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Saggio su Rocco Scotellaro

Rocco Scotellaro, figlio di padre ciabattino e madre casalinga, nacque il 19 aprile del 1923 a Tricarico, in Basilicata, e morì il 15 dicembre 1953 a Portici. prima che la sua raccolta È fatto giorno, Milano, Mondadori, 1954 – vedesse la luce e ottenesse nel 1954 i Premi Viareggio e San Pellegrino. A dodici anni si trasferì per motivi di studio a Scrignano degli Alburni e poi, con alterne vicende, a Cava dei Tirreni, Matera, Potenza, Trento e Tivoli. Nei primi degli anni quaranta si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza di Roma. Ritornò a Tricarico dopo la morte del padre e continuò gli studi presso l’Università di Bari. Aderì al partito socialista italiano e a ventitré anni fu eletto Sindaco e quindi Presidente dell’Ospedale civile del Comune di Tricarico.

Tutta l’opera letteraria di Scotellaro è stata pubblicata postuma. Quando È fatto o giorno venne alla luce nacque un vero e proprio “caso letterario”, in pieno clima di neorealismo, perché quello che fino ad allora era successo nella prosa, parve arrivare anche nella lirica. Infatti, contro la tradizione secolare, appena rotta dal Leopardi e dal Pascoli, che primi portarono gli oggetti umili nella poesia, Scotellaro trasferiva nei suoi versi un mondo rimasto fino ad allora estraneo. Si vuol dire del mondo contadino, dei cafoni dei “fabbricatori”, ma anche degli asini, delle capre e dei muli. Vi irrompevano anche le grandi problematiche sociali, come gli scioperi, l’occupazione delle terre e gli assalti al municipio.

La poesia tendeva a farsi comizio e perciò, come dice Rafael Alberti, scendeva nelle calle, cioè nelle strade, secondo la tradizione della recitazione in pubblico, quali furono conosciute nel mondo greco, ma anche nel mondo socialista e anche in quello ispanico e ispano-americano. Non è facile, infatti, trovare in Rocco Scotellaro, movenze che possono ricondurre, oltre che a Garcia Lorca, a Entusenko. Socialista, sindaco, Rocco Scotellaro visse la politica da poeta e della poesia fece, nel senso più nobile, uno strumento politico, cioè di riscatto e libertà. Lo spessore storico di Rocco Scotellaro, d’altra parte, può avere nuociuto alla fine proprio al poeta, facendo passare in secondo piano l’opera poetica, rispetto all’azione politica e al personaggio storico. Eppure egli con la forza epica dei versi di È fatto giorno, rappresenta il “maestro” del neorealismo in poesia, filone che in quegli anni aveva scelto come prediletti altri terreni di espressione artistica, come il cinema e la narrativa.

I testi di Rocco Scotellaro hanno avuto una grande influenza sul dibattito politico e culturale del secondo dopoguerra rispetto alla civiltà contadina meridionale ma, a causa di uno scontro politico-culturale, dominato dalle vecchie ideologie, non sono stati valutati e compresi appieno. Contadini del Sud e L’uva puttanella costituiscono, insieme con le poesie di E’ fatto giorno e Margherite e rosolacci e con il racconto Uno si distrae al bivio, pubblicato per la prima volta negli anni settanta, l’eredità e l’autoritratto insieme di un poeta scrittore che, in pochi anni, è riuscito a radicare un metodo e una direzione politica e culturale originali a una parte della popolazione meridionale che, negli anni cinquanta del Novecento, rappresentava il nucleo centrale delle classi lavoratrici del Mezzogiorno.

Quei contadini, di cui Salvemini e Gramsci avevano scritto nei decenni precedenti come dei protagonisti possibili di un riscatto politico delle campagne italiane attraverso un’alleanza, di fatto mai realizzata, con gli operai della pianura padana e di tutto il Nord. L’Italia degli anni quaranta e dei primi anni cinquanta era ancora un paese nel quale il settore primario, della produzione agricola, includeva, a livello nazionale, circa la metà degli addetti e nel Mezzogiorno era ancora, per la maggior parte dei lavoratori, l’attività principale.

La questione meridionale, intesa come divario persistente nella penisola tra regioni sviluppate in senso industriale e vicine al livello dell’Europa più progredita e regioni invece ancora ferme ai livelli di sussistenza e di arretratezza con tutte le conseguenze che ne derivavano a livello, non solo economico, ma anche politico, sociale, culturale e civile, aveva caratterizzato gli ultimi decenni dell’Ottocento e i primi del Novecento ed era stata ereditata dal regime fascista senza che Mussolini e il gruppo dirigente fascista volessero affrontare in maniera adeguata il problema: il dittatore manteneva al centro della sua propaganda la valorizzazione delle campagne e delle zone rurali (e la campagna del grano, come quella delle bonifiche,, rispondeva a questo obbiettivo) ma, nello stesso tempo, avendo concluso un forte compromesso di potere con i maggiori gruppi industriale e con gli imprenditori del Nord, conduceva una politica industrialista: in questo contesto si inserisce l’impegno di Rocco Scotellaro, a livello intellettuale e letterario: l’autore, dal suo microcosmo, riesce a percepire compiutamente le valenze della questione meridionale, che i cafoni di cui scrive nei suoi libri, sperimentano quotidianamente sulla propria pelle, nel trascorrere una vita di stenti, portatori di dolore e di perdita della dignità umana.

Socialista, sindaco, Rocco Scotellaro visse la politica da poeta e della poesia fece il senso più nobile, uno strumento politico, cioè di riscatto e libertà. Ciò comportò, a volte, atteggiamenti pedagogici e persino demagogici; ma nulla, ancor oggi, si può togliere all’empito e alla sincerità. Della quale sincerità, da cui era assente ogni intenzione machiavellica o semplice furbizia, fu documento l’ingiusta accusa di concussione, da cui uscì assolto, ma che gli costò una detenzione di circa due mesi, a Matera, e la decisione di abbandonare la carica di sindaco e la politica attiva a soli 27 anni, fattosi “uva puttanella”, cioè umile cantore della sua terra e umile chicco desideroso di offrire la sua esperienza al mondo, ovvero il suo succo al timo del mosto.

L’uva puttanella è il romanzo autobiografico incompiuto al quale Scotellaro lavorò dal 1950, alla morte nel 1953. Il titolo L’uva puttanella, serve ad indicare la condizione dei contadini meridionali: quell’esse re acini maturi ma piccoli, almeno in apparenza non pari agli altri con i quali sono costretti a lottare per la sopravvivenza nel più vasto mondo. Ebbe ragione Carlo Levi, nella sua Prefazione alla prima edizione letteraria del 1955 a definire il libro, simile, per il suo contenuto autobiografico al suo Cristo si è fermato ad Eboli, come un memoriale dei nostri paesi, un’opera insieme di storia e di poesia. Rispetto alle speranze di rapido mutamento del Mezzogiorno di cui parla con insistenza Carlo Levi nella sua Prefazione a l’Uva puttanella, quel che è avvenuto ha mostrato che al declino della civiltà contadina che era in corso negli anni quaranta e cinquanta nel Novecento non è seguito, nei tempi rapidi immaginati allora, uno sviluppo economico e sociale tale da portare la Basilicata e le altre regioni meridionali indagate da Scotellaro al livello delle zone industrializzate del Centro-Nord; sempre nella suddetta prefazione Levi ricorda che subito dopo la morte è nata nel mondo contadino “la leggenda di Rocco Scotellaro”, e noi possiamo dire che negli anni successivi, e poi nei decenni, ci è capitato d’incontrare tanti che raccontavano di essere stati in carcere con lui, di averlo conosciuto nell’una o nell’altre occasione di festa o nelle manifestazioni politiche in Basilicata o altrove: così è nato un mito di questo uomo straordinario che ha interpretato dall’interno un mondo incominciando una storia autentica dei sentimenti e delle lotte di quei contadini che dopo il 1945 vollero iniziare esperimenti di autonomia e di crescita politica e culturale.

Parlare di Rocco Scotellaro significa intrecciare significati che non sono soltanto etici e letterari, ma rappresentano un modello culturale che va al di là di ogni retorica o di ogni forma di discussione di natura anche storica. Per comprendere Scotellaro, si deve, a livello metodologico, mettere insieme la sua ricerca, il suo pensare e la sua creatività. Il nostro sembra tradurre in poesia l’essenza del Mediterraneo, dal quale la Basilicata è bagnata. Il Mediterraneo immenso di Scotellaro è la storia che diventa tempo e il tempo cuce la memoria dei giorni. Sul poeta di Tricarico si è scritto molto e tanto ancora si dovrà dire e scoprire, perché nessuna ermeneutica risolve il nodo di una storia inquieta, come di una poetica altissima che abita di diritto, il cuore narrante del Mediterraneo: è incontroversibile, per comprendere l’identità di Scotellaro, il suo pensarsi, il suo identificarsi, come persona che fa parte di un’umanità quasi reietta, tipica del profondo Sud, quella stessa umanità che stupì Carlo Levi nel suo Cristo si è fermato ad Eboli. In questo caso il luogo geografico connota uno stile di vita, del tutto antitetico a quello dell’Italia Centrale e del Nord, un modello di vita quello di Tricarico e di gran parte della Basilicata, caratterizzato da una grande povertà e da una forte ignoranza, fattori che determinano, in gran parte, l’impossibilità di una vita dignitosa.

Le condizioni suddette sono struttura di una vita, che, non solo per quelle, condizioni, potrebbe essere presumibilmente, intrisa di dolore: non a caso quella di Rocco Scotellaro è una poetica che nasce dal dolore, dallo sguardo verso i cimiteri perché “/lì stanno i nostri morti nudi/ di li misurano loro puntualmente la nostra fedeltà/”: questi versi sono tratti da una poesia di terra che entra nell’animo, come quando dalle alture di Tricarico, il poeta scrive: “sapevo che ogni zolla era la tomba di mio padre”. Questo verbo inquieto percorre le strade che sono appartenenza, che si fanno destino e lotta di pensiero. Da sempre al Sud, la poesia ha dovuto vedere il volto della morte e fare i conti con la sua falce ricurva. Il dolore, specie quello provocato dalla forzata emigrazione, abita il paesaggio della lirica scotellariana, ne modula i toni anche quando sembra cedevole al verso e alla nostalgia malinconica. Il vento porta il dolore su nomi di paesi e sulla loro realtà, su Matera, Città dei sassi, come sulla Serra, sulle fiumare, sulle strade delle vacche.

Per dire questo tormento c’è bisogno di un linguaggio nuovo e Scotellaro vi lavora con febbrile ricerca. Narra paesaggi lucani a contatto con la Magna Grecia e fondi sociali instabili, inquieti, fin dai tempi delle lotte tra romani e greci, schierandosi poi con Pirro e Annibale. Racconta di gente che è abituata a perdere, senza aver paura di schierarsi.

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