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Le due scarpe sinistre dei poeti - Saggi (1996–2014)

Osservazioni sugli scritti riguardanti i poeti inclusi nel volume

Le due scarpe sinistre dei poeti è un testo costituito da diciotto monografie di varie dimensioni su poeti e poetesse, tutti italiani tranne Arthur Rimbaud, che hanno avuto un’importanza rilevante nel panorama letterario tra Ottocento e Novecento.

Il volume è stato pubblicato con il contributo della Fondazione Marino Piazzolla di Roma diretta da Velio Carratoni.

In Duetto per voce sola: Rimbaud e il ragazzo di Charleville. il critico mette in rilievo la cifra distintiva che contraddistingue la poetica dell’autore francese, nato nel 1854 e morto nel 1891.

Tale carattere lo fa includere tra gli esponenti del Maledettismo, atteggiamento di ostentato anticonformismo, di plateale superamento dei canoni. morali, sociali ed estetici propri di un gruppo o di un ambiente.

Rimbaud è in sintonia con questa corrente per la sua indole fortemente trasgressiva e la sua personalità ribelle, insofferente a tutte le regole della collettività, che lo fa fuggire dalla guerra dei doveri.

Per questi elementi il poeta esce da qualsiasi collocazione nell’ambito dell’establishment culturale a lui coevo.

Inoltre è stato avvicinato, per la sua ispirazione, all’amico Verlaine e a Baudelaire, che si riallacciano per certi aspetti al Simbolismo.

E’ un rappresentante della sua epoca in senso contrario, nel suo porsi criticamente e nichilisticamente contro gran parte del mondo che lo circonda.

Infatti Rimbaud si ritrova a vivere in un momento di crisi e viene distrutto moralmente dall’umanesimo che stava per giungere alla fine.

A conferma del suo spirito tormentato, il Nostro ha attraversato situazioni estreme, come quella di camminare a perdifiato a Milano, in piazza Duomo, con le scarpe sfondate, cotto dal sole e stordito.

In questa situazione venne soccorso da una donna caritatevole, pronta a dargli un giaciglio su cui riposarsi e gettare tutta la sua ansia.

Poi si può presumere che, dopo essersi specchiato sul fondo della sua angoscia, sia riemerso, spinto da un’elementare volontà di vivere, oltre che dal credere nella pratica della poesia come valore catartico.

In ogni caso i versi dell’autore de Il Battello ebbro sono importanti nell’ambito della storia della poesia moderna stessa.

Essi sono connotati da una forza notevole che si realizza nei suoi componimenti, con la loro natura prorompente, vitalistica e iconoclastica.

Lo stesso Rimbaud, non a caso, affermava che il poeta è un veggente.

Infatti la carica dissenziente delle parole di questo autore, espressione per antonomasia del pensiero divergente, spinto al massimo grado, sottende una tensione.

Tale sforzo, nell’arrivare all’indicibile, possiede in sé stesso un’energia fortissima, nell’avvicinarsi sempre più ad una rappresentazione dell’oggettività, mai raggiungibile, ad un limite invalicabile.

Interessante il titolo che Donato dà al saggio, nel quale tende a sintetizzare l’identità dell’artista, che esprime, con una voce sola, il suo essere poeta, ragazzo di Charleville e Arthur.

Questa individualità si manifesta attraverso la sua verginità etica e fa risaltare e mettere in luce la sua grandezza, che si realizza con una capacità creativa vitale e originalissima.

Tramite l’urgenza del dire, esprime nelle sue composizioni l’insulto contro ogni realtà precostituita, infierisce e mette in scena l’odio.

Prima di arrivare al definitivo silenzio, a diciassette anni crede ancora nella possibilità salvifica della poesia.

A diciotto indossa i panni di una causa disperata e assume la responsabilità di non fornire più chiacchiere al suo pubblico.

Come scrive Di Stasi, Rimbaud non trova la vita, ma parole e allora basta parole. A vent’anni fa voto di non scrivere più.

Il suo approccio alla scrittura avviene attraverso la sua missione, che consiste nella volontà di volere graffiare la pagina.

Ciò si realizza secondo i canoni di un’estetica che privilegia una forma rigenerata, arcaica, magica, primitiva e innocente.

Il risultato è quello di un’immensa icasticità delle immagini nelle sue opere, prodotte attraverso uno stile inconfondibile e debordante, che fa della sua esperienza e del suo lavoro un unicum.

Situazioni estreme si susseguono nelle sue poesie ed emblematico nella sua produzione è il libro intitolato Una stagione all’inferno.

Questo è uno dei suoi capolavori ed è stato un punto di riferimento per molti poeti non solo a lui contemporanei..

In Rileggere Satura, ovvero come spaccare in due i capelli di Montale, il saggista delinea il presupposto metodologico da assumere per pervenire ad un’esauriente ed efficace comprensione della stessa Satura.

Tale premessa consiste nel fatto che nel Novecento si costruisce un orizzonte puramente tecnico, mentre ci si adopera, in ogni modo, per demolire l’inservibile e inutile retaggio umanistico.

Anche Di Stasi, come gran parte degli autori, vede una netta linea di demarcazione nel ciclo poetologico di Montale, nato a Genova nel 1896 e morto a Milano nel 1981.

Infatti individua una prima fase costituita da Ossi di seppia, Occasioni e Bufera e un periodo successivo nel quale il poeta scrisse Satura, Xenia, Diario del ’71 e del ’72, Quaderno di quattro anni e Altri Versi.

Il primo periodo vede la difesa, con piglio solenne e sacerdotale, dell’accumulo storico della letteratura occidentale.

Il secondo, invece, l’impegno a leccare le ferite relative alla morte dell’arte per poi sogghignare e menare fendenti.

Verificatasi la suddetta fine della poesia, teorizzata da Paul Celan, dopo l’olocausto e la seconda guerra mondiale, la struttura della realtà cambia radicalmente.

In un mutato quadro politico e sociale, in una fase nuova di ricostruzione, pace e democrazia, in Italia, come in altri paesi, si trasforma quasi del tutto, a livello ontologico, l’approccio alla vita, che migliora la sua qualità.

Questo avviene proprio grazie alla magica e rinnovata parola libertà, che si coniuga ad un certo benessere economico per i cittadini, anche se nasce, contemporaneamente, il fantasma del consumismo.

Eugenio Montale coglie in pieno la portata epocale di questi avvenimenti ed è costretto ad uscire dall’ermetismo per immergersi nella rappresentazione di un mondo secondo la sua soggettività.

Nel 1956 pubblica La bufera e altro, ancora influenzata, in qualche misura, dal clima ermetico.

Invece nel 1971 fa propri i fermenti che il nuovo scenario stava vivendo ed esce con Satura, specchio del rinnovato orizzonte.

Proprio con tale pubblicazione, a ridosso dei settantacinque anni, il poeta genovese cambia la direzione del suo poiein.

Nel riflettersi in un contesto, che, se non è proprio a misura d’uomo, almeno risulta più vivibile, l’autore si esprime attraverso la prosapoesia e il diarismo fulmineo e tagliente.

Come scrive il saggista, Montale giunge a teorizzare il limite della poesia come organizzazione esclusivamente concettuale.

Nel compiere questo assume una posizione radicalmente empiristica, nell’assoluta convinzione della vanità di tutto (causa, sostanza, spazio, io, affetti).

E’ del vincitore del Premio Nobel per la Letteratura nel 1975, l’affermazione con la quale dichiarò che i primi tre libri di poesia li ha scritti in frac, mentre gli altri in abiti da casa dimessi.

Sicuramente Montale con Satura si può considerare un anticipatore, un precursore, di molta della poesia dei nostri giorni.

Tale concezione dell’arte vede il poeta in generale, interessato più al solipsismo, a rimanere autocentrato, che ad essere eterocentrato nella ricerca della comprensione critica del mondo, uscendo dalla sfera del privato.

La poetica di Satura è intrisa di un sobrio nichilismo e, a livello stilistico, i versi sono connotati da una fortissima precisione.

Ogni singolo sintagma ritrova il suo posto giusto sulla pagina e suona attento nella nebbia della vita, risultando memorabile anche per il lettore più sprovveduto.

Elemento fondante di Satura, del tutto contrario allo stile del primo Montale, è quello della sua collocazione, a livello temporale, in un limbo.

In tale spazio virtuale si può vivere senza esistere, si può amare senza provare alcun sentimento, si può parlare di verità avendo in mente solo la persuasione.

Con il correlativo oggettivo ogni immagine delle poesie rimanda ad altri significati, ad un piano altro, per giungere al varco che conduce alla salvezza.

Nelle composizioni di Satura si ritrova uno spleen compositivo del quale il poeta ha un’esatta e piena coscienza.

Una visione del mondo disincantata di un artista che nominava nei suoi versi l’oltrecielo, senza avere ideali trascendenti, e che ha lasciato come testamento spirituale due libri intitolati Diari postumi, usciti dopo la sua scomparsa, curati da Annalisa Cima.

In L’ircocervo Emilio Villa, Di Stasi compie un’approfondita e corposa disanima, ricca di acribia, sulla poetica di Emilio Villa (1914-2003).

Il Nostro è stato artista, poeta, biblista ed intellettuale e viene analizzato criticamente, sia come uomo e personaggio, sia a livello delle sua produzione artistica.

Da notare che il termine ircocervo, usato dallo scrittore nel titolo della monografia, designa un animale favoloso per metà caprone e metà cervo e, metaforicamente, qualcosa di assurdo o irreale.

Va considerato che Villa, nato nel quartiere di Milano Affori e morto a Rieti, è solo per una ristretta cerchia di lettori uno dei massimi esponenti della letteratura del Novecento.

Nonostante l’indiscutibile qualità della sua opera, sull’autore è calato uno dei silenzi più forti nell’ambito della cultura italiana.

Nel ricercare le ragioni della scarsa fortuna di Emilio, a livello di pubblico, il critico si rifà ad uno degli assunti fondamentali di Le due scarpe sinistre dei poeti, espresso in Avvertenze, che apre il volume.

Secondo tale asserzione, molti poeti rimangono incompresi, incomprensibili e non letti.

Questo è il risultato di un’attitudine dei lettori di poesia, che sono spesso essi stessi poeti, a preferire una forma di scrittura lirica e consolatrice senza barocchismi o ponderose oscurità di senso, un tipo di stesura, non a caso, antitetica a quella villiana.

Come persona Emilio è stato un uomo dalle molte esperienze, che si riverberano nella sua fertile attività di poeta.

Nella lunga vita ha trascorso gli anni giovanili in seminario e ha compiuto viaggi intercontinentali, con numerose permanenze nei luoghi visitati.

L’ultima fase dolorosa della sua esistenza è stata segnata dall’indigenza e da un terribile ictus che gli aveva portato via la parola.

Villa è stato anarchico senza né tetto né legge e intellettuale, come dice il saggista, fluttuante tra lombardismo, omerismo, sumerismo, francesismo et coetera.

La critica gli ha attribuito le stigmate di un generico e molto oscuro sperimentalismo – desemantismo.

Spesso ci si è guardati bene dall’inoltrarsi nei perigliosi meandri dell’esegesi e della disputa, preferendo la Villa – cancellazione, cioè il silenzio sull’autore a cui si accennava sopra.

Altre volte si è verificata un’acritica genuflessione dinanzi a questa figura, vista quasi come un santo profano, comparatista, filologo, glottologo o quant’altro.

Nella sua esistenza, in sintonia con gli accadimenti collettivi del Novecento, (Monarchia, Fascismo, Repubblica Prima e Seconda), il poeta è stato sempre persona e cittadino del suo tempo, in forte tensione dialettica con esso.

Individuo del tutto anticonformista nei suoi atteggiamenti.

Infatti aveva un disprezzo assoluto per il danaro e insegnava con ricchezza di dettagli l’arte di dormire sotto i ponti del Tevere.

Inoltre, manifestando recrudescenze contro il perbenismo e il decoro piccolo – piccolo borghese, si ostinava a riavviare i capelli con un pettinino azzurro a metà di ogni cena a cui era invitato.

Complesso, articolato, composito e a tratti cupo il suo fare poesia.

Infatti il poeta costringe il lettore a fatiche ardue e spesso irritanti.

Gli oggetti, le tematiche e le figure di Villa, che s’inverano nella sua versificazione, sono molto originali e spesso quasi minimalistici.

Sono nominati, infatti, tramvieri, attricette di terz’ordine che orinano sui marciapiedi a notte inoltrata, materassi battuti all’alba sulle ringhiere di scalcinate case popolari, le palpebre arrossate delle guardie notturne, i postini, la Grande Proletaria in movimento compulsivo verso la Storia.

Attraverso la sua concezione dell’arte, nei suoi testi, oggetti assolutamente impoetici si fanno linguaggio poetico.

Emerge anche il tema sociopolitico con la descrizione della metropoli lombarda, che inizia a entrare nella fase del boom economico con i suoi processi di migrazione forzata dal sud e dalle campagne padane.

Scrittura antilirica e antielegiaca tout-court, quella che incontriamo nelle sue composizioni, veloce, a tratti gridata, ma controllata.

Dagli stessi componimenti icastici, densissimi metaforicamente e semanticamente, emerge una dose fortissima di ipersegno.

Tramite immagini veloci, non irrelate tra loro, il poeta raggiunge accensioni e spegnimenti, illuminazioni fulminanti.

Rifacendosi ad una natura archetipica del mondo, l’anarchico Villa crea nuove modalità lessicali e una diversa rappresentazione del rapporto tra formale ed informale.

La struttura del tessuto linguistico di Emilio si fa riflesso del suo modo di essere e del suo atteggiamento verso la vita.

Infatti le stesure delle poesie presentano non a caso una forte vena anarchica, mantenendo però sempre un filo rosso, che lega le loro parti, una vaga razionalità.

Così i sintagmi, nel loro comporsi e strutturarsi sulla pagina, non sfiorano nemmeno l’indistinto né l’alogico.

In E ma dopo il poeta nomina il germe e, iterativamente e anaforicamente, l’etimo.

Qui sembra che le parole stesse vadano alla ricerca della definizione dell’esistenza, della sua essenza, anche se si tratta di un vivere dominato dalla privazione e dalla precarietà.

L’autore pare preferire una terra dimessa e vitale e va al di là, sia dalle false avanguardie, che dai sentimentalismi.

Caleidoscopico può definirsi il modellarsi delle immagini contenute nei suoi componimenti.

Esse vedono affiancarsi, nella loro sostanza, elementi eterogenei tra loro, dai bulloni alle turbine, dai reperti preistorici d’arte vasaria alle scie fosforiche, dalle polpe di brina alle architetture di zucchero.

Nell’ambito espressivo di Villa, frammentario nelle sue parti, si evidenziano venature di magia, che emergono attraverso tracce di una luminosità intermittente e pulsante che pervade le parole, le fossili rocce illuminate.

In Oramai è presente anche una tematica religiosa che si rivela quando la felicità ha voltato fuori, all’angolo della strada, lungo le rotaie.

Qui l’io-poetante e un interlocutore, del quale ogni riferimento resta taciuto, divengono due martiri.

Magmatico il decollare veloce di queste composizioni, intrise, a volte, da squarci di sublime bellezza, da elementi cangianti e misteriosi.

In esse si realizzano sinestesie icastiche che catturano chi legge e si presta a questo con la dovuta pazienza e attenzione.

Un’esperienza appartata quella del poeta lombardo, riattualizzata da Fermenti Editrice anche con il volume Mosaico villiano, 2012, di Renato Fascetti, amico di Villa.

In esso ci si sofferma sulla storia privata del poeta, soprattutto sul suo ultimo tragico periodo,

Così, con il suddetto testo, possiamo comprendere ancora meglio la sua eccentrica personalità fuori dai canoni delle convenzioni letterarie, che esce del tutto dall’ambito di ogni tipo di conformismo.

Recensione
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