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Prefato con notevole acribia da Dario Bellezza, con uno scritto che risale al 1993, e con una postfazione di Donato di Stasi, il presente romanzo di Velio Carratoni ha per protagonista un ricco giornalista che mette al centro della sua vita l’esperienza erotica, sia fine a se stessa, sia vissuta come un’ esercizio di conoscenza, attraverso l’esplorazione dell’universo della corporeità femminile a tutto tondo, di ogni parte del corpo della donna, dei suoi indumenti intimi, dei suoi odori, dei suoi afrori e dei suoi cosmetici: una ricerca di un don Giovanni postmoderno che trova il senso nel piacere che è per lui, più che vizio, necessità, al di là di ogni implicazione etica; egli, che è l’io narrante dell’opera, esplora, guarda osserva e si nutre per un bisogno come quello dell’ossigeno, di ogni possibile esperienza sessuale, che, probabilmente, per lui è l’unico modo di trovare l’altro, o meglio l’altra, un mezzo di comunicazione senza parole, ma nello stesso tempo appagante soprattutto dal punto di vista affettivo.

L’ambiente in cui è ambientata la vicenda è la città di Roma e il protagonista è un borghese: qui non può non venire in mente che Alberto Moravia, che, come Carratoni, caratterizzava i suoi personaggi attraverso il sesso: in Carratoni l’elemento sessuale, che non scade mai nella pornografia è veramente centrale ed è quasi l’unico, mentre in Moravia l’intreccio, il plot, era più articolato e imbevuto di una trama precisa e di denso spessore psicologico.

Il protagonista erotomane, che inevitabilmente vive nel quotidiano, lo stesso che incontriamo in ciascuno di noi, in questo romanzo anche drammatico e grottesco, che ha un andamento, ovviamente narrativo ma con qualche soprassalto poetico, realizza la sua personalità attraverso l’esplorazione di ogni minimo anfratto dell’eros: non ama le donne con cui viene a contatto, per lui sono solo carne: è un libertino che può permettersi una vita del genere anche perché non ha il minimo problema economico e può lavorare poco. Per trovare la vera chiave interpretativa di questo testo, che può essere letto anche come un inno al corpo femminile, si riporta l’incipit della prefazione di Bellezza:-“Indicibile e soprattutto indefinibile è l’amore carnale : ma se qualcuno riesce ad offrirci frammenti da questo mondo, ancora oggi così oscuro, possiamo gridare al miracolo… Il libro è un rosario di variazioni sulla carne femminile e dintorni: Velio è un cultore del dettaglio, proustianamente immerso nel frammento e nell’indefinito; perché spio Loise? Forse per prendere atto della sua esistenza che a me risulta egualmente sfuggente?… con una struttura a raggiera dove il presente si confonde con il passato e con il futuro, dove l’oggi può comodamente essere ieri, in una Roma sudata e mefitica, questo intellettuale attraverso la carne, attraverso i corpi delle donne che palpa, tocca, strizza, oppure bacia, lecca, morde, cerca la sua dimensione di uomo”.

Gli episodi si incastonano l’uno nell’altro e la parola si reifica, dall’inchiostro della pagina e si materializza in carne con una forte dose di scabrosità. L’opera è cruda e sanguinante, ma si possono definire le giornate di Mario Moresi degradate? Si può dire che questa persona estenuata dal sesso, realizzi se stessa? Credo che nel suo animo alberghi una forte inquietudine e che sia un uomo costretto, suo malgrado, all’incomunicabilità con il suo prossimo, perché comunicare è parlare o scrivere. Mario invece vuole comunicare solo a livello corporeo, a lui non resta che la sessualità animalesca per realizzare se stesso: tuttavia, anche in questo si può trovare un senso con il linguaggio del corpo e soprattutto con l’intimità, che unisce maschile e femminile.

Il giornalista della Roma borghese può essere avvicinato lontanamente al personaggio, non a caso moraviano, al protagonista de La noia, con la differenza che, mentre l’altro si polarizza ossessivamente su una sola donna, Cecilia, che diventa suo motivo di ossessione, Mario Moresi, spazia tra Loise, Monica e Giada e altre figure femminili ; altra diversità tra i due personaggi è che la contemplazione del corpo muliebre: per Mario Moresi, pur essendo morbosa, è più solare, mentre quella del personaggio moraviano è ossessiva e non trova nessuno sbocco nella felicità, anche per i tradimenti della sua amante Cecilia. In questo Le grazie brune di Velio Carratoni troviamo anche il tema dell’aborto, quando una sua amante resta incinta e questo meraviglia, visto che donne così scaltrite dovrebbero saperla lunga sulla contraccezione. In ogni caso, in queste pagine, nelle quali la sessualità è esibita senza reticenze, il sesso, pulsione primaria dell’uomo fin dalla nascita, e oggetto di studio a tutti i livelli, da Freud, fino ai seminari sui film porno e ai vari festival porno, che comunque sono fenomeni di cultura e costume. Per Moravia, del resto, il sesso era un dio.

Recensione
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