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Tutti i colori del mondo, che ha per sottotitolo L’iperattività e la disattenzione attraverso l’esperienza di una mamma, è un testo composito, costituito da numerosi capitoletti. L’autrice dell’opera, che prendiamo in considerazione in questa sede, è nata nel 1977 e vive in provincia di Milano insieme ai suoi bambini.

Scrive Antonino Lo Cascio, nella densa e acuta prefazione, che Tutti i colori del mondo tratta dell’ “educazione” – termine generalista e improprio – d’un bimbo iperattivo alle prese con l’omologazione che la società umana richiede ai propri membri. Ma sarebbe fuorviante indirizzare questo volume soltanto ai tanti genitori di bambini iperattivi, affetti cioè dalla sindrome ADHD.

Infatti, se queste pagine sono certamente insuperabili per aiutare i genitori a trattare i propri bambini problematici, esse stesse sono assolutamente essenziali per l’”allevamento” di tutti i bambini con problemi di crescita ed integrazione, sia del reale, sia del loro coloratissimo mondo interno. Il prefatore ha proposto la lettura di questo libro a un suo amico, un apprezzato psicoanalista, che, in risposta, gli ha dichiarato con grande tranquillità di essere stato nell’infanzia un bambino iperattivo.

Paradossalmente l’amico ora svolge una professione molto particolare, incentrata sull’elaborazione delle proprie emozioni controtranferali, sulla riflessione profonda, sullo stop a eventuali acting out. Il prefatore sostiene che questo libro debba essere dedicato a tutti i genitori di tutti i bambini e che i trattati di psicoanalisi infantile concordano tutti nel segnalare l’importanza soprattutto delle madri, nella comparsa/risoluzione di problemi nei cuccioli dell’uomo; a tal fine qualcuno ha coniato il termine di “madre sufficientemente buona” (Winnicott).

Ogni capitolo riporta una o più microstorie che la mamma vive con il suo piccolo ADHD: situazioni di per sé normali (scuola, vacanze, gite, ricorrenze ecc.) che il temperamento del bambino trasforma in piccoli drammi senza apparente via d’uscita. Una via crucis per la mamma – e anche per il figlio – due individui pieni di forza che, ciascuno a modo proprio, non sono mai disposti a mollare, come una coppia di “amanti” che si rotolino avvinghiati per i pendii, ignorando i rischi degli ostacoli, del freddo, fango e neve.

Certo si potrebbe immaginare che un rapporto così essenziale, così vitale, così stretto con la madre, potrebbe creare nel tempo una dipendenza castrante nel futuro adulto. L’ADHD (attention deficit hiperactivity disorder) è una caratteristica che fa desiderare le corse e la libertà, che è curiosità di conoscenza, di prendere dall’esistenza un po’ di tutto o quasi niente.

Per gli esperti le cause dell’ADHD o DDAI (disturbo di deficit d’attenzione ed iperattività), sono ancora da approfondire; secondo gli studiosi la genesi di questa malattia è da imputare per il 70% ed oltre a fattori di tipo genetico e per il 30% a cause di tipo ambientale. A livello di analisi clinica, nessun esame in particolare, tra quelli comunemente utilizzati per esplorare il cervello, potrà stabilire un quadro di ADHD, dato che esso non porta in evidenza segni di diagnosi particolare.

Molto suggestivo il secondo capitolo, intitolato Da un viaggio inatteso: in esso viene messo in luce uno scritto di una mamma, in cui la gravidanza viene vista come un viaggio, metafora veramente riuscita; in pratica, come si hanno delle aspettative felici sulla nascita di un figlio normale, paragonabili a quelle di un viaggio in aereo con atterraggio in Italia, paradossalmente, la madre viaggiatrice al posto che nel luogo prefissato giunge in Olanda, cioè con suo rammarico, partorisce un figlio affetto da ADHD.

Particolarmente importante per gli esperti e per le madri è il tipo di approccio con figli affetti da ADHD; intatti questi bambini sono impulsivi e incontenibili e devono essere trattati secondo strategie educative ben precise, che mettano al primo posto l’autostima da trasmettere a questi piccoli; per questo, le madri, che sono le protagoniste della formazione di questi figli, devono con loro essere particolarmente calme, non arrabbiarsi mai, infondere fiducia per cercare di stabilizzare con l’affetto sincero le loro personalità.

Se il bambino con questi disturbi strilla, cosa che avviene molto spesso, in casa nessuno è contento; per educarlo bisogna discutere senza urlare; se non si agisce con correttezza, e ci si fa prendere dall’impulsività, nella sua mente si formerà un crepaccio, un buco nero, il caos. Si parla, a questo proposito, delle “DUE EFFE”, la fermezza e la fiducia da dare al piccolo.

Una madre coscienziosa dovrà dire al suo bambino affetto da ADHD di credere in lui; la donna dovrà sussurrare questo al suo figlio guardandolo dritto negli occhi, per trasmettergli la purezza della sua onesta e nel piacevole disarmante incanto dei suoi stessi occhi, leggere una grande timida gioia, che lo sprona, più di qualsiasi altro gesto al mondo a fare bene. Bisogna trasmettere un messaggio dritto alla mente di questi bambini, senza deviazioni.

Si deve avere benevolenza e clemenza, verso i bambini affetti da ADHD, affinché, dopo la riflessione, vi sia la gioia di stare insieme, dopo il rimprovero il perdono.

Maria Teresa Pentangelo, con passione ed entusiasmo, realizza un testo piacevole alla lettura, nella sua chiarezza e intelligenza, libro che si pone come esempio di una ricerca di una pedagogia della gioia: nel dolore di avere un figlio affetto da ADHD, con strategie valide, si cercherà di far crescere bene il bambino che, in ogni caso, se ben seguito, potrà diventare un adulto inserito positivamente nella società e con rapporti interpersonali positivi.
Recensione
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