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L’immobile volo

Di origine francese, Edith de Hody Dzieduszycka nasce a Strasburgo, dove compie studi classici. Attratta sin da giovane dal mondo dell’arte, i suoi primi disegni, collage e poesie risalgono all’adolescenza passata in Francia. Ha partecipato a numerose mostre personali e collettive, nazionali ed internazionali e si è dedicata alla scrittura. Ha pubblicato numerosi libri di poesia, fotografia, una raccolta di racconti e un romanzo.

L’immobile volo, la raccolta di poesie di Edith Dzieduszycka che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta un’acuta prefazione di Luciana Lanzarotti.

L’opera disvela come una forma di avvertito e sensibile dialogo tra una lei e un lui calato in un’atmosfera di onirismo purgatoriale in un vago tempo sospeso, sotteso a quello che potremmo definire male di vivere di montaliana memoria e anche mal d’aurora.

Le due figure nel relazionarsi tra loro attraverso i discorsi ambientati in un’avvertita quotidianità sembrerebbero costituire una coppia che manifesta attraverso i messaggi i cui due componenti si lanciano reciprocamente, un disagio nella natura stessa della loro relazione e sembrano conoscersi bene nel captare dai gesti reciproci i rispettivi sentimenti dell’una verso l’altro e nei confronti della vita in generale.

Quella qui espressa è una poetica ontologica che poco concede ai dettagli e agli oggetti in un’esistenza che è tutta da rinominare e riscoprire.

Il poiein si rivela come flusso di coscienza per esempio, quando in uno dei frammenti lui presume che oggi sia una giornata no e che gli basta il suo sguardo obliquo, sfuggente per capire l’umore di lei, l’oscuro meccanismo che di quando in quando la pervade e la rode.

Il dono del turbamento si fa alla fine speranza quando lui stesso afferma: speriamo che le passi.

Efficace l’immagine nella quale lei paragona il suo ego ad un condominio nel quale lui mai si aspetterebbe che abitassero inquilini potenti.

Complessivamente il libro potrebbe essere letto come un magico poemetto o un’originale sceneggiatura nella quale protagonista è il disagio il dolore dell’esistere e dell’esserci sotto specie umana.

È lei ad affermare che le strade dei due protagonisti sono parallele lungi dall’incontrarsi in seno alla foresta del non detto e che soltanto all’orizzonte fanno finta di unirsi.

Domina in entrambi un senso di solipsistica solitudine il senso di sentirsi soli anche quando non lo si è.

E tutto quanto suddetto trova ragione nell’ossimoro del titolo L’immobile volo quando e detta con urgenza, cosa che riguarda entrambi, il tagliarsi le vele nel porto della vita, senza che l’imbarcazione prenda mai il largo, che è il coraggio di vivere pienamente la vita stessa.

Eppure sono una coppia, un uomo e una donna, e non a caso nel suo monologo interiore lui si chiede se lei sia incinta.

L’incomunicabilità come muro di morte si erge tra i due in una dissolvenza che ha qualcosa di pirandelliano o di bergmaniano nell’incontrare il lettore storie di tutti noi.

Recensione
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