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Prove d’autunno

Eleonora Bellini è stata insegnante per pochi anni e attualmente è bibliotecaria. Vive nel Piemonte orientale, poco lontano dal Lago Maggiore sulle cui sponde è nata. Si è occupata di traduzioni e collabora con riviste e siti letterari. I suoi principali libri di poesia sono: Metadizionario, 1980, Note a margine, 1980, Tracce, 1993, Agenda feriale, 1997, I nemici svegli, 2004, Il rumore dei treni, 2007, Le ceneri del poeta, 2011, Stanze d’inverno. Non solo amiche, 2012, Radici, 2014.

Prove d’autunno, libro sottotitolato come raccolta composita e stravagante mentre già incombe l’assurdo, presenta una prefazione di Fabio Scotto esauriente e ricca di acribia.

Il libro è scandito nelle seguenti sezioni: quella eponima, Versi versetti e versacci extra vaganti, Distici semplici, doppi e a piacimento, Compianto e indignazione, Radici, Aria, Terra, Acqua. Dentro l’estate dei giorni,

L’autunno che ritroviamo nel titolo ha ispirato anche registi cinematografici e questa stagione può essere considerata simbolicamente come momento di transizione tra il caldo e il freddo, la luce e l’ombra.

Nello specifico, rispetto a quanto suddetto, si possono citare i film Sinfonia d’autunno di Bergman con Ingrid Bergman e Autunno a New York.

Una certa vena epigrammatica connota i testi poetici dalla forma elegante e concentrata, che sono sempre ottimamente risolti con un notevole controllo stilistico.

L’andamento dell’ordine del discorso è affabulante nella sua immediatezza e chiarezza e si potrebbe parlare quasi di prosa poetica e non raramente si ritrovano vene di minimalismo e di una certa magia della parola che sembra pervadere i componimenti che hanno spesso per tema la quotidianità.

Le poesie dell’autrice sono precedute da una composizione senza titolo di Ariodante Marianni molto suggestiva.

Il libro si apre con la poesia eponima e la parola Prove è da intendersi come un fatto che rimanda a un senso vago, forse all’ideazione mentale di qualcosa che viene prima delle azioni della vita che è fatta di ostacoli da saltare.

Insomma si tratta di strategie da provare per superare le difficoltà che a volte sono delle prove in tutte le stagioni e non solo nel limbo dell’autunno.

C’è sospensione nei versi raffinati, icastici, leggeri e ben cesellati e sono presenti descrizioni naturalistiche molto rarefatte che hanno addirittura, a volte qualcosa d’idilliaco come si evince dal bellissimo verso l’oro delle diciannove imbionda il mare.

Notevole la densità metaforica, sinestesica e semantica.

Il libro è bene articolato architettonicamente, fatto che di per sé stesso sottende una profonda coscienza letteraria.

Come scrive Fabio Scotto nella prefazione Eleonora Bellini ci conduce in un viaggio che si vuole nel contempo evocazione e meditazione intimamente legata all’esperienza del vivere che, possiamo aggiungere, per Cesare Pavese era un mestiere, definizione che porta a riflessioni.

Anche una forte linearità dell’incanto emerge dai versi vagamente neo lirici che hanno a volte addirittura venature elegiache.

Emerge nei tessuti linguistici compattezza formale quando ogni singola parola pare essere un mattone precisamente incastonato in un muro o una tessera disposta armonicamente in un mosaico.

Si respira in ogni poesia un’aurea di vaga bellezza sospesa tra leggerezza e icasticità in sintonia tra loro, che emerge dai testi luminosi connotati da una forte dose d’ipersegno e che sono precisi e veloci.

Attraverso le atmosfere evocate la poeta produce emozioni nei lettori elemento che emerge felice dalla lettura di quello che si delinea come un consapevole esercizio di conoscenza.

Recensione
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