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Solo gli occhi ci possono salvare

Pietro Secchi è nato a Roma il 22/9/1974. È Dottore di Ricerca in Filosofia e collabora con l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Ha pubblicato la monografia Del mar più che del cielo amante. Bruno e Cusano, con prefazione di Michele Ciliberto, Storia e Letteratura, Roma 2006, oltre a numerosi saggi sulla filosofia rinascimentale. In poesia, ha pubblicato le seguenti raccolte: L’altro emisfero, con prefazione di Giorgio Linguaglossa, Lietocolle, Faloppio (CO) 2007; Le arance dormono ancora, con prefazione di Dante Maffia, Lepisma, Roma 2008. È presente in varie antologie edite da Lietocolle e da Aletti.

Solo gli occhi ci possono salvare, il libro di poesia del Nostro che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta una postfazione di Luca Benassi esauriente e ricca di acribia.

Il volume è corposo e non scandito e tutte le poesie incluse sono senza titolo: anche per queste caratteristiche, oltre che per la compattezza stilistica e formale può essere considerato un poemetto.

Complessivamente questa raccolta, carica di sospensione e magia, va intesa come un’effusione dell’io – poetante in ogni singolo componimento e lo stesso io - poetante coincide tout – court con il poeta.

Serpeggia un senso d’inquietudine e non è assente un sentimento del male di vivere montaliano o di quello che Compagnone definiva mal d’aurora, un senso di spleen, di malinconia controllata che nella poesia stessa trova la sua redenzione perché il poeta non si piange mai addosso.

Se la filosofia è una visione critica della realtà c’è da affermare che una vena filosofeggiante connota questo libro che tenderebbe al pessimismo e quasi al nichilismo, ma il varco salvifico è implicito fin dal titolo quando il poeta appunto nomina il potere salvifico degli occhi che sono il primo tramite per relazionarsi con la realtà.

Non a caso Secchi è Dottore in Ricerca in Filosofia e questo lo dimostra perché ogni composizione sembra trovare la sua genesi nell’interrogarsi sulle questioni fondamentali dell’essere e dell’esserci, poetica ontologica dunque.

Con una concentrazione nei sintagmi nel versificare la vicenda dell’io – poetante è inserita nella quotidianità della vita che potrebbe essere quella di ognuno di noi ed è detta con urgenza tra accensioni e spegnimenti subitanei che sottendono un’attenzione ad ogni gesto alla stessa vita – recita che catarticamente è tradotta in poesia.

Vagamente una vena anarchica trapela nelle poesie ma il poeta si mantiene in un regime di chiarezza senza mai sfiorare la l’alogico.

Una dizione criptica aperta all’ipersegno connota stabilmente l’associarsi dei sintagmi negli scattanti e sentiti tessuti linguistici che risultano icastici e leggeri e non mancano aperture alla serenità come nella chiusa: Il bene è domani / l’ora è la notte.

Cifra intellettualistica raggiunge l’autore con una ricerca avvertita e originale che s’invera in testi raffinati e ben cesellati.

A volte la poesia riflette sulla poesia stessa come nell’incipit: Tutte le metafore sono false, Altrimenti non sarebbero metafore / Direbbero quello che è / con la durezza dell’inutile. Qui prevale l’ironia che è un altro ingrediente di queste composizioni: Perché i poeti? / Ormai è stato detto tutto / ed è stato pure taciuto / ma paradossalmente proprio dicendo questo l’afasia è superata e superato è l’assunto di Adorno sulla fine della poesia dopo l’Olocausto e la Seconda Guerra Mondiale.

Recensione
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