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Camelot

Giovanna Bono Marchetti ci dona con “Camelot” (vincitrice del “Città di Pomezia 2005”) una silloge dal contenuto denso e pregnante.

La sua poetica si avvale di una voce pacata ma nello stesso tempo ferrea, costruita in modo classico (diversi gli endecasillabi) e mai ridondante. I componimenti, nel susseguirsi, dipanano il tema svelando pian piano al lettore l’intento dell’autrice, fino ad aprire la porta di Camelot, vale a dire il sogno di una società migliore.

La silloge è suddivisa in tre sezioni, che segnano il viaggio della Bono Marchetti attraverso l’amato territorio natio. Il suo occhio si posa sulle bellezze naturali ma vigila soprattutto sugli atteggiamenti degli esseri umani, penetrandone l’essenza. Mette in rilievo la fragilità, la solitudine, a volte la disperazione del vivere odierno. Fortunatamente può rifugiarsi dentro lo splendore del paesaggio che la circonda, placare l’angoscia mediante il volo dei gabbiani e rilassarsi al cospetto della grandiosità del mare; illuminarsi di fronte all’opera di Dio, il quale, grazie al Figlio, ci ha promesso un mondo migliore. Si rifugia inoltre nei ricordi, rivivendo attimi speciali ed immortalando i propri cari in bellissime immagini: “Povere ombre dei miei cari morti, potesse colmare quest’assenza / il cinguettio d’un bimbo che somigli / in una nota a voi! Avreste pace / sul colle resinoso e assai più lieve / io vi raggiungerei.”.

E’ raccogliendo il bello, il buono, l’amore, la fede, che si può capire e sperare in una società più giusta, più partecipe; e Camelot simboleggia proprio tale società.

La poetessa non si rassegna, scava in diverse direzioni per sconfiggere l’indifferenza e portare alla luce ciò che necessita per migliorare. E’ sicura che l’uomo può ancora sperare, basta che si ricongiungi al Cristo salvatore per creare l’agognato castello di Camelot sotto un nuovo cielo.

Recensione
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