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Veranima

La silloge Veranima, che ha valso a Tito Cauchi il 5° premio Città di Pomezia 2011, inizia con un’esplosione di colori e profumi. Tra glicini, rose, violette, lillà, primule e tantissimi altri fiori e piante, il poeta c’introduce nel suo giardino creando un’atmosfera quasi paradisiaca, e ci trasmette la passione per la terra e i suoi stupendi prodotti. E’ un sentirsi parte di essa, un amore che gli è costato fatica ma che l’ha senz’altro appagato: “Ho innaffiato del mio sudore / questa terra generosa / ho aperto solchi dando aria fresca.” e ancora “Paradiso è questo mio giardino / l’effluvio in fondo all’anima / delle persone che l’animano / le fa per un momento ancelle.”.

Le inebrianti sensazioni procurate dalla bellezza del giardino portano Cauchi ad altre emozioni, quelle dei ricordi. Così, ci porta in altri luoghi e in altre atmosfere, ma sempre con uno sguardo incantato. Egli entra nella meraviglia della sua fanciullezza provando le stesse percezioni di un tempo. E’ come un trasferirsi nel suo piccolo corpo: “Mi guardo intorno, sotto la lampada / mi vedo in un vecchio libro / mi vedo nella boccetta del lumicino / che accompagnava le prime letture.”.

Cauchi ci proietta in un mondo completamente diverso da quello odierno. Sono anni di guerra (è nato a Gela nel 1944), quando l’Italia era molto più povera, ma per il bambino Tito era il tempo di sogni e fantasie. Attorniato da tanti piccoli amici, in ogni gioco riusciva a tramutare la realtà sentendosi sempre un personaggio diverso: da Tarzan a Orlando, ecc. E nello splendido paesaggio baciato dal mare e attorniato da boschetti, i giochi erano innumerevoli. Anche nelle case l’esistenza era diversa. Pur nella povertà, la vita trascorreva dignitosa e nella famiglia l’amore ricolmava qualsiasi carenza. Era tutto più semplice, tutto si svolgeva a contatto con la natura, quasi una simbiosi.

Per il poeta, il ritorno alla realtà è molto triste. Ora la società è nevrotica, impera l’egoismo, non vi sono più slanci, né motivi per sognare, tanto che non vorrebbe più svegliarsi dai ricordi per continuare a rivivere quel tempo: “Ma quando, potrò uscire nuovamente, / varcare il cancello con il mio sorriso / e i volti della gente puliti / come quand’ero bambino?”.

Con una stesura lineare, dal ritmo descrittivo, e suddivisa in strofe per dare un giusto respiro, Cauchi ha delineato la sua esistenza, che si avvicina a quella di chi è nato negli anni cinquanta e che leggendo le sue liriche è stato avvolto da una profonda nostalgia.

Recensione
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