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L’erpice e la zolla

L’erpice e la zolla, la raccolta di poesie che prendiamo in considerazione in questa sede, opera vincitrice del Premio Astrolabio, presenta una prefazione di Enzo Di Rienzo puntuale e di rara acutezza.

Si tratta di un libro non scandito.

Cifra essenziale della poetica espressa da Lorenzo in questo testo è quella di una forte e magistrale icasticità dei dettati.

Il versificare procede per accensioni e spegnimenti fulminei e come scrive il prefatore il Nostro con questi versi ci chiede di planare, senza presumere un atterraggio di fortuna, ad ali spiegate di sorvolare con la spinta dell’apprendimento veloce e immediato.

Poesia dunque come esercizio di conoscenza connotata da una matrice del tutto antilirica e anti elegiaca.

Il poiein è intellettualistico nella sua visionarietà che dipanandosi in strutture vagamente anarchiche raggiunge esiti alti ed effetti efficacemente spiazzanti veloci e di una metallica luminosità.

Nel componimento eponimo il poeta si rivolge ad un tu nell’incipit, figura della quale ogni riferimento resta taciuto.

Si tratta di un tu presumibilmente femminile al quale, con sintagmi criptici, dice di non voler sapere se con il suo funesto augurio ha centrato il bersaglio.

I versi hanno il dono de turbamento e il poeta con una parola detta con urgenza produce una materia carica di vaghezza e magia quando afferma di ritrovarsi con le redini nella mano ma che i buoi sono davanti al carro crudeli e granitici.

Senza dubbio le immagini prodotte da Piccirillo sono nel loro innegabile fascino connotate da una vena surreale e simbolica ragione per la quale le cose divengono correlativi oggettivi con una forte dose d’ipersegno.

Il poeta con questa poesia ambientata in un contesto agreste con una grande forza metaforica si riferisce all’erpice che è una macchina agricola per la frantumazione delle zolle e lo spianamento del terreno, erpice stesso che potrebbe diventare la penna con la quale il poeta stesso scrive.

Rispetto a quanto suddetto viene in mente il poeta Nobel Seamus Heaney con la sua penna con la quale scrive scavando nel terreno.

Una vena d’inquietudine connota il versificare di Lorenzo che presenta luci e ombre kafkiane come quando, ad esempio, dice alla sua lei che si dovrà servire del mastice rancido incastrato sotto le unghie residuo di un ultimo graffio tatuato con un addio silente.

Serpeggia ovunque nella raccolta una drammaticità controllata innestata in una struttura originalissima.

Recensione
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