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Na lòsna an fior – Poesie in lingua piemontese

La collana di Letteratura Piemontese Moderna (avviata nel 1969 sotto la direzione di Gianrenzo P. Clivio) si propone di offrire in edizioni filologicamente curate una scelta di opere – poesia, prosa o teatro – che andranno dal secondo Ottocento ai migliori contemporanei. Con l’eccezione di pochi autori già ben noti, la letteratura piemontese dal 1850 in qua è un territorio ancora da esplorare e nel quale – senza pretendere di rivelare dei capolavori – può venir fatto di compiere qualche recupero interessante. Il secondo quarto del Novecento ha visto nascere in Piemonte una poesia raffinata, ancora poco conosciuta, che merita di essere letta più ampliamente. La collana ha, dunque, un ambito abbastanza vasto e promettente in cui spaziare. Perciò essa non riproporrà gli autori già meglio noti se di essi si hanno edizioni soddisfacenti, mirando invece a valorizzarne altri meno conosciuti ma degni di attenzione.

Il volume Na lòsna an fior – Poesie in lingua piemontese, che prendiamo in considerazione in questa sede, è curato da Albina Malerba e Dario Pasero, presenta una versione in lingua inglese di Celestino De Iulis e una prefazione di Giovanni Tesio.

Nell’esauriente prefazione Giovanni Tesio scrive che la poesia di Gianrenzo P. Clivio è tutt’altro che un esercizio a latere. Non numerosa, no, ma solida e profonda, sicuramente lirica, tendenzialmente poematica, ossia non frammentistica, e meno che mai frammentaria.

Clivio porta nella sua poesia la sua passione di studioso, ma dà soprattutto voce al suo bisogno di canto, alla sua necessità di sprigionare (e dunque di liberare) le sue più profonde ossessioni.

Collocarne storicamente il timbro non è difficile, perché siamo prevalentemente negli anni Sessanta (lui era del ’42), e dunque in età giovanile – quantunque ricca già di conoscenza -, satura di arditezza e di forza, di energia e di estensione.

Quantunque criticamente impropria, mi pare – leggendo qui raccolte le sue poesie – di vedere quel suo corpo imperativo muoversi in uno slancio della passione che si converte in lingua e in parola.

Lingua sua e dei padri, lingua studiata e studiosa, e parola innamorata, che scaturisce dall’aratura dei tempi, dalla fecondazione delle letture e dalla spigolatura del mietuto.

C’è una vena elegiaca nella poetica di Clivio che si riscontra nel suo amore per i paesaggi che da esteriori divengono interiori, paesaggi dell’anima.

Per esempio in Paride è detto un pastore vicino ad un faggio, su di una collina con i suoi capelli biondi sparsi al vento lungo la schiena nuda tranquillo a guardare fiocchi simili a cotone disfatto a luccicare sotto la volta blu.

E qui vengono in mente Le bucoliche di virgiliana memoria e gli ozi letterari e la fede in una natura bellissima e benigna.

Il gioco della traduzione in lingua italiana e in inglese rende affascinante la scrittura che per chi scrive è comprensibile solo in italiano e quindi per i cultori dei dialetti piemontesi come Dario Pasero, il testo diviene quasi un ipertesto nelle sue affascinanti sfaccettature.

Recensione
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