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Per una galleria intatta

Guido Furci (1984) collabora con numerose riviste scientifiche. Le sue pubblicazioni si concentrano principalmente su questioni di carattere testimoniale. È autore di un racconto in versi, Asinus in fabula, nel 2015.

Per una galleria intatta presenta una nota di lettura di Paolo Artali acuta e sensibile.

Cifra essenziale della poetica di Furci è una vena intellettualistica e ironica che a volte diviene surreale nelle composizioni che sono ambientate quasi sempre nella quotidianità della quale sono dette per esempio situazioni relative all’attività di docente universitario del Nostro o della vita familiare con la moglie e la figlia.

La dizione dei versi è chiara ed è connotata da una certa narratività e non a caso una breve parte del libro è costituita da un frammento di prosa poetica.

Ottima la tenuta dei frequenti versi lunghi che danno ai componimenti ritmicità e sospensione e un senso di musicalità a volte tramite le rime.

Come scrive Artali, che paragona il testo ad una partitura musicale, già il titolo, che potrebbe avere una valenza ossimorica, annuncia uno dei possibili temi del libro, quello del viaggio, affiancando l’altra asse portante: l’attesa.

A volte c’è un tu del quale ogni riferimento resta taciuto, presumibilmente l’amata e bellissimo è questo distico: -”Cerco di volermi bene, / per volerne a te senza riserve”, versi di grande eticità che hanno per tema la capacità d’amare.

Se quando si scrivono poesie lo si fa sempre riferendosi a sé stessi, se la poesia è sempre d’occasione, come diceva Goethe, il dipanarsi dei versi di Furci ne è un’esatta dimostrazione.

In un contesto in cui dominano i soggiorni all’estero (cinque paesi in quattro mesi), connessi agli impegni lavorativi, l’io-poetante rimane attento al mondo domestico, agli affetti per cui con intelligente attenzione il poeta coglie in essi sfaccettature che divengono veri e propri esercizi di conoscenza.

In conformità a quanto suddetto si citano questi versi: - “La prima cosa che ho imparato da mia figlia / è che le rime non servono a descrivere l’accaduto // Sottolineano / rassicurano, / legano. / Cuociono insieme, a loro modo, tasselli di mondo. // Ma non descrivono / E quando lo fanno sbagliano. // Al riparo dagli errori altrui / tento di correggere i miei: accarezzo una palla che sa di latte, / che dentro è viva, nella quale oso perdermi come in apnea //.” -.

L’autore dimostra di essere riflessivo nel destreggiarsi nell’epica del quotidiano che lo circonda e da feticista dello stesso quotidiano trova le strategie per giungere al senso profondo della vita che come affermava il Pragmatismo americano è degna di essere vissuta.

L’amore, come si accennava, costituisce una delle tematiche del testo: - “Non ho mai pensato che l’esistenza fosse necessariamente un dono. // Tu però lo sei. // E se mi auguro qualcosa in questa notte di silenzio antico / è che prima o poi ti possa dire lo stesso. // Magari in piedi davanti allo specchio, / gli occhi negli occhi di un’immagine illesa //…” -. Qui il poeta riflette sull’esistere e con delicato erotismo si avvicina all’amata e decide di guardarla negli occhi che sono lo specchio dell’anima.

E la vita è fatta di tante cose: - “Un biberon al mattino, gli omogeneizzati a pranzo, / un succo a metà pomeriggio, e poi in funzione di quello che chiede lei // Le istruzioni della mamma / e le improvvisazioni di papà. //…”.

Così l’esistere trova compimento in fotogrammi di quello che è il negativo fotografico delle immagini da guardare, negativo fotografico della vita stessa che è la poesia.

Recensione
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