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Petali di me in volo

Rossana Bucci, l’autrice del libro che prendiamo in considerazione in questa sede, è nata a Corato (Bari) dove vive e lavora. Poetessa e artista, da sempre si è interessata al mondo dell’arte e della letteratura, operando e mettendo a frutto le sue idee.

Petali di me in volo presenta un’introduzione ricca di acribia di Oronzo Liuzzi e un’introduzione della stessa autrice. La raccolta non è scandita e, anche per questo, oltre che per l’unitarietà della sua materia, può essere letta come un poemetto.

La poeta, praticando una poetica neolirica tout-court, con venature che sfiorano l’elegia, nei suoi versi leggeri e icastici, svela se stessa, scendendo nelle profondità della sua anima, della sua mente, mettendo felicemente in luce, attraverso un caleidoscopio di immagini, la sua vita di giovane donna, di madre, di figlia, di amante, di artista poliedrica.

Rossana è cosciente delle sue intenzioni, quando scrive, in una pagina che precede le liriche:-“Il tuo sia uno sfogliare / lento / soffermati a meditare / l’arte non viaggia nelle lavate pagine / il mio animo / riparte /”. E’ implicito nei sintagmi suddetti la fiducia della Bucci nella parola poetica, nel suo valore salvifico, nel suo rivolgersi al lettore.

Se l’arte non viaggia in pagine lavate, ogni espressione artistica è frutto di macerazione interiore, travaglio interno, che svelandosi porta alla catarsi nella bellezza dell’opera. Le poesie sgorgano dalla loro fonte, come messaggi in bottiglia o frecce acuminate, derivando dall’immediato e, spesso polemico, relazionarsi di Rossana con le cose e con la realtà, il mondo che la circonda e i suoi abitatori, che molto spesso, inevitabilmente sono figure squallide e corrotte, come i politici truccati.

Quanto suddetto emerge particolarmente in Colpita, nella quale la Bucci fa in versi una dichiarazione etica, nella quale afferma di essere attaccata per essere colpita sempre, pur restando serena, felice e propositiva; in tal senso con coraggio afferma nell’ultima strofa composta da tre versi, scritti in stampatello, di avere vissuto il male, di avere avuto il male dentro di sé e di essere già stata il male.

Il discorso sul male va inteso in senso agostiniano e la Bucci non vuole dire di aver fatto il male, cosa che sarebbe una contraddizione per un artista che segue il parallelismo etico-estetico, ma di averlo conosciuto in passato, sperimentato sulla propria pelle; proprio per questo ora è in grado di non turbarsi più al cospetto della malvagità che in tanti modi avvelena il cosmo del mondo, creato per la bellezza e la gioia, per farne un caos.

In Il mio arcobaleno la Bucci tenta di lanciare un messaggio ad un tu, del quale ogni riferimento resta taciuto, con il quale si sente interanimata, affermando che lo incontrerà in un luogo, nella parte più profonda della sua anima. In bilico tra gioia e dolore, tra misticismo e vago erotismo, le poesie, come petali dell’essenza di Rossana, si librano in volo dolcemente, in un riuscito esercizio di conoscenza.

Recensione
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