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Ripamaro

Ripamaro, la raccolta di poesie di Tommaso Tommasi che prendiamo in considerazione in questa sede, è scandita nelle sezioni Poemetti e Poesie e presenta una prefazione di Enzo Concardi esauriente e ricca di acribia.

Emerge come primo dato di un’analisi la presenza di un io-poetante molto autocentrato e che si ripiega su sé stesso.

Anche una parola che potremmo definire magica e vagamente visionaria connota i componimenti che hanno una parvenza narrativa, affabulante e chiara nel restituire al lettore la presenza viva di una voce che è alla ricerca del senso profondo della vita scavando con la penna nella terra dell’esistere stesso per usare un’immagine di Heaney che bene si adatta al tipo di poiein praticato.

Poesia neolirica e dell’interiorità che si effonde sulla pagina con il lucido intento di diventare antidoto al male di vivere di montaliana memoria nel mare magnum della nostra realtà postmoderna, liquida e spersonalizzata nonché consumistica e segnata nei nostri giorni anche dal flagello della pandemia, come nota anche il prefatore.

Poesia quindi come veggenza per ritrovare in modo lungimirante il varco salvifico per salvarsi dallo spleen e dallo streben e per ritrovare armonia ed equilibrio anche nella ressa cristiana dei giorni.

Si respira nei versi un anelito verso un ritorno al passato che apra una parentesi di pace per una riappropriazione della felicità perduta quella di un’infanzia, felicità legata anche a correlativi oggettivi, come oggetti, appunto, come la casa dell’infanzia, dove sembrano aleggiare le anime dei nonni.

Chiarezza e nitore nei dettati resi con una parola sempre detta con urgenza raffinata e ben cesellata e il controllo dei versi è sempre calibrato anche per quelli lunghi e al lettore sembra di affondare nelle pagine provando emozioni o sensazioni che nella sua mente erano state rimosse e da condividere con Tommasi nella sua onestà intellettuale e nella bellezza delle immagini create senza il minimo sforzo e ogni componimento decolla soavemente e sensualmente sulla pagina per poi planare nelle chiuse precise calibrato.

Sembra, in un contesto in cui vengono nominati il dolore, le croci e la prostituzione e il carcere come pars destruens della vita, che la soluzione per la conquista della gioia può avvenire solo tra le quattro pareti rosse di una camera, piena del respiro del poeta e della sua amata nel fare l’amore per azzerare le menti e i corpi e per trovare la forza per uscire successivamente allo scoperto in un mondo né buono né cattivo da affrontare corroborati dall’estasi dei sensi con rinnovata fiducia per un profitto domestico dove il testimone metaforico viene dalla generazione precedente per poi essere consegnato a quella successiva.

E c’è il senso della ricerca della libertà che è come una bambina e si ritrova a contatto con la natura che è fatta anche di gabbiani simboli di pindarici voli e del gatto acciambellato che dormendo dà un senso di pace.

E c’è il luogo mitico e incantato Ripa, che nel titolo diviene anche amaro, perché è proprio il luogo dell’infanzia da riattualizzare per riviverla e non da rievocare nostalgicamente.

Recensione
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