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Il giardiniere impazzito

In quest'ultimo lavoro di Giovanni Chiellino, poeta riconosciuto da tempo e raffinato operatore culturale, il corposo dettato poetico ha assunto il compito di proporre un'elegia dell'ultimo incontro riservato all'umanità. Già nel prologo si ha il primo impatto con la morte, che portata dal vento interrompe uno scenario lunare, e in un crescendo apocalittico viene offerta "in calici neri colmi sino all'orlo". Per "morte" Chiellino non intende solo l'esalazione dell'ultimo respiro ma lo stesso vivere in un mondo dove il diritto alla vita non ha più valore; un mondo "impazzito" dove la guerra ha già travasato torrenti di sangue, e tuttora incide col suo cavallo nero.

In questo scenario tragico, nel dolore che segna l'uomo e lo piega inesorabilmente, c'è l'impronta di un'antica condanna: il castigo avvenuto nell'Eden. Infatti, in tutto il libro aleggia l'ombra del divino, colui che ha creato il gioco e che, metaforicamente, il poeta chiama Il giardiniere impazzito. L'umanità, che ha scelto il male per libero arbitrio, sarà sempre schiava di sentimenti negativi. Resta tuttavia la speranza di una redenzione; ma a Gesù è stato concesso di resuscitare, l'uomo invece può solamente attendere.

Chiellino vorrebbe un mondo diverso; il suo amore per la vita e per i sentimenti puri (già cantato in precedenti raccolte) si scontra inevitabilmente con la cruda realtà, e la sua sofferenza traspare di verso in verso. Anche la sua religiosità è un enigma, poiché non esplicata ma sottintesa come bisogno basilare. L'autore sviluppa il suo discorso in un crescendo d'emozioni, di scene crude e a volte addirittura dilanianti; la guerra è il grande mostro che devasta e il suo itinerario comprende ogni nazione, ma è anche "una metafora della violenza che impera e domina il mondo", come ha rilevato Liana De Luca nella sua preziosa prefazione. E questo lavoro, forse, è stato concepito proprio come un'attestazione; il poeta ha voluto fissare la pazzia dell'uomo, il quale nei millenni non è riuscito ancora a costruirsi un "passaggio" migliore.

La padronanza stilistica di Chiellino è ormai nota. Egli sa altalenare fra diverse metriche cosicché il verso rende un suono molto personale. Vari endecasillabi esprimono la dolcezza e vengono seguiti a volte addirittura da quinari, che spezzano l'armonia e producono un effetto sorprendente. Egli, inoltre, sa fissare i giusti silenzi, le pause appropriate che servono ad imprimere ed innalzare il contenuto. Il poeta gioca con le metafore e le assonanze; il suo dire è ricco di sfaccettature e alle volte non mancano cenni prosastici. Il risultato identifica una poetica pregna e robusta, d'effetto, e denota una grande abilità. Con quest'ultimo messaggio Chiellino è riuscito a far rabbrividire. Terminata la lettura, non si può fare a meno di farsi ulteriori domande e di rendersi conto di quanto triste sia l'esistenza di noi "tragici cristiani", come ha ben delineato Gros-Pietro in quarta di copertina.

Recensione
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