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Da questa parte

La ricchezza di spunti che offre il romanzo “Da questa parte, qualcosa” di Gennaro Maria Guaccio permette un approccio molteplice alla lettura. Dal monologo interiore - che passa dagli interrogativi scientifici a riflessioni filosofiche fino a più prosaiche riflessioni dettate dall’osservazione quotidiana del mondo - al dialogo vero e proprio, tutto, pensieri, parole e azioni, è espresso attraverso la visione interiore del protagonista. Ma il dato puramente narrativo racchiude l’analisi e la rivelazione del baratro che si nasconde dietro la forma esteriore della vita quotidiana, quel baratro che spesso si risolve in un vuoto pauroso, di fronte al quale molte esistenze si smarriscono ed altre, come quella di Eros, trovano un nuovo significato all’essere presenti nel mondo.

La storia si apre con l’annuncio di un divorzio finalmente perfezionato, un annuncio di libertà, forse, ma anche di solitudine, ed è sintomatico che fin dall’inizio si pongano idealmente in contrasto due figure femminili, una presente, discreta, paziente, quasi una raffigurazione ideale, l’altra intravista attraverso la memoria, sotto l’aspetto negativo di un disfacimento fisico ed emotivo, due figure che rappresentano il punto di partenza e quello di arrivo, il peso e il superamento dell’isolamento del protagonista.

Poiché la narrazione avviene in un contesto temporale in cui tutto è ormai passato, questa esperienza di decantazione della vita trova riscontro nella limpidezza di una scrittura che, nonostante l’apparente complessità dei vari ed intrecciati livelli narrativi su cui si sviluppa la storia, si purifica in una chiarezza quasi classica, in un flusso continuo in cui tutto è importante e significa qualcosa, assumendo talora un tono di raffinata e pungente ironia.

Ben tratteggiati i personaggi: da “Ics” - simbolo per antonomasia dell’incognita, che identifica il protagonista con la sua incompiutezza: nessuno più lo chiamerà così, né al paese né a scuola, quando avrà trovato la via di uscire da ciò che ne alterava e celava la vera identità - al preside Von Ribbentrop, soprannome che evoca scenari ben altrimenti mostruosi ma che evidenzia quanto la realtà distorta, dispotica, corrotta di un contesto lavorativo che dovrebbe invece formare l’umanità futura, gravi pesantemente sui suoi protagonisti fino all’arcigna, bisbetica custode Maria Stella, nome che richiama inevitabilmente una realtà politica recente.

La solitudine, unita alla formazione scientifica di Eros, dà origine a un’attività psichica tormentata, fino al limite della contorsione, una ricerca incontrollata ed ossessiva della spiegazione, che va di pari passo con la desolante coscienza della sua inadeguatezza a spiegare i meccanismi del mondo e le ragioni della vita e, come conseguenza ulteriore, l’amara, inevitabile ammissione che tutto il sapere cui egli si è dedicato si rivela insufficiente e vano.

Ma quell’atto di coraggio (o di disperazione - chi potrebbe veramente distinguere due realtà dai confini così labili?), prendere in mano la propria vita, mutare prospettiva, aggiunge alla descrizione realistica un elemento nuovo, romanzesco, dalla valenza anche filosofica e simbolica. L’isolamento diventa ragione stessa di vita, momento di passaggio verso una rinnovata esistenza che, dopo tanto squallore, si illumina di una speranza di rinascita. E alla fine, la vita dell’intellettuale inquieto e nevrotico acquisterà il significato di una vera esistenza con l’annuncio della paternità, la luce in fondo alla galleria, quel “qualcosa” che conta davvero.

Sotto il dramma intimo, vissuto talora con apparente ironia e disincanto, si cela il dramma, ignoto, sottovalutato o ignorato, del mondo attuale, che ha affidato la sua sopravvivenza ai meccanismi tecnologici e scientifici, che è quanto dire il tentativo ossessivo di spiegare tutto attraverso formule, calcoli ed esperimenti, conquista e condanna di una società che si avvicina pericolosamente ad uno stadio irrazionale, incosciente, asettico, con il conseguente corollario dell’assoluta mancanza di rispetto per chiunque (la scena dell’aggressione a Nora è rivelatrice al riguardo).

Il contesto sociale e quello professionale impongono ormai all’uomo attuale freddezza, calcolo, soppressione o repressione dell’emozione, intesa come debolezza o, peggio, inaffidabilità. I rapporti si fanno difficili, problematici, anche quando potrebbero essere semplici: la relazione abortita fra Eros e Nora è lo specchio dell’inadeguatezza dell’individuo alla vita e del comodo ripiego definito “far di necessità virtù”.

Sono due tipi umani straordinariamente reali, Eros e Nora: lui indeciso, incapace persino di desiderare (forse perché il desiderio non sembra trovare un riscontro in una formula scientifica o in una particolare combinazione genetica?), lei figlia di buona famiglia, provata dal dolore della vita, alla ricerca di una serenità, una stabilità qualunque, una presenza maschile che riproduca, in lei adulta e madre, il carisma e il prestigio del padre. Sono l’esempio di una realtà sociale smarrita, di un’umanità sempre più alla vana ricerca di ciò che non è più, una crisi cui né la scienza né l’umanesimo scolastico riescono a supplire, tanto che appare sempre più chiaro come la conoscenza, che avrebbe dovuto essere strumento di libertà per l’uomo, lo chiude in un prigione o lo obbliga a un percorso predefinito: più aumenta la conoscenza, più si stringono le gabbie attorno alla coscienza, bloccata nella necessità di definire, ripartire, classificare tutto, meno spazio rimane per ciò che vi è di veramente unico nell’animo umano, la capacità di pensare, inventare, creare. Lo sguardo gettato sul mondo della cultura si incontra con un’evidenza profondamente triste: né la scuola, con i suoi problemi atavici, né l’impegno di singoli volenterosi, né convegni, conferenze, studi, né alcuna forma di acquisizione culturale che non sia finalizzata alla valorizzazione dell’essere umano possono trovare un sia pur minimo scopo; nulla serve, se non rende l’individuo più consapevole di sé, cosciente della sua presenza e della sua necessità di essere parte della storia, interagendo con il microcosmo della sua realtà quotidiana e non subendolo, che poi è quanto dire, per un effetto a catena, essere parte attiva nel rapporto con il mondo.

La scuola diviene metafora del mondo, un microcosmo che riproduce il macrocosmo umano attraverso alcune figure esemplari, personaggi riscontrabili nella vita di ciascuno, tratteggiati con precisione ed efficacia, tanto da imprimersi nella memoria soprattutto per quanto riguarda le loro spigolature: non solo Eros e Nora ma anche il dirigente, la custode, gli altri docenti, alcuni ragazzi, che, delineati con pochi tocchi descrittivi, riassumono la complessità e l’eterogeneità dell’universo giovanile.

Lentamente questo mondo trova una sua parziale spiegazione psicanalitica: il rifiuto del figlio da parte della madre anziana e demente, chiarito poi da un sogno, il rapporto di identificazione irrisolta con lei e la perdita quasi dell’identità, il senso di colpa, l’ossessione del cromosoma killer (la madre glielo avrà trasmesso o no? Anch’egli è destinato a smarrire la sanità mentale? Quanto sarebbe stato meglio non conoscere nulla, forse...) e così via. Non sorprende che il risultato di tutto questo sia il fallimento sentimentale prima, un’irresolutezza fatale poi e alla fine la fuga decisiva dall’insostenibilità del vuoto dell’esistenza attuale. Un tormento interiore profondamente umano; complesse articolazioni, mentali o epistolari (le lettere di Eros a Nora); difficoltà relazionali e prigionia della conoscenza che indirizza il pensiero in direzione obbligata: sono tutti elementi delineati con precisione dalla scrittura, suggestiva soprattutto nell’ossessionante, allucinante descrizione della follia della madre e del ricorrente sogno che è conseguenza del rapporto malato fra questa ed Eros, rapporto il cui vizio determina poi la contorsione psichica del protagonista, vittima di una comune ma alterata relazione edipica.

Ma quella di Eros è una vera fuga? Attraverso quello stretto passaggio di un periodo “sabbatico” - un catartico ritorno alla natura, alla vita semplice e serena di un paesino di mare in solitudine, in cui invano tentano di penetrare le ultime ombre della vita precedente (la scena a metà fra ironia e angoscia che avviene tra Eros, col suo patetico tentativo di riconquistare Nora, impossibilitata a sua volta a chiarire a sé stessa ciò che vuole davvero, e il nuovo compagno di lei, indifferente a quanto avviene attorno a sé) -, in fondo al tunnel, si assiste a un ritorno ai valori riconosciuti come veri, perché all’esistenza apportano un significato, sintetizzati in un rapporto d’amore forse non appassionato ma autentico e non artificioso. È come un trapasso, un cammino iniziatico, l’abbandono del vecchio percorso per uno nuovo e diverso, in cui tutto ciò che è stato rimane, fondamentalmente, dall’altra parte.

In questo passaggio, narrato nella prospettiva di qualcosa che è già avvenuto, un continuo intreccio di memorie, sensazioni, consapevolezze, risalta il confronto tra due realtà apparentemente lontane come quella della semplice, saggia, deliziosa Olga (anch’essa col suo vissuto di sacrifici e fatiche) e quella del professore che avrebbe voluto spiegare tutto, con la filosofia e la scienza (porcospini, girasoli, mari, uccelli, cromosomi e così via...) ma che alla fine, smarrito in quel buio, torna “da questa parte”, verso l’unica luce rimasta, dove c’è qualcuno che lo aspetta, dove c’è la verità umana, non quella dei numeri e delle formule, dove, più semplicemente ma anche definitivamente, c’è “qualcosa”.

Recensione
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