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La via delle ortensie

Loris Maria Marchetti (Villafranca Sabaudia 1945) ha all’attivo una ventina di opere poetiche, spesso premiate, due volumi di racconti, un romanzo breve e alcune raccolte di elzeviri e prose varie.

La via delle ortensie, la raccolta del Nostro che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta una prefazione di Paolo Santarcangeli ricca di acribia.

Nel suddetto scritto il critico afferma che la poesia di Marchetti, malgrado qualche apparenza, non è facile, non è “aperta”, non è “fungibile”: esige più di una lettura ed una frequentazione “simpatetica”, tesa a cogliere la parola giusta che talvolta si nasconde tra le righe, con pudore e, “horribile dictu”, anche con intenzioni consolatorie.

Infatti, si può aggiungere, colpisce l’abilità di Loris di creare, delineare immagini (attraverso i sintagmi rarefatti) sempre avvertite, ben cesellate e raffinate nelle quali l’io poetante emerge come un acuto osservatore della realtà, come, per usare una metafora, un regista di film che punta non la cinepresa ma una penna acuminata sulle cose e sulla realtà del mondo per restituircela sublimata e rarefatta con quella che si chiama appunto poesia.

Di raccolta in raccolta Marchetti elabora esercizi di conoscenza profondi e sentiti e il fattore x della sua poetica, qualsiasi sia la materia trattata, i luoghi, i viaggi, l’amore o l’introspezione affabulante è sempre quello di una parola sottile e intelligente, pervasa da una forte attenzione che, se riportata ai campi della vita e della realtà, è piena di una brama di non sbagliare, di non fare errori: così la poesia stessa diviene propedeutica per la realizzazione di un esistere armonico, di un neoromanticismo controllato.

In La via delle ortensie si ritrovano costantemente magia e sospensione, senso della sorpresa che crea suspense anche attraverso le descrizioni, in una realtà quotidiana, di fatti semplici e apparentemente banali che si caricano di senso e quasi di mistero.

Come avviene in Troia, la prima poesia della prima sezione, nella quale uno dei monelli che giocavano a calcio chiede al poeta se è straniero, a lui con la sua faccia mezzo ebrea. di mediterraneo ad honorem.

L’autodefinizione di mezzo ebreo fa riflettere sul senso del dolore di un popolo, che riguarda anche il poeta che quasi somatizza le motivazioni del suo scrivere i versi per la particolarissima sorte degli ebrei stessi attraverso la storia.

La poesia eponima è pervasa da una forte carica di fascino che sfiora il neo orfico e il nonsense, piena di suggestione che porta il lettore ad un’immersione totale nel tessuto linguistico dal quale emergere veramente ammaliato.

La via delle ortensie stessa è detta come un non luogo e come un posto mitico insieme.

Lo stesso autore scrive che tale strada attraversa possessi illegittimi e rende grumi di vita inespressa, fittizia, sepolta e non è simbolo segno o ricordo e forse è l’essere stesso smateriato che si pensa. Il discorso del poeta potrebbe riferirsi ad una fusione ontologica dell’io – poetante con la stessa strada.

La raccolta è scandita nelle seguenti sezioni: Itinerario pugliese, La via delle ortensie e Traversata.

Recensione
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