni al limite, come quando l’io poetante è colpito dalle parole acuminate come coltelli del marito in una stanza d’albergo o nel momento in cui gli sposi si trovano in un lunapark di poveri.

La poetessa qui rivela la sofferenza di quando il suo uomo, per la prima volta di innumerevoli, le fece del male.

Il massimo della degradazione è raggiunto in Haupbanhof (Monaco Stazione Centrale) quando a esprimersi è una ragazzina tossica e meretrice, che frequenta la malavita, turbata dall’offerta di duecento marchi di un uomo storpio e attempato.

Con un guizzo di luce la piccola rifiuta il denaro, non si dà all’uomo e s’incammina per le strade adiacenti alla Stazione Centrale di Monaco, senza risolvere assolutamente il dramma di una vita, dell’adolescenza stroncata sul nascere.

Poetica del dolore in tutta la galleria dei personaggi, messi in scena dalla Davinio, senza autocompiacimenti, ma con un realismo crudo e una vena del tutto antilirica.

Pregevole la scelta della materia trattata per la sua originalità.

La terza poeta ad essere antologizzata è Annitta Di Mineo, nata a Mirabella Imboccari (CT) nel 1957, che propone la brevissima silloge intitolata L’altra alba.

Da notare che le cinque scarne poesie che la compongono sono tutte, a livello architettonico, centrate sulla pagina.

Una cifra neolirica ed elegiaca e anche una tensione epigrammatica caratterizzano la poetica della Di Mineo.

Un afflato di misticismo naturalistico si riscontra in questi componimenti.

In Cenere sull’Adamello, la prima poesia, si nota un senso di mistero e visionarietà, attraverso la descrizione di militi imberbi innanzi al fuoco, che riaccendono campi dorati, sguardi innamorati, lacrime di madri e abbracci di padri.

Alto l’ultimo verso staccato dalla strofa: davanti alla cenere tremano sogni, sintagmi che evocano un senso di vaga sospensione.

In Fuoco viene detto il fuoco stesso come un’essenza personificata che abita nella poeta, sostanza che anima il suo corpo, la compenetra, la lega agli altri.

Dal fuoco Annitta attinge calore ogni giorno e afferma che quando lascerà la sua materia abbandonerà anche lui.

Ben risolta ed alta la poesia eponima nella quale è accennato il tema dell’alternarsi ciclico di buio e luce, di notte e giorno.

Nella suddetta viene raffigurata l’aurora che, con sogni arrugginiti, porta via la notte e anche l’alba che incamiciata d’odio, di finzione, di rovescio, annera il mattino, simbolo della tristezza e del male.

Paragonabile alla luce aurorale e alla sua natura primeva, in L’altra alba viene nominato un bambino che piange e che succhia il capezzolo della madre, figura simbolo d’innocenza e dell’inizio dell’esistere.

C’è anche un pacato ottimismo, in alcuni componimenti dell’autrice, a volte stupita felicemente dinanzi ad una natura rarefatta e stimolante.

La poeta è capace di provare stupore e incanto al cospetto della luna che emana bagliori che fanno passare la paura.

Tramite la contemplazione della stessa luna si crea una catarsi e l’io-poetante apre le porte, slega il filo e colora il vuoto.

Annitta prova una salutare meraviglia di fronte al divenire delle cose, quando constata che ogni giorno tutto muta e riesce a guardare le situazioni con occhi di bambina.

In bilico tra gioia e dolore il versificare della poeta scabro, luminoso, veloce e icastico.

Protagonista è l’universo, nel quale siamo inseriti, le sue sfaccettature, i suoi particolari, che vengono interiorizzati dalla voce poetante.

Nella breve raccolta La poesia dice bene nulla Gianluca Di Stefano, nato a Rho – MI nel 1972, si conferma autore abile e originale.

La sua poetica è affabulante, connotata da chiarezza e narratività e in essa l’ironia prevale sul dolore dell’esistere.

Come scrive Donato Di Stasi il poeta porta al centro della sua ispirazione la rigenerazione, la riattivazione della tradizione (Emily Dickinson, Giuseppe Ungaretti, Nazim Hikmet, ecc.) così da essere capace di restituire valore al resto, allo scarto, al reietto, ben sapendo che nessuna perfezione è più possibile, nessuna immortalità.

La poesia eponima, che apre la silloge, è formata da quindici strofe di versi prevalentemente lunghi, dei quali è ottima la tenuta.

In essa si riscontra un procedimento anaforico con la ripetizione costante, all’inizio di ogni parte, del sintagma sono stato.

Sono detti gli incontri dell’io-poetante con molti poeti importanti di varie nazionalità, vissuti nel Novecento.

In queste visite immaginarie Di Stefano si ritrova, quasi magicamente, tramite la finzione letteraria, in situazioni relative a quelle che sono state le esperienze reali dei suoi interlocutori.

Tramite la sua fervida fantasia il Nostro s’incontra, virtualmente, con Bukowski in un pomeriggio all’ippodromo, con Borges seduto accanto ad una scacchiera immobile, sui marciapiedi di San Francisco o forse di New Orleans con Kerouac a bighellonare su un marciapiede di San Francisco o di New Orleans, con Neruda sotto le stelle azzurre del mar di Valparaiso, in trincea sul Carso con Ungaretti, con Rimbaud, sdraiati su un prato con la nuca nel nasturzio azzurrino, con Edgar Lee Master nel cimitero di Spoon River, cercando gli epitaffi più appropriati per loro due, con Emily Dickinson, in udienza, chiedendosi che bellezza fosse la sua e con altri poeti.

La composizione si chiude con la costatazione che la poesia non dice nulla di nuovo ma può dirlo bene, quindi con una dichiarazione di fiducia nella parola poetica anche se non assoluta e completa.

E’ presente, dunque, nella scrittura di Di Stefano, un riflettere della poesia sulla poesia stessa, cosa che avviene anche in Nazim Hikmet, quando l’autore, ammirato dalla bellezza dei versi del poeta turco naturalizzato polacco, afferma che avrebbe voluto scrivere lui stesso i versi di Hikmet.

Si crea dunque un gioco di specchi, veramente intrigante perché viene detto che Hikmet scrive di se stesso.

Tra le caratteristiche del poiein di Di Stefano, emerge spesso un certo realismo, per esempio quando afferma di scrivere con un occhio solo, mentre l’altro vigila sui figli che giocano in strada.

Questo oggettivismo emerge particolarmente in Sono, poesia costituita da distici irregolari e da quattro parti formate da un unico verso.

Una vena minimalista serpeggia in questi versi, quando, ad esempio, il poeta dice di essere una cicca di sigaretta schiacciata sotto il tacco o il tacco stesso da nettare in quanto gli si è appiccicata una gomma da masticare.

Intensi i due versi finali: ”Comunque mi sieda// sono scomodo”, dettati forse dalla consapevolezza di essere un uomo scomodo, forse proprio per il fatto di essere uno scrittore affermato.

Un tono discorsivo, da racconto in versi, connota Era un bravo ragazzo anche se non pagava mai da bere, nella quale l’io-poetante, minorenne, vive un’avventura erotica con il suo amico Ivan, gran seduttore.

I due ragazzi si ritrovano in auto con la ragazza di Ivan s sua sorella e l’amico e la propria amata fanno l’amore seduti davanti.

Diste vorrebbe fare lo stesso con la sorella biondina, che si concede solo nei preliminari, provocando nel poeta un forte senso di frustrazione.

In questo componimento si ritrovano un’aura e un’atmosfera che ricordano quelle della Beat Generation, tra trasgressioni e descrizioni del mondo giovanile on the road.

Complessivamente veramente unica la cifra distintiva di Di Stefano, nel suo affrontare argomenti inconsueti con composizioni del tutto antiliriche e antielegiache.

Il quinto poeta inserito nell’opera è Marco Furia, nato a Genova nel 1952, con la sequenza Remota ma recente, composta da nove poesie verticali, tutte strutturate in una lunga ed ininterrotta sequenza dei versi, in uno scorrere neobarocco, con rara punteggiatura.

Tutti i componimenti hanno lo stesso schema costituito dall’alternanza di un verso breve al quale segue un verso minimo, anche di una sola parola.

Lapidarie e icastiche queste poesie descrittive, che sono connotate da un ritmo incalzante e cadenzato, che crea l’effetto di una pervicace musicalità.

Del resto è detta la musica stessa in Aereo pentagramma, che apre la raccolta.

Nella suddetta poesia, nel dipanarsi serrato dei sintagmi, si assiste, dopo il verso iniziale eponimo, ad una definizione, anche tecnica, della canzone che è, appunto, un Aereo pentagramma, con una cascata di nomi e aggettivi relativi al mondo musicale, in una polifonia di sensazioni e raffigurazioni.

Il versificare di Furia è controllatissimo e pare procedere senza nessuno sforzo con ridondanza e icasticità.

Unica nel suo genere la raccolta Remota ma recente, che, nel titolo, pare vagheggiare l’afflato verso una vaga temporalità, come se passato e presente potessero sovrapporsi, cosa che può accadere solo in poesia.

Non si può parlare di leggerezza, per quanto riguarda la poetica di Marco, che ci presenta un tessuto linguistico densissimo con una fortissima aggettivazione, e un notevole scarto poetico dalla lingua standard.

I versi procedono tout-court per accumulo e scaturiscono gli uni dagli altri in maniera fluente e sono molto compatti.

Sembra che di poesia in poesia Furia proceda con una scrittura che segue un rituale segreto, una formula incantatoria, attraverso le immagini che s’intersecano tra loro con effetti si sospensione, visionarietà e magia.

Si può con sicurezza affermare che il poeta esprima nel suo poiein un suo personale sperimentalismo e tutte le poesie che ci presenta seguono uno stesso schema architettonico, una medesima forma, pur essendo del tutto differenti l’una dall’altra.

Cifra essenziale pare essere quella di un tono vago, che produce effetti di grande suggestione.

A volte, quando non prevale l’intellettualismo, il dettato si apre in squarci lirici o addirittura elegiaci, come in Arredano il cielo, dove protagoniste sono le nuvole che divengono quasi personificate, nel loro librarsi leggero, campite nell’azzurro, nel loro giocare, producendo, attraverso il movimento del vento, forme di vario genere nel loro divenire.

Sembra che il Nostro cerchi una sintonia con la natura e con il mondo che lo circonda e, in questo, e anche per lo stile, può essere accostato a Camillo Pennati, anche se il poeta torinese si esprime quasi sempre tramite il verso lungo.

Nella poesia eponima, l’ultima della serie, viene detta una canzone che pare superi il tempo lineare, quello degli orologi e che, pur appartenendo al passato, si riattualizza nel presente producendo ricordi enigmatici.

La canzone stessa diviene impalpabile, indefinibile e, pur zitta, riesce a dire l’indicibile.

E proprio un canto diventa questa poesia, sapiente esito di intelligenza viva, con le sue linee veloci, scattanti e quasi imprendibili, modulate in modo convincente.

Il sesto poeta incluso è Daniele Pietrini (1974), che vive a Roma, con la silloge Il violino nero del nostro cuore.

La poetica di Pietrini si svela come connotata da uno stile neolirico, estenuato e nello stesso tempo concentratissimo, controllato e leggero.

Il poeta con mano sicura usa i suoi strumenti creativi, presentandoci un’eterogeneità formale nei suoi componimenti.

Infatti la breve silloge è costituita, da una parte da quattro haiku armoniosi, e, dall’altra, dal poemetto Nell’orto dei semplici, suddiviso in sei sezioni.

L’opera spicca come altissimo esempio di stile neoromantico, che si invera, in strofe rarefatte, articolate e composite, permeate da una visionarietà che si fa magia.

Cifra distintiva comune dei due lavori pare essere un fattore x che consiste in un’ efficace facilità dello sgorgare dei versi, che sembra del tutto naturale, spontaneo nella sua realizzazione.

In Il giardino dei semplici il tessuto linguistico è sotteso alle varie tematiche affrontate, come il cronotopo, la fusione spaziotemporale, quando, per esempio viene detto il selciato più antico di Roma, osservato da uno sguardo che risale ai nostri giorni.

Un altro tema saliente è quello presumibilmente amoroso, che si realizza nel rivolgersi accorato ad un tu femminile, del quale ogni riferimento rimane taciuto, e che diviene il filo rosso che lega le varie parti.

Il lavoro è preceduto da una riflessione di Giuseppe Ungaretti:-“ L’endecasillabo è l’ordine poetico naturale della lingua italiana”.

Non a caso si ritrovano qui molti endecasillabi che, alternandosi con versi di varie estensioni, creano una suadente musicalità, attraverso un ritmo incalzante.

Si nota, nel procedere di Pietrini, una certa vena anarchica, che, a volte, sfiora l’alogico.

Un riflettere anche sulla parola stessa, emerge nella terza strofa del componimento, quando il poeta dice:-“Sono Le parole Spighe di grano/ che fioriscono dal respiro Aria/…”.

Nei suddetti versi sembra affrontato il tema di una genesi aurorale del dire, attraverso una metafora naturalistica.

La quarta strofa consiste in una sequenza nella quale il poeta si rivolge all’amata con frasi serrate e con un partecipe affetto sensibile.

Bellissimo l’incipit nel quale si relaziona la voce poetante al tu affermando:-“Non tutta alle cure del quotidiano/ ti cedi: qualcosa avanzi, lo serbi/ per scintillii prossimi – giungeranno/…”.

Sintagmi carichi di una forte densità semantica, attraverso l’icasticità del discorso.

Liriche dette con urgenza, quelle di Pietrini, raffinate e ben cesellate, dalle quali emerge un velato misticismo, definibile come cosmico.

Il settimo autore antologizzato è Antonio Spagnuolo, nato a Napoli nel 1931,

Presente in numerose mostre di poesia visiva nazionali e internazionali, inserito in molte antologie, collabora a periodici e riviste di varia cultura.

Il poeta presenta la silloge Ritorni, costituita da dieci poesie tutte risolte in un’unica strofa, tranne la prima, formata da due parti e da un distico.

Emerge, quasi in tutti i componimenti, un tu, del quale vengono delineate le azioni e le parole:-“Dicesti che il notturno sibilo/ rifletteva il pigiama/…”-.

Se tutto in poesia è presunto, come asseriva Maria Luisa Spaziani, la figura di riferimento, alla quale si rivolge il poeta, si potrebbe identificare con quella dell’amata scomparsa, alla quale Spagnuolo ha dedicato ultimamente varie raccolte.

Il tentativo di relazionarsi nuovamente con la donna, anche dopo che questa l’ha lasciato, è toccante e venato da malinconia, dolore, ma mai da disperazione, una rielaborazione del lutto.

Spagnuolo non si geme mai addosso e il male stesso, dovuto alla perdita, alla fine irreversibile, si fa verso, poema sublime e mai sfogo di un’anima.

Sarebbe riduttivo parlare di sublimazione perché il poiein degli artisti veri non ha cause o coordinate prestabilite e proviene da regioni che il giorno non conosce, senza che, seguendo questo discorso, si vogliano mettere in gioco Freud e l’inconscio.

Come scrive Di Stasi Antonio Spagnuolo verga le sue pagine con una scrittura compatta, che dispensa crudezza e incanto, attraverso la riproposizione di un immaginario amoroso che non può non avere smarrito quell’atmosfera d’innocenza e di sogno che l’ha generato in tempo lontano.

Con uno scatto e uno scarto memoriale, quello di una memoria involontaria, che non è nostalgia ma riattualizzazione, con lucidità il poeta rivive situazioni accadute con varianti, con estensioni, accadimenti immaginari detti con urgenza.

Poetica antilirica, quella di Antonio, che, nella sua lunghissima carriera di autore, è approdato, di recente, a forme più chiare, meno oscure e indistinte di quelle delle sue prime raccolte, testi che A. Asor Rosa, nel suo Dizionario della letteratura italiana del Novecento, definiva come connotati da una forte vena alogica.

Anche la più nuova produzione di Spagnuolo, della quale fa parte Ritorni, è risultato di un lavorio complesso, di un versificare sempre poco immediato ad una prima lettura.

Una scrittura in molti passaggi anarchica, che coglie nel segno per l’inesauribile produzione di immagini icastiche, ben strutturate e tutte diverse tra loro, disposte in una riuscita polifonia.

L’ottava autrice inserita è Silvia Venuti, che ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Milano.

Nei suoi lavori, la parola s’inserisce nel tessuto pittorico che assume una connotazione letteraria volta al trascendente.

La Venuti si situa nell’antologia con Tensioni e vocazioni, silloge composta da dieci componimenti tutti senza titolo.

Uno dei temi affrontati dalla poeta è quello del tempo che passa inesorabilmente.

Nella prima composizione viene detta la memoria che ripercorre i suoi luoghi; in un anelito al passato, vengono espressi i cambiamenti e una provenienza originaria in cui tutto sembrava perfetto.

Sempre a proposito del tempo, nella terza poesia, la poeta afferma di aver perso la giovinezza, che è rimasta dietro l’angolo e che non può più tornare indietro.

La stessa giovinezza può essere rivissuta, rapita con lo sguardo della donna matura, nel proiettarsi in figurette svelte di ragazze .frettolose, che guardano avanti nella vita.

In un’altra poesia l’io poetante dice di cucire le ore della sua giornata con lo spago del suo irripetibile tempo e, in un’altra ancora, che da giovani si corre con la vita, anzi, la si precede con i propri sogni e che da vecchi è tutto un rimanere indietro, un continuo perdere qualcosa.

Non è un’ossessione del tempo, quella di Silvia, nemmeno nostalgia dolorosa o autocompiacimento, ma solo il tentativo di rivivere l’età giovanile attraverso la memoria, constatando l’indiscusso fascino della giovinezza stessa, che è salutare. tenere presente per realizzare da adulti un’esistenza all’insegna di un elogio dell’immaturità.

Una ricerca del modo di vivere, che può essere solo il suo proseguimento nella libertà quando la poeta afferma:-“Liberare, lasciar libere/ le relazioni dal giudizio…”-, o dice:-“ E sempre riprendere coraggio,/ Riaffrontare ostacoli/ che da tanto si pensava superati../” o:-“ Si prova e riprova/ per sciogliere quel nodo/ della vita che ci esclude/ da felice pienezza/…”.

Una poetica esistenzialistica, quella di Silvia, nel suo tendere ad una gioia o quantomeno ad una pace dell’anima, una ricerca dei momenti perfetti, di cui parla Sartre, da cogliere proprio tramite la parola, la pratica salvifica della scrittura poetica:-“Una luce confidente/ mi parla con colori e forme/ del miracolo dello spirito”-.

Poesia non lirica, caratterizzata da compattezza formale, attraverso frasi brevi in ogni strofa, nella stabile ricerca di un’intelligenza spirituale.

Un anelito alla trascendenza che parte dal mero dato filosofico.

Anche il primo amore è presente, come ricordo di un’epifania, attraverso l’immagine di un ragazzo in bicicletta che va incontro alla poeta, sullo sfondo di un paesaggio in cui tutto è cauto, espressione di una vaga bellezza, di un attimo irrepetibile.

Il nono poeta ad essere antologizzato è Giuseppe Vetromile, nato a Napoli nel 1949, con la silloge Frammenti e Dispersioni.

Una scrittura nitida, veloce, leggera e connotata da una forte dose di narratività, caratterizza il versificare di Vetromile, poeta che, dopo un lungo percorso, giunge, con questo lavoro, al suo risultato più sicuro e intenso.

Poetica antilirica, connotata da un certo intellettualismo, quella di questo autore, caratterizzata da una scrittura densa e affabulante.

Giuseppe ci presenta tre componimenti di lunga estensione, che potrebbero essere considerati come dei poemetti autonomi tra loro.

Ogni segmento è formato da strofe di versi irregolari, che creano un certo ritmo che produce musicalità.

Il tono è narrativo chiaro e affabulante, leggero e icastico.

In Cronologia dei mancati appunti sul taccuino piccolo a quadretti, sequenza che apre il lavoro, suddivisa in sei sezioni, il poeta compie in versi un interessante esercizio di riflessione sulla poesia stessa..

E’ in gioco la genesi stessa della poesia e si dà importanza fortemente alla sua valenza etica, nel senso della sua necessità e del dovere dell’autore di scriverla.

Per quanto riguarda le prime cinque strofe, il poeta adopera un procedimento anaforico, con la ripetizione iniziale di Si deve sempre scrivere, che crea una ridondanza ben riuscita.

Tutti i testi mostrano un azzeramento della punteggiatura.

Il Nostro descrive la situazione di alienante caos, tipica della vita nella nostra contemporaneità, di noi bombardati dalle notizie dei mass-media o a fare la coda in asettici supermercati.

Proprio in situazioni minimalistiche, come quelle suddette, emerge l’importanza dello scrivere, come mezzo prezioso per ritrovare l’etimo, l’essenza delle cose che sembrava perduto nel mare magnum della caduta dei valori.

La parola deve venire alla luce anche se non la si avverte, anche se non la si sente, anche se non la si vede e deve essere scritta con la penna biro o con il piccì,

Il verbo assume una valenza salvifica che riguarda la sfera intima, personale, privata e non quella pubblica o sociale perché la poesia, nel terzo millennio e sempre, non cambia lo stato delle cose del mondo né a livello politico né sociale.

La ricerca del senso, tramite la parola, è un’esigenza alla quale non si può rinunciare perché conduce, nei limiti del possibile, ad una verità, ovviamente non per tutti, ma per chi s’incammina in questa direzione.

Nella parte eponima, la più alta, si avverte la tensione verso il tentativo di ricomporre una scissione, di unificare proprio quei frammenti dispersi della personalità, della coscienza.

Il poeta nella sua percezione del reale, nel suo scandagliarlo, va molto in profondità:-“E noi cosa ci aspettiamo da fuori?/ che venga il cielo a inondarci di celeste?/ che venga il giorno del sorriso eterno?/ che ci pervada la parola unica/ scritta di luce e di amore?//...”-.

Se dall’esterno non può venire la catarsi, la fusione di noi stessi con la natura:-“ma noi davanti al nostro specchio/ ci aspettiamo riflessi dell’altro / non di noi/…”., quella che può essere l’unica prospettiva salutare consiste nell’uscire da noi medesimi, tramite il sogno ad occhi aperti e il sogno addormentati, che poi non sono altro che la quintessenza della poesia.

Un esercizio di conoscenza in versi quello di Vetromile.

Il decimo poeta antologizzato è Giuseppe Vigilante con la silloge La miseria e il ricordo, composta da quattro poesie, nelle quali è centrale un tu femminile, intitolate Sakhalin, Castelgandolfo, Harlem Reinaissance, La ragazza Rosemarie e una composizione finale “La strada” di Fellini.

E importante sottolineare che i primi due componimenti sono ispirati liberamente a fatti realmente accaduti.

Infatti il poemetto Sakhalin ha come antefatto l’ultimo viaggio di Anton P. Cecov, del gennaio del 1904, compiuto con la moglie, l’attrice Olga Knipper, per Berlino e la Foresta Nera.

Nel testo Vigilante immagina che l’autore de Il gabbiano rievochi, in questo itinerario estremo, quello compiuto nel 1880 per visitare il penitenziario dell’isola di Sakhalin.

In Sakhalin, composizione suddivisa in nove strofe, si constata una musicalità suadente, raggiunta attraverso il ritmo serrato, e prevale un afflato di dolcezza, di soavità dell’io-poetante nel rivolgersi alla moglie Olga, osservata nell’incipit, come un passero dalla neve del davanzale.

Vigilante- Cecov decanta la bellezza della sua donna giovane e stanca, mentre osserva dal finestrino la terra tedesca.

Le descrizioni di una natura rarefatta sono molto belle: quelle della neve che ammanta il paesaggio e quella dei grigi mattini.

Toccante ed efficace la descrizione dei miseri detenuti in una prigione che fa scattare il meccanismo della compassione e dell’umana pietà nel poeta, rattristato da quella condizione, come dice alla moglie Olga.

Il poeta osserva i vecchi detenuti con lo sguardo offuscato, persone che vivono in condizioni miserrime, incatenati sulla panca e che si sfamano alla gavetta come animali miti.

Nel rivolgersi ai prigionieri dichiara di non poterli chiamare amici, quando il martello batteva e si serravano i ceppi alle caviglie.

Un crudo realismo in Sakhalin permea le descrizioni di Vigilante che crea scene da incubo pervase da un onirismo purgatoriale.

Anche in Castelgandolfo si parte da un background che si riferisce ad eventi reali, storici:

Infatti, durante l’occupazione nazista di Roma, numerose famiglie ebree trovarono rifugio nella residenza pontificia di Castelgandolfo.

Nella poesia l’io-poetante si rivolge alla moglie, Sara, con grande tenerezza e, nel primo verso, afferma che le sue trecce erano troppo piccole e avrebbe voluto tirarle per fermarla e parlarle.

In “La strada” di Fellini l’io-poetante descrive le sue sensazioni, condivise con un amico, dopo avere assistito alla proiezione del film,

All’uscita dal cinema i due amici piangono, commossi dalle vicende patetiche di Gelsomina, affratellati dalla sua vicenda, che genera in loro una forte sensibilità verso il dolore.

Si constatano chiarezza e nitore in queste composizioni e i versi sono scattanti, leggeri e icastici.

Si può intendere come neolirica tout-court, la poetica di Giuseppe, connotata da magia, sospensione e luminosità e l’aggettivazione è notevole e crea sfumature di significati.

Una linearità dell’incanto permea le immagini raffigurate, sia che il poeta descriva atmosfere dolorose, sia che s’immerga in visioni idilliache.

Il La miseria e il ricordo le descrizioni sono spesso caratterizzate dalla presenza del male, senza mai che il poeta cada nella retorica o dell’autocompiacimento.

Recensione
Literary © 1997-2022 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Cookie - Gerenza