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L'eco, solo lei. Ecoul, doar el

L’eco, solo lei, la raccolta di poesie che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta la traduzione dal romeno di Cinzia Demi e la prefazione di Giuseppe Manitta intitolata La poesia, l’identità e la dispersione, nonché una nota di traduzione e una nota bio-bibliografica.

Ogni componimento è corredato dalla versione in rumeno a fronte.

La raccolta non è scandita e per la sua unitarietà stilistica, formale e contenutistica potrebbe essere considerata un poemetto.

Nella traduzione la Demi, cosa che non avviene nei testi originali, scrive la parola dell’incipit con la lettera maiuscola e usa il procedimento di scrivere il primo verso sfalsato sulla pagina, un po’ più avanti da quelli successivi, elemento che crea il senso della presenza di un’arcana e magica provenienza

Il tono adoperato dal Nostro ha una cadenza discorsiva, affabulante, nonostante la brevità della massima parte delle poesie.

Nitore, luminosità e leggerezza s’incontrano nel dipanarsi delle composizioni che hanno spesso una maniera epigrammatica, assertiva e anche gnomica, nel trattare le poliedriche e multiformi tematiche.

Quasi tutti i testi procedono in lunga ed ininterrotta sequenza nella loro versatile fluidità e la scrittura è piana nonostante le accensioni e gli spegnimenti che si rivelano di tanto in tanto.

Definire tout-court neolirica la poetica di Ion pare azzardato anche se non manca qualche passaggio che sfiora la linearità dell’incanto con qualche squarcio imbevuto di lirismo.

Tuttavia nel tono pacato del poeta pare intravedersi una cifra intellettualistica e il discorso nella grande varietà delle tematiche affrontate pare essere improntato ad una notevole vena introspettiva ed esistenziale nella sua rarefazione, nella ricerca continua del senso della vita, una vita, quella che trapela nei versi carica d’intensità e di ottimismo che sembrano sottendere l’idea dei filosofi pragmatisti americani che l’esistenza stessa è degna di essere vissuta.

In Fotografare l’anima il tono diviene discorsivo come quasi sempre accade, colloquiale e qui si raggiunge un originale e sorprendente misticismo surreale quando viene detta con urgenza l’eternità e si parla appunto di fotografare l’anima stessa.

Tuttavia non manca una malinconia anche se controllata e senza che il poeta si gema addosso.

Infatti in Un altro universo, un’altra esistenza viene nominato efficacemente il senso del tempo che passa inesorabilmente e l’inevitabile rimpianto dei momenti del passato felici e qui viene efficacemente usato il simbolo dell’albero sacro che è diventato marcio.

Nell’ultima parte il poeta si rivolge a Dio appunto chiedendogli un nuovo universo e una nuova esistenza.

A volte nella ricerca della gioia è nominata l’infanzia e qui l’io – poetante riesce a farsi bambino per un tuffarsi nella vertigine della felicità empatica propria di un bimbo per esempio in un viaggio in treno.

Recensione
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