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Andrea contro Sveva

Terminata la lettura del coinvolgente romanzo “Andrea contro Sveva”, sarà molto difficile osservare con indifferenza gli anonimi volti sconosciuti che si incontrano, senza ipotizzare che, dietro quelle maschere di apparente normalità, al riparo della rassicurante sembianza dell’uomo o della donna in fila presso uno sportello pubblico, in una sala d’attesa o nel proprio posto di lavoro, si possano celare le insondabili, misteriose aberrazioni della mente, oscure e impenetrabili anche per coloro che ne sono vittime, e comunque indissolubilmente congiunte alla loro natura.

Ciò che trasmette con la sua abilità narrativa la scrittrice è la sensazione che in ciascuno di coloro che conosciamo, o forse addirittura nel fondo più segreto della nostra stessa realtà interiore, possano annidarsi un’altra Sveva o un Andrea, o forse quella Anna che, pur nella sua apparente, maggiore conformità alla società “normale”, giunge ad un autolesionismo emotivo e fisico, che la porta consapevolmente e volontariamente incontro al proprio destino.

Dopo l’approfondita analisi dei meccanismi misteriosi della psiche che caratterizza “La Casa di Sveva”, in questo romanzo altrettanto affascinante e appassionante - che, pur autonomo dal precedente, ne costituisce il seguito e, per così dire, l’inevitabile conseguenza - siamo fronte agli esiti imprevedibili e tragici originati da tali meccanismi, nel momento in cui possono agire al di fuori del luogo chiuso e segreto in cui si sono risvegliati, così che dramma privato, vicende da cronaca nera, memoria dell’atavica guerra dei sessi, visione degli incontrollabili abissi dell’animo femminile finiscono per fondersi mirabilmente. L’oscuro mistero della mente esce dalla riservatezza dell’ambito privato, celato agli occhi del mondo, attraverso la liberazione che la protagonista ha conquistato dai suoi fantasmi interiori, e si proietta sulla realtà, fino a raggiungere tutti coloro che entrano nel suo raggio d’azione.

La scrittura segue perfettamente questo percorso, allargando la visuale dal primo piano, e a volte dal dettaglio, che caratterizzava il precedente romanzo, al campo lungo di questo, comprendente tutto il mondo attorno a Sveva ed Andrea, pur rimanendo in tutto fedele a sé stessa nelle sue qualità di essenzialità, chiarezza espressiva, capacità di delineare in pochi tratti ben definiti personaggi vivi e reali, tanto che abbiamo talora l’impressione che in qualche modo essi facciano parte della nostra esistenza: la narrazione entra ancora una volta fortemente e decisamente nella vita del lettore.

La mia lettura ruota attorno alla protagonista femminile, colei che, forzatamente o per libera scelta, determina tutti gli eventi. Si tratta di un’esistenza seducente e tragica, quella immaginata dalla scrittrice per Sveva, un’esistenza impossibilitata a fermarsi, per non smarrire ciò che le vicende passate hanno fatto emergere come la sua reale natura. Questa volta Andrea non è l’inconscio che piomba inatteso a turbare la sua tranquilla esistenza ma è la voce della coscienza, la rielaborazione dei fatti avvenuti in precedenza, e incombe come un fantasma sulla sua vita, proprio come la coscienza pesa sulla vita e sull’agire di ciascuno. Sveva tenta di fuggire da quella coscienza, che la riporta al passato e le ricorda la sua irresistibile ansia di libertà e di affermazione del proprio essere allora ridestatasi. Ma tale tentativo si rivela impossibile (a tal proposito è bellissima la citazione integrale della fiaba di Esopo all’inizio del libro), tanto che ella non può che rifiutare un’esistenza facile e apparentemente serena, che le circostanze sembrano offrirle, per tornare a riprendere possesso, in modo rischioso, doloroso, forse fatale, di ciò che aveva abbandonato in un’illusoria ricerca di autonomia.

E’ questo il momento, sintetizzato nel titolo del romanzo, in cui culmina la tensione narrativa di tutta la storia, il momento della lotta senza tempo fra le due parti opposte dell’essere umano, uno scontro verbale e fisico che affonda le sue radici nell’istinto primordiale di sopravvivenza, conquista, possesso.

E con una soluzione inaspettata e sorprendente - che rivela appieno il suo talento nel gestire la tensione narrativa, catturando l’attenzione del lettore fino al punto da renderlo presente sulla scena, come era avvenuto già nella prima storia di Sveva - la scrittrice, nel momento in cui tutto sembra aver preso una direzione già annunciata, muta improvvisamente la prospettiva: le due forze vitali in contrapposizione trovano, nel loro scontro e nel loro reciproco annullamento, una nuova forza. Corpo fisico e coscienza interiore sono di nuovo un essere solo: “La nostra unione ha generato qualcosa di più grande al quale non possiamo sottrarci” aveva detto Andrea ad Anna qualche tempo prima, parlandole del suo rapporto con Sveva, quasi una premonizione, o forse la consapevolezza di essere davvero una parte di lei. La donna Sveva ritorna padrona della propria parte interiore cosciente e le due forze congiunte diventano una macchina dall’impressionante forza distruttiva, la cui natura è riassunta nella frase di Andrea: “Siamo uguali io e te, sappiamo uccidere se necessario.” E a proposito di quel “io e te” verrebbe da chiedersi se non si tratti proprio dell’anima e del corpo, come a dire che, nella fusione dei suoi due elementi contrapposti e nel raggiungimento del suo perfetto equilibrio, l’essere umano diventa invincibile.

Quella lotta primitiva, barbarica quasi, nel suo fondere violenza, sesso e passione, che aveva visto l’uno di fronte all’altra Andrea e Sveva, ora li vede uniti. Ma, mentre Andrea sembra pago di tale esito, Sveva continua il suo inevitabile percorso come una belva in agguato pronta a balzare sulle sue vittime. Ella, abbiamo visto, non è in grado di fermarsi (mi viene in mente il fatale destino del Macbeth shakespeariano, il cui dramma è appunto quello di non potersi più arrestare, una volta dentro a quella spirale di delitti e di sangue che ha avviato); quando il possesso della coscienza è riacquisito, questa si piega alla volontà irresistibile dell’istinto, nel modo più radicale e definitivo, poiché di fronte alla natura non ci sono consuetudini, legami, leggi morali o umane che tengano. L’essere umano torna alla sua condizione primordiale, quasi a chiudere il cerchio di apparente aberrazione di una mente sovraesposta alle sollecitazioni e alle emozioni della vita, che trova nell’impenetrabilità dei suoi percorsi la propria ragion d’essere: di fronte a Sveva siamo portati a chiederci se la follia esista veramente, o se la sua non sia invece una forma diversa, una visione ancor più naturale ed autentica, della realtà.

Si insinua così nel lettore l’inquietudine della lucida alienazione, della normalità della mente smarrita in un vortice dal quale non può uscire, perché quel vortice è la sua verità: e quante volte noi stessi crediamo ad una nostra verità, con convinzione e senza alcun dubbio, verità che agli altri può apparire invece come follia? Il che è come domandarsi quanta Sveva ci sia in ognuno di noi.

Ed è estremamente significativo che la spirale di apparente follia, che caratterizza entrambi i protagonisti, si espanda inglobando le più fragili e deboli esistenze (quelle nelle quali coscienza e fisicità sono ancora divise) che incontra, in particolare le uniche figure realmente ricettive, quelle femminili. Infatti, mentre Fabio suscita la spontanea antipatia per il maschio che si crede superiore per motivi puramente economici e classisti, e Marco rivela la meschina realtà maschile di chi riduce il valore della relazione con la donna ad un fattore esclusivamente fisico, invece Anna è devastata dal proprio lavoro, anche se non lo dà a vedere, e dai rapporti coll’universo maschile, e Sara è una donna le cui problematiche sono ancor più nascoste e impercettibili, ma potenzialmente esplosive, come appare dall’angosciante accenno alla fine del quattordicesimo capitolo.

La notte dell’anima, che si alterna costantemente al giorno di un’esistenza regolare, quasi ineccepibile, è riflessa nella notte reale e misteriosa con cui la narrazione ha inizio e che in breve precipita in una spirale di vicende, il cui principio, apparentemente positivo, nel segno di un ritorno alla vita, è anche colmo della tensione e dei presagi che tale ritorno suscita. In un istante, ci troviamo proiettati, con una sapiente tecnica narrativa di forte impatto visivo (anche questo romanzo, come il precedente, presenta una scrittura dalla valenza quasi cinematografica o teatrale, essenziale quanto efficace: non una parola di più né una di meno di quanto necessario per far comprendere tutto e dire tutto ciò che serve), in un passato recente, all’origine dell’intera storia, e a poco a poco si comprende come alla vittoria del recupero fisico faccia riscontro la sconfitta della perdita emotiva, un’altra dicotomia tipica dell’essere umano, che l’autrice ha saputo magnificamente interpretare nella sua carica di fortissima agitazione interiore: la coscienza vuole tornare padrona del corpo cui appartiene, ora lontano, con tale determinazione da spingere invece proprio quello stesso corpo a tornare da lei.

Anche l’elemento notturno ritorna, ed è accompagnato da un altro simbolo ricorrente che ha una sua collocazione imprescindibile nella storia e nella vita dell’uomo, quel momento di unione misteriosa fra scienza e magia, fra psicologia ed esoterismo, che è il sogno.

Più volte la sconvolgente dimensione onirica si affaccia nel racconto, facendo emergere dal buio dell’interiorità la reale condizione dei protagonisti. I meccanismi imperscrutabili e inafferrabili del sogno aggiungono alla storia l’elemento psicanalitico, enigmatico quanto angosciante ma essenziale per definire ancor di più, con immagini simboliche o trasfigurazioni fantastiche della realtà, gli insondabili percorsi dell’inconscio: il vuoto, le ali strappate (nere, naturalmente), l’acqua della pioggia (purificazione) e quella del mare (vita e liberazione), sotto un cielo nuvoloso, grigio e cupo che schiaccia il sognatore nella sua introversione; e poi la metamorfosi, ancestrale rappresentazione di un percorso iniziatico di cambiamento (siamo alla vigilia della conclusione della vicenda fra Andrea e Anna) che porta una creatura bellissima, avvolta da musica e danza, attraverso una condizione di mostruosità (la realtà vera dell’anima, che si cela dietro l’apparenza serena e che la mente dell’ignaro sognatore ha intuito?), verso una nuova, diversa bellezza che la distrugge, sostituendosi a lei. E quindi il tramonto e la rielaborazione della coscienza che si sente colpevole e che cerca giustificazione attraverso la trasformazione dei fatti accaduti (e qui è magistrale la capacità della scrittrice di modificare le caratteristiche dell’ultimo sogno, che appartiene a Sveva, rispetto al coerente simbolismo dei sogni di Andrea).

La storia, iniziata nel buio silenzioso di una notte, identificazione simbolica con l’universo femminile, lunare, col mistero della nascita che viene dall’oscurità della gestazione, termina nel segno degli elementi della luce: il faro, in cui si svolge l’ultimo atto del rapporto fra Sveva ed Anna, ed il fuoco, che divampa, con significativa contrapposizione, di fronte all’acqua del mare, simbolo di distruzione e rinascita (non c’è parto senza dolore, trauma o morte - insegna la natura), immagine di una nuova vita, quale è quella che sembra attendere la protagonista.

Ma alla fine, con un altro colpo di scena inatteso, si rianima il dubbio atroce: la vicenda è veramente finita, oppure il mistero che si cela sotto gli enigmatici, ultimi pensieri e desideri di Sveva è pronto a far precipitare ancora queste vite, comprese le nostre di lettori, in un nuovo inizio, come se la storia stesse per ricominciare da capo, in un ciclo continuo e interminabile di vita, morte e rinascita?

Treviso, 6 Luglio 2013

Recensione
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