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Odissaiche

Odissaiche, la raccolta di poesie di Habib Tengour che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta la traduzione dal francese e la postfazione a cura di Fabio Scotto.

Inoltre include uno scritto introduttivo dello stesso poeta.

Come scrive Scotto questa raccolta, a ben vedere un poema, per struttura e tono, esce in edizione bilingue per la prima volta in Italia, occasione questa per meglio approfondire la conoscenza di un autore oggi ritenuto da più parti tra i più significativi della letteratura magrebina d’espressione francese e non del tutto ignoto al pubblico nostrano, per via di alcune sillogi nel tempo apparse da noi.

Un tono narrativo e affabulante, associato ad una dizione chiara, precisa e leggera e nello stesso tempo icastica sembrano essere le coordinate espressive fondamentali per arrivare ad una definizione del poeta.

Da notare che l’autore è ben conscio della forma poematica da lui usata e questo trova conferma nel fatto che la raccolta si apre con un prologo e si chiude con un epilogo.

Protagonista della stesura è proprio l’omerico Ulisse, simbolo dell’astuzia per eccellenza che nella prima parte del testo non è ancora tornato ad Itaca e bisogna sottolineare che con Ulisse non si finisce mai e per esempio il narratore Luigi Malerba ha scritto sull’eroe omerico il bel romanzo Itaca per sempre.

Ulisse ha una sua religiosità e fa sacrifici per ingraziarsi gli dei e il fato e in lui possiamo scorgere una proiezione dell’autore stesso e inoltre ogni lettore della raccolta potrà identificarsi con gioia in una figura di uomo vincente come Ulisse anche se la sua storia è lontana anni luce dalla nostra contemporaneità, anzi è fuori del tempo perché s’inserisce nel mito.

E l’io-poetante è lo stesso Ulisse che con chiarezza e intelligenza parla con urgenza di sé stesso, dei suoi compagni morti, del bottino e del viaggio per navigazione e junghianamente il viaggio è la vita stessa di ognuno di noi.

Da notare che a livello formale l’autore realizza un vago sperimentalismo nell’inserire in maniera irregolare i versi sulla pagina in un gioco che rende intriganti i rapporti tra significati e significanti e tra detto e non detto.

Il procedimento si realizza nello strutturare le unità minime e i sintagmi nell’aggregarli in modi inconsueti che rendono ancora più affascinante la lettura per chi ha la fortuna d’immergersi in queste pagine.

Fortissima densità metaforica, sinestesica e semantica pare caratterizzare quello che potremmo definire il monologo interiore di Ulisse stesso, delle sue imprese, delle sue gioie e dei suoi dolori.

Centrale è il tema dell’esilio che crea angustia e affanni ad Ulisse ma il lettore sa già, avendo letto Omero, che il fine sarà lieto con il ritorno di Ulisse a Itaca che sconfiggerà i Proci e si ricongiungerà con la moglie, la mitica Penelope che era rimasta a tessere perpetuamente la tela.

E proprio le donne sembrano essere veramente centrali in questa scrittura, quelle incontrate da Ulisse nel viaggio, come la ninfa Calipso, la maga Circe e Nausica, mentre la natura è quasi mai nominata nella forma antilirica e anti elegiaca.

Recensione
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