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Testimonianze critiche per Marino Piazzolla poeta, vol. 2

Pubblicato con il contributo della Fondazione Marino Piazzolla di Roma presieduta da Velio Carratoni, il presente testo è costituito da vari saggi sul nostro, nato nel 1910 nella desolata e abbacinante piana pugliese di S. Ferdinando, deceduto a Roma nel giugno 1985.

Elemento saliente nella vita di Piazzolla è il suo inserimento nella società letteraria francese, grazie ai contatti giovanili con Valery, Claudel, Eluard, Breton, Sartre, Gide, che ospita sulla rivista “Art et Ideé” il suo primo saggio, intitolato Pirandello e la tragedia, un anno dopo la scomparsa del drammaturgo siciliano.

In Francia il poeta studia alla Sorbona, dove si laurea in filosofia nel 1938 con una Tesi sulle poetiche da Aristotele all'Abate Brémont.

Marino visse per un decennio a Parigi, tra il 1930 e il 1940 e ne assorbì gli umori più stimolanti.

Nella capitale francese Piazzolla interagisce con intellettuali significativi che cercano il rinnovamento culturale battendosi per rendere superstite la poesia in una società dove domina la tecnica.

Dopo il periodo francese il nostro torna a Roma, divenendo redattore della “Fiera Letteraria”, diretta da Vincenzo Cardarelli.

Nel corso della sua lunga attività, complessivamente dà alle stampe trenta libri di poesia.

A volte, pratica la forma aforismatica e la sua inclinazione, molto spesso, è lirica con venature filosofiche..

I saggi che costituiscono il volume sono caratterizzati da forza ermeneutica, bellezza stilistica, profondità di sguardo.

Interessante il primo contributo del testo intitolato L’amata non c’è più, a firma René Méjean che ha come occasione generante la morte dell’amata Liliana.

Qui si incontra la tematica della negazione del’ineluttabile e della disperazione, anche se si insinua spesso una immediatezza viscerale.

È presente nella raccolta la ricerca furiosa di chi non vive più ed emotivamente si avverte un lacerante turbamento, contenuto e razionale.

La poetica di Piazzolla può essere associata al tema della solitudine, che lo porta all’introspezione, con un’unitarietà di emozioni centellinate e frazionate.

Nella sua ricerca si nota il moto progressivo di un’inesausta analisi ontologica, che tende a conciliare le antinomie tra causalità e destino.

Tornando al senso della solitudine si può affermare che la viva come distacco o inavvertenza alla solidarietà degli uomini e della storia.

Tuttavia, per sua natura, il nostro non tende ad isolarsi, a fuggire dalle realtà; non negando la vita, che ama decifrare nel dolore e nella gioia.

Come è scritto nel saggio Dolore greco di Mario Sansone, chi gli si accosti soltanto, percepisce la vasta aderenza dello scrittore alle varie forme dell'esistenza, percependo una generosità espansiva, che si effonde sino alla sofferenza della morte e dell’assenza.

Nella sua ricerca il poeta sviluppa molteplici tematiche: esprimendosi con una purezza originaria, che ripropone il clima dei lirici greci. Altre volte è disponibile al dialogo o all’eloquio, che sprigiona travagli intimi, che lo inseguono.

Come scrive Donato Di Stasi nella postfazione, non deve ingannare l’incedere fluido e melodioso delle sue liriche, non essendoci una docilità del dire (Mario Sansone), né un’ispirazione bolsa e ripetitiva (Michele Dell’Aquila), piuttosto un comporre impetuoso (Gino Raya) che trova sbocco nel raggiungimento dell’extraordinario (termine assai caro ai rilievi filosofici di Silvana Folliero).

Tra gli altri autori presenti nella carrellata c'è Franco Ferrara che, a proposito di Un pianeta che ignoro del 1974, arriva a un dotto excursus sul panorama che spazia dalle essenze dei ricercatori del vuoto e della lingua perduta per arrivare a tante conquiste che segue un viaggio omeopatico che va “verso la preesistenza di archetipi e in labirinti decifrabili solo come momento musicale”. E da qui emergono figure che vanno da Sir John de Mandeville a Münchhausen a Baraduc per non tralasciare Zolla, Rossellino, Laurana, Erwin, Steinur ecc. E in tale contesto che fine fa Piazzolla? Diviene compagno di strada di tante menti che hanno popolato il globo non per appesantire o schiacciare, ma per ridare valori a tante gnoseologie disperse non per sfoggio, ma per esigenze di riempire il vuoto del mondo e l'aridità di troppe vite che sbandano in deserti sconfinati, in agglomerati di estensioni di masserizie decomposte, prive di vite e di realtà.

E dal vuoto dell'oggi Carlo Belli rievoca il pregio che i greci attribuivano ai gioielli per avere come spunto il culto per la bellezza fisica per il gusto del vero e del giusto. E dal concetto delle virtù intrinseche si arriva al rispetto di Piazzolla per la scultura greca. Belli da esteta raro e raffinato rievoca il tempo che azzanna il marmo, “come fosse tenera carne umana”. “Per millenni starai / bellezza devastata”, questo per Piazzolla un presupposto che supererà ogni giudizio sul tempo e sulla propagazione del bello. Belli non si limita a rievocare la predilezione di Marino per le modellazioni classiche, arrivando a fonderle nell'effetto dell'effluvio del linguaggio che Sartre aveva apprezzato nel leggerlo in francese.

Due mondi, due realtà che inglobava l'armonia simbolica di tante fusioni di parvenze, vocaboli che animano lingue e voci.

Altri autori testimoni di Piazzolla: Giacinto Spagnoletti, in riferimento a Lo strappo: “Un autore, a cui volentieri lo assomiglierei, per la tendenza affine, di ricondurre il meglio di sé... è Max Jacob, lo strano, indimenticabile personaggio che percorse la Francia del Novecento, sino alla morte atroce in un lager: nella sua dimensione ironico-laforghiana lo Jacob poeta crede più vicino a sé l'atteggiamento clownesco, sì da trarne il massimo effetto. Ma per Piazzolla la solitudine è anche modo serrato di escludere dalla pletora...”.

Pietro Cimatti, in riferimento a Un po' di meraviglioso: “...Il poeta che la brutalità del luogo comune indica come un sognatore, è al contrario, il solo realista: poiché il vero realismo è sapere e sentire che la vera realtà è il dolore – il resto è letteratura”.

Il resto è silenzio... Nella sua opera... Piazzolla svolge una tesi delirante, dimostrando che l'uomo vuole essere giovane.

Gaetano Salveti: “da Elegie doriche a Mia figlia è innamorata, è [...] presente un’immagine densa, reiterata, calata in tonalità calde e turbanti non scevre da analogie che richiamano non pochi accostamenti a Gide e a Eluard”.

Niccolò Sigillino, a proposito di Il paese d'Iride: “...domina il colore come strumento di resa interpretativa, con il quale [...] coopera la similitudine (talora ricavata alla «crepuscolare», ma più risentita) ed al quale saltuariamente dà sapore anche l’intonazione di volta in volta confidenziale, da rapsodia o addirittura da cantata popolaresca”.

Silvana Folliero: “... Sul piano artistico ed estetico Piazzolla realizza una sorta di magica presenza ma volta al dopo, cioè quando ogni cosa è ombra e ricordo”.

Alberto Frattini: “... Un essere sempre in bilico tra realtà e irrealtà, presenza o assenza, attesa o miraggio; un continuo ripullulare di sembianze speranze sofferenze umane in un mondo di fiori acque stelle musiche; una febbrile ricerca nel cuore della realtà vivente irradiata nel pensiero e verificata, sulle parole.”

Donato Di Stasi: “... Critici di un tempo andato, appaiono così innamorati della loro vocazione, si immergono con timore e tremore nell’analisi delle più remote pulsioni dell’Autore, lavorano a unire l’oggettività naturale e la soggettività intellegibile, relative alla rastremata e angosciosa esperienza dello scrivere”.

Velio Carratoni: “... tanti modi passati o recenti, per ricordare un autore, sempre più da scoprire che dimostra quanto la sostanza dei suoi contenuti, a volte discontinui o adatti a limitazioni, non sono certo da meno di tanti santificati oratori dell’ordine precostituito”.

L'elenco potrebbe continuare ma lo fermiamo qui per documentare presupposti da stimolare per riscattare metodologie represse o lasciate in apnea per timore di sorprese che potrebbero sconfessare troppe posizioni inamovibili .

Le testimonianze stimolano approfondimenti imprevisti, tenendo d'occhio la strada di un frequente riesame.

Da Il paese d’Iride

Ora è una piazza di Ischia che ti chiama / con tre

foglie di menta e un ramo/ di gelsomino che pende

a un davanzale.

L’estate strizza il sole che perde / luce come ragna-

tela e veli di schiume che fanno un coro per due

barchette con vele che sono/ strisce di luce a

picco.

Se aspetti sulla sabbia udrai dal fondo / il boato

del sole che schizza diamanti / e fa l’eco di fuoco

e poi si affonda / lasciando sull’acqua una via di

sangue.

Recensione
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