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La rupe del biancospino

Rita Iacomino nasce a S. Vito Chietino nel 1950, nel 1966 si trasferisce a Limbiate (MB) dove vive e lavora come impiegata. Ha pubblicato numerose raccolte di poesia e ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti e sue opere sono inserite in più antologie e raccolte. È ideatrice e presidente del Premio Letterario Internazionale “Energia per la vita”, promosso dal Lions Club Rho ed è ideatrice e presidente del Concorso Letterario Internazionale “La girandola delle parole” promosso da Pro Loco Limbiate. È inoltre giurata in vari Premi Letterari Internazionali.

Siamo tutti eroi in quanto uomini e donne, bambini o adolescenti, giovani o anziani: questo si riferisce ad ogni persona reale e ad ogni protagonista nel campo letterario, che sia narrativa, poesia o sceneggiatura.

L’epica del quotidiano quando la vita col giungere alla maturità dei lutti e delle responsabilità diviene sempre più difficile e avanza in progressione geometrica il senso della percezione soggettiva del passare del tempo trova espressione e manifestazione proprio in un romanzo di natura autobiografica come La rupe del biancospino, con l’inevitabile identificazione del lettore nei personaggi caratterizzati da un grande realismo e profondità introspettiva.

Rita Iacomino, con questo romanzo in terza persona che ha avuto, caso raro, il dono della ristampa, a conferma della sua notevole qualità, riesce a descrivere con efficacia e acume psicologico dell’io-narrante onnisciente le vicende dei protagonisti Camilla e Rocco che vivono in un’epoca, quella delle guerre mondiali e del fascismo che sembrano distanti anni luce per costumi, mode, atmosfere e tecnologia dal terzo millennio di internet, e-mail e sms.

Camilla nasce nel 1888 in un piccolo paese del centro Italia, su una collina a picco sul mare sesta figlia di genitori ricchi.

Quando Camilla aveva dieci anni il padre si ammalò e morì lasciando la famiglia con gravi problemi economici avendo speso quasi tutte le sue sostanze per cure costosissime quanto inutili.

A livello di partecipazione empatica del lettore alle vicende del plot si deve sottolineare che il lettore stesso si trova immerso in due atmosfere tra loro contrastanti che finiscono per sovrapporsi e si fondono tra loro.

Se da un lato c’è la raffigurazione della idilliaca famiglia di Rocco e Camilla con i loro otto figli ai quali si aggiunge una nona figlia, che da neonata è abbandonata dai genitori, famiglia serena nella sua scarsa ricchezza e fondata da tutti i membri sul lavoro e la collaborazione reciproca, elementi per il quale viene in mente il verso di Antonio Riccardi sento il senso comune alla specie come profitto domestico, verso che infonde fiducia sul susseguirsi armonico della vita tra generazioni diverse, d’altro canto c’è il tema del male e del dolore che s’identifica proprio nelle due guerre mondiali e nel fascismo che nell’inevitabile e crudele sfondo della storia mette in crisi lo splendido e armonico microcosmo domestico con fenomeni a noi persone del terzo millennio del tutto estranei e peraltro inverosimili e inimmaginabili nell’era del villaggio globale per gli occidentali rifugio sicuro nonostante il flagello del consumismo, della caduta dei valori e della pandemia.

Bellissima inizialmente la descrizione dell’innamoramento di Rocco e Camilla nell’incrociarsi degli occhi che si guardano in un momento di grazia fugace, garanzia di equilibrio e fortezza anche nelle sfavorevoli contingenze storiche che non saranno prive di dolore per la famiglia patriarcale.

Recensione
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