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Se
la poesia è sempre metafisica, fatto che ha generato discussioni nell’ambito
del panorama poetico italiano, quella di Annamaria Ferramosca, con pochissimi
oggetti materiali e senza i loro correlativi, con i suoi riferimenti quasi
sempre taciuti a cose della vita quotidiana, eppure poesia non astratta, non
indifferenziata in un magma di massimi sistemi, si pone, oggi, con la sua carica
mistica e luminosa, con uno stile originale e unico, in una posizione al di
fuori delle linee dominanti della poesia italiana, ammesso che queste abbiano un
senso, certamente in netta antitesi con i minimalismi e anche con gli
sperimentalismi.
Venata
da un tono vagamente filosofico, la presente raccolta, scandita in quattro
sezioni, ognuna tradotta in inglese, e intitolate, non a caso, Sotto
l’unica luna, Chiavi di un librocielo, Da soglie empatiche e Battenti,
ha una valenza sicuramente poematica, nella sua compattezza leggera e fortemente
icastica nello stesso tempo. La parola auratica e aurorale della poetessa, fa
librare il lettore in spazi oltre la pagina, con un forte ipersegno e una forte
carica evocativa; la traduzione a fronte in inglese, poi, rende ancora più
affascinante la lettura, visto che una seconda lotta con l’angelo, quella con
la traduzione, dopo quella della composizione, viene a rendere magica la
materia, come, nella sua levità, inserita tra due specchi che si riflettono
l’uno nell’altro in riflessi infiniti.
Ma perché Porte / Doors, che cosa sono queste porte, su cosa aprono? Sono
porte che, attraverso i sintagmi, la coerenza delle frasi, si aggettano sulla
realtà, sono le possibilità del collegamento con il resto del mondo, quasi che
la poetessa, come una Emily Dickinson postmoderna, coltivasse un suo spazio
privato, fatto di una densa materia mentale e poetica per poi lanciare
attraverso questo testo segnali al mondo al di fuori del suo giardino segreto,
che resta comunque segreto.
L’esperienza si compie, come dice Paolo Ruffilli nella prefazione,
costantemente tra racconto e illuminazione, tra un’immagine scheggiata e
puntiforme e una più distesa, tendente cioè al discorso complessivo, le porte,
quindi, collegandosi nel punto mediano tra queste due costanti, rivelano la
chiave d’accesso con il mondo esteriore, che non è pittorico o naturalistico
e resta introspettivo, anche se, a volte, da esso sporgono riferimenti concreti,
vaghi, che si proiettano oltre una siepe, oltre un orizzonte invisibile.
Leggiamo in Parlare come nascere:
“Voci che inseguo da più notti invano | Ne so bene l’attesa | e l’urto lancinante e
l’onda | propagata lungo
le strade a nord del cuore | Arriva | ed è squillo di bimba: | Noi siamo come un
violino, vero? | Le parole | volano come una musica dalla bocca | e la lingua è
l’archetto…| Ma se piango, | Il legno del mio violino è come: | un ramo sotto
la pioggia?- || Parlare come | nascere agli altri ogni volta| venire | alla
luce-bianca-dove | bianchezza è l’universo offerto delle note | brusio
d’angeli sopra Berlino | sopra le regioni | fuori dal dubbio fuori dagli
equivoci. | Così i bambini parlano impastando la terra | col minimo dolore
necessario || Parlare come | vivere con-dividere | ritmi segreti di qualche di
qualche dio dei simboli | vibrazioni protette fino a un termine | dove la voce sarà
oltremusica | pura illimite | si lascerà | talking about - parlar di tutto |
whispering - sussurrare | missing - annullare, perfino | (rumore di rugiada nella
notte).|| Domani, domani, quando? | Oggi piove | sopra il regno dei rami | una sola
parola | può uccidere, ancora | Una nota | far tacere un violino.
Qui, insieme a
risonanze neoorfiche, in una suggestione misteriosa, data anche dai mancati
riferimenti geografici, c’è al centro della composizione una notte che
potremmo definire mistica: c’è un violino, uno squillo di bimba, la corporeità
di un violino che si fa carne: è tutto vago, sospeso praticamente fuori dal
tempo: c’è una forte tensione ontologica già nel titolo Parlare come
nascere: una genesi, un battesimo non solo mistico, ma venato anche da una
religiosità naturale: la pioggia sui rami in una certa forma di panteismo:
l’autrice segue un percorso di sensazioni, di ascolto attento della vita, segue
lo spazio e il tempo, la bellezza e l’inquietudine, in uno stile dove
all’elemento lirico, all’effusione dell’io poetante, non è concesso nulla:
poesia dell’essere che si fa parola, dell’ascolto di un logos sconfinato da
esplorare e rinominare e nominare con gli strumenti della poesia.
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Recensione |
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Porte / Doors
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poesia
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| Autori |
| • | Annamaria Ferramosca |
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Edizione:
Edizioni del Leone
Spinea 2002 |
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| Prefazione di Paolo Ruffilli. Nota di Anamaria Crowe Serrano. Versione inglese di Anamaria Crowe Serrano e Riccardo Duranti. - pp. 128 |
| prezzo: € 10,33 |
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| Recensione a cura di |
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Pubblicata su:
Vicoacitillo.net nr.1/2002
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