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Mezzanotte in via Toledo

Andrea Ventura (1974) si è laureato in Lettere Moderne all’Università degli Studi di Pavia, città dove attualmente vive, con una tesi di Laurea sui Canti di Giacomo Leopardi. Ha insegnato per anni materie letterarie nella scuola secondaria. Appassionato e studioso di poesia dell’800 e del ‘900, ha pubblicato nel 2017 una prima raccolta di testi poetici sul n. 47 della rivista “Fili d’Aquilone”.

Mezzanotte in via Toledo, la raccolta del Nostro che prendiamo in considerazione in questa sede. presenta un’acutissima e sensibile prefazione di Giorgio Mobili.

Il libro non è scandito e i componimenti dai quali è costituito si differenziano tra loro in quanto alcuni di essi sono forniti di titolo e altri non hanno titolo.

Una vena intellettualistica e vagamente neo orfica connota le composizioni di questo autore, tendenza che fa della struttura testuale sicuramente una forma spessissimo anarchica e in molti passaggi sfiorante l’alogico.

Alla ricerca di una chiave interpretativa per giungere all’essenza della poetica di Ventura sembra opportuno soffermarsi sulla poesia eponima, sicuramente una delle più belle e compiute dell’intera opera.

Dopo l’incipit nel quale il poeta dichiara, rivolgendosi ad un tu presumibilmente femminile del quale ogni riferimento resta taciuto, di sentirsi sconfitto quando vive il suo sogno quale naufrago arrendevole nei giorni, nella finzione di una terra che non parla la lingua dei vivi, Andrea continua il suo monologo in versi affermando di esistere nella voce del tu che stanotte declina sulle rive di un’altra vita, apparsa ad un uomo che non conosce.

Sembra che nei suddetti versi, che costituiscono la prima strofa della composizione, dopo che sia stato espresso il lacerante e doloroso pessimismo della sconfitta e della lacerazione nel naufragio nei giorni in un’atmosfera di morte, l’autore trovi il suo riscatto nel sentirsi esistere nella voce della sua interlocutrice stessa per rinnovarsi in una nuova vita sentendosi un uomo che nemmeno sé stesso conosce.

Versi struggenti quelli di questo componimento che restituiscono il senso di un forte spaesamento dell’io poetante fortemente autocentrato nel suo esserci nel mondo forse alla ricerca inconscia di vivere poeticamente sulla terra.

Cifra essenziale del poiein di Ventura pare essere una tensione verso un’intensa ricerca ontologica, un interrogarsi assillante mai minimalistico sul senso della vita e del tempo che passa inesorabilmente.

E poi c’è il desiderio di ricongiunzione con il suo stesso io alla ricerca della sua identità lacerata insieme alla tensione del relazionarsi con la suddetta presenza che potrebbe lei stessa fornire il varco salvifico, novella Arianna per uscire dal labirinto per giungere forse ad una sorta di speranza anche se non sembra esserci il raggiungimento della felicità assoluta ma solo di una parvenza di gioia.

Un senso pervicace di magia pervade i componimenti di Ventura che complessivamente potrebbero essere letti come un poemetto vagamente filosofico nel quale s’incontrano riflessione sul senso della vita e arte in un esatto esercizio di conoscenza.

Recensione
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