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Catabasi

Già con il primo libro del lontano 1984, Il passaggio interdetto, Sandro Varagnolo ha avuto un posto di rilievo nella vita poetica e non poteva essere altrimenti, se Cesare De Michelis l’ha ritenuto degno della sua prefazione. Nel 1986 è Fernando Bandini a presentare il suo secondo volume La carta della sera, che risulterà finalista al Premio Viareggio e vincitore del Premio Pedrocchi. Dopo un lungo silenzio, è ritornato alla poesia nel 2011 con La veduta forma, prefazione di Massimo Cacciari, e nel 2014 con Memoriale della pietà, premessa di Flavio Ermini, con cui è risultato finalista al Premio Lorenzo Montano del 2013 per una raccolta inedita. Ciò denota che la qualità del suo fare poetico è sempre stata ai primi livelli senza mai confondersi con il labirinto del sottobosco letterario.

Ora Varagnolo ci offre un nuovo libro dal titolo Catabasi, che fa pensare alla mitologia greca, alla discesa agli inferi di Eracle o Orfeo, o, ancora, all’Eneide o alla Commedia, dove Dante compie il viaggio nell’oltretomba. Per il nostro Poeta, invece, è la metafora di una discesa nel profondo del proprio essere.

Una citazione in greco di Plutarco tratta dalla Consolazione ad Apollonio (“Perché mi costringete a dire cose che per voi è meglio non conoscere?”) introduce il libro, suddiviso nelle sezioni “Polittico”, “Epistole”, "Stanze” e “I giorni contati”. L’introduzione ci conduce a un pensiero filosofico che compara il dolore antico al nostro nell’accettazione dell’angosciante impatto con la morte e nella consolazione.

La sezione “Polittico”, la cui denominazione richiama le opere artistiche e segnatamente le pale d’altare, costituite da più formelle diverse tra loro ma nell’insieme unite a completare una composizione, è composta appunto da tre parti: la prima è introdotta da versetti in latino del Vangelo di Matteo 26.41 (lo spirito è pronto ma la carne è debole); la seconda, sempre in latino, da Giovanni 18.38 (che cosa è la verità?); la terza è preceduta da versi di Ranieri de’ Calzabigi, autore del libretto dell'Orfeo ed Euridice musicato da Gluck (Mille pene, ombre moleste / come voi sopporto anch’io; / ho con me l’inferno mio, / me lo sento in mezzo al cor). Inoltre la stesura si alterna tra una lirica in corsivo e una in caratteri normali.

Sin dall’inizio della lettura si prova l’impressione di un certo disagio: “Sono per noi queste erbe amare / e questo pane che nell’agonia / trafigge il costato.”, che si dilata in pensieri esistenziali e continue domande che evocano un senso di finitudine: “Le umane cose attengono /alla foglia accartocciata / che plana dall’albero in dicembre.”. Per il Poeta, il dettato evangelico è solo un pretesto da cui sviluppare il proprio sentire con personali argomentazioni. L’uomo da sempre vive la contraddizione tra bene e male, tra la dimensione terrena e quella celestiale, e da sempre è alla ricerca del perché, di una possibile verità. Per quanta esperienza possa avere, per quanto voglia attingere dalla storia e dalla stessa Parola profetica, la verità resterà sempre avvolta nel mistero. Chissà, se dopo il trapasso potremo scoprirla? Questo si chiede Varagnolo, ma, nel frattempo, non si può che soffrire la morte degli altri e sentirsi impotenti di fronte all’ineluttabilità del destino. Tutto il suo discorso si esprime in coerente e mirabile simbologia metaforica.

Nella sezione “Epistole”, introdotta da versi in latino di Ovidio, Epistulae ex Ponto 3.3 (… vieni vicino / finché ti narri ciò che vidi, sia stato quello un fantasma / o immagine vera, o inganno di sopita fantasia), troviamo una diversa struttura del verso, che scorre pianamente per la necessità di comunicare emozioni provate in località diverse. Sono liriche svolte come lettere, dedicate ad interlocutori vari. Il Poeta ci dona così vivide immagini di bellezze naturali, paesaggi montani e marini, figure colte nell’atmosfera del luogo.

In “Stanze”, sezione introdotta da versi del poeta francese René Char tratti da “Feuillets d’Hypnos” (Noi siamo smembrati tra l’avidità di conoscere / e la disperazione d’aver conosciuto. Il pungiglione non rinuncia / al suo bruciore e noi alla nostra speranza. ), Sandro Varagnolo cambia nuovamente registro ritornando al sentire che da sempre gli è congeniale. I testi diventano più complessi e spaziano in tutte le problematiche esistenziali, evidenziando concetti e situazioni particolari. Sono riflessioni profonde, dense di pensiero e coinvolgenti. Anche il dettato lirico si presenta coerente ed armonico, seppur complesso in alcuni passaggi, data l’intima urgenza del dire e del comunicare, che, in sintesi, bene sa coniugare il momento meditativo con la visione d’ambiente e con lo scorrere tra la gente del quotidiano andare. In queste liriche aleggia costantemente il senso del precario, la caducità che ci accompagna, lo sforzo che si fa giorno dopo giorno solo nella certezza che tutto ci porterà a una fine e forse al nulla. Ed è proprio alla fine, alla morte, che il Poeta s’ispira nell’ultima sezione del libro, “I giorni contati”, che porta in esergo una citazione in inglese tratta da Ulysses di Joyce (Trovi le mie parole oscure. L’oscurità è nelle nostre anime, non credi?). Anche qui, con un prezioso ordito metaforico ci offre diverse meditazioni sul tragitto esistenziale, che sin dalla nascita è rivolto alla morte. Ognuno vive la sua sorte avendo coscienza che ogni azione, ogni gioia o dolore, sono destinati a una fine. Ciò non può che destare sensi di malinconia, addirittura, in fragili momenti, la tentazione di cedere. Con il passare del tempo, tale sensazione si accentua, nella consapevolezza che il confine si avvicina sempre di più, inesorabilmente.

In quest’opera, Sandro Varagnolo dà il meglio di sé, perviene ai vertici del proprio dire, alla ricerca d’un pertugio esistenziale, oltre il muro d’un muto perché. Un’opera che invita alla meditazione, alla ricerca del sé, in un mondo insidiato da persistente e nociva superficialità. “Catabasi” rivendica al nostro esistere la libertà del pensiero pensante, il gusto dell’espressione bella, l’originalità d’un sentire non contaminato da barbare inferenze di cattivo gusto. Un’opera degna di cittadinanza fra gente che ama la cultura, che spera nel riscatto spirituale dell’arte e della poesia.

Recensione
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