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La parola postuma

Alfredo Rienzi, nato a Venosa nel 1959, vive a Torino. È poeta e saggista e ha pubblicato molti libri di poesia. È presente in numerose raccolte antologiche e autorevoli critici hanno scritto sulla sua opera.

La raccolta di poesie di Rienzi, che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta una corposa prefazione di Giorgio Linguaglossa esauriente e ricca di acribia e in chiusura un brano di Mario Marchisio intitolato Alfredo Rienzi, un poeta esoterico.

Il libro è scandito in due sezioni: la prima comprende un’antologia di testi editi tratti dalle raccolte Oltrelinee, Simmetrie e Custodi e invasori, mentre la seconda racchiude testi inediti prodotti tra il 2005 e il 2011 che hanno per titolo La parola postuma.

La poetica del Nostro fortemente intellettualistica, antilirica e anti elegiaca si realizza con poesie dalla forma anarchica che sfiora l’alogico.

Ha ragione Marchisio a definire Alfredo poeta esoterico per la sua oscurità, ma se si leggono con attenzione queste poesie raffinate, ben cesellate ed avvertite si coglie in esse una fortissima carica di senso ed una vaga consequenzialità.

Al lettore pare di affondare nel magma della pagina per riemergerne colpito da una forte carica emozionale e lo stile del poeta è icastico e nello stesso tempo leggero, luminoso e veloce.

Una vena neo orfica sembra essere la stabile cifra distintiva di Rienzi e visionarietà e sospensione connotano l’ordine del discorso.

Nei componimenti più lunghi si nota una tensione affabulante e si tratta di una poesia descrittiva nella sua intrinseca complessità.

Un’atmosfera d’inquietudine e di mistero serpeggia costantemente in questi testi dalla forte carica evocativa e ombre e luci kafkiane sembrano continuamente quasi con un’intermittenza pervadere le pagine.

Rienzi produce una poesia sperimentale anche se molto lontana da quella dei poeti dei gruppi ’63 e ’93.

Un certo pessimismo sembra rivelarsi in questi componimenti nel suo estrinsecarsi in versi tragici e affascinanti ontologicamente come quando il poeta scrive: …/ma l’uomo che impone il prezzo e l’abuso/ è qualcuno che sempre ci somiglia/ così che si confondono le storie/ le acque, i limiti tra vita e inerzia/, versi tratti dalla composizione Per quanti giorni la luce ha coperto.

Notevolissima è costantemente la densità semantica che si coniuga a quella metaforica e sinestesica.

Nei testi centrati sulla pagina si avverte una forte dose di tendenza epigrammatica e una suadente musicalità prodotta dal ritmo sincopato.

Eppure talvolta nei tessuti linguistici si aprono squarci di speranza come in Giungo sull’arenile a notte fonda quando viene detto un mistero troppo comune da turbare i sogni.

E lo stesso mistero, dunque, può divenire una categoria tendente al superamento del pessimismo, anche se immerso in atmosfere di onirismo purgatoriale.

Recensione
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