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Il solstizio d'estate: un'interpretazione della natura

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Treviso, 21 giugno 2013

Nonostante il continuo sviluppo della scienza e della tecnologia dia l’impressione che in breve tempo potrebbe non esistere più nulla di misterioso ed inspiegabile, tuttavia i fenomeni naturali più spettacolari e singolari sono ancora oggetto di generale interesse e curiosità, proprio perché tuttora avvolti da un immutabile, enigmatico fascino.

Il fenomeno dell’eclisse, ad esempio, richiama da sempre l’attenzione di poeti, sognatori, sensitivi e appassionati astrofili, come anche della gente comune, come se ridestasse un atavico istinto che ricorda all’uomo che tutta l’esistenza sua e dell’ambiente che lo ospita è dovuta alla presenza della stella che governa il nostro sistema di pianeti, il Sole.

Dai tempi preistorici, perciò, l’uomo osserva il Sole, ed è facile immaginare che, nel corso dei secoli, si sia reso conto che talora accadono eventi che lo riguardano, apparentemente inspiegabili in quanto sfuggono al consueto e regolare corso della natura.

Tra di loro, quello che certamente ha suscitato il maggior interesse è stato il fenomeno del Solstizio, in particolare quello d’Estate, il momento dell’anno nel quale il Sole viene a trovarsi alla sua massima declinazione rispetto all’equatore celeste, ovvero si trova nel punto più alto della volta celeste, nel momento che astronomicamente coincide con l’inizio della stagione estiva.

La parola “solstizio” è di origine latina: “Solis statio” significa fermata, arresto del Sole, per indicare che in tale momento l’astro, che dalle osservazioni e dalle conoscenze oggettive di tempi preistorici e protostorici era creduto muoversi attorno alla terra immobile, appariva fermo rispetto all'equatore celeste. Oggi sappiamo che l’apparente movimento del Sole è dovuto alla rotazione e alla rivoluzione terrestre; tuttavia, nel momento preciso in cui si verifica tale fenomeno, si determinano alcune conseguenze visibili, la cui straordinarietà rispetto a quanto avviene per tutto il resto dell’anno lo rende affascinante e per certi aspetti misterioso, tanto che, al di là di tutte le osservazioni scientifiche, esso suscita l’interesse crescente di studiosi che si rifanno all’esperienza e alle osservazioni di quel lontanissimo passato, nella convinzione che, se una matrice originaria della sapienza umana esiste, questa si manifesta maggiormente nei miti, nelle religioni, nella conoscenze delle popolazioni più antiche della storia.

Nel nostro emisfero, i raggi solari sono perpendicolari al Tropico del Cancro ed il circolo d’illuminazione lascia completamente in luce la calotta polare artica e in ombra quella antartica, e nell’esatto mezzogiorno astronomico anche le ombre scompaiono del tutto. Il giorno in cui si verifica tale fenomeno è caratterizzato dalla massima durata del dì rispetto alla notte, dopo di che il Sole inizia il suo progressivo cammino verso la declinazione minima, compiendo un apparente cammino di ritorno: le ore di luce iniziano lentamente ma inesorabilmente a diminuire fino al Solstizio d'inverno.

Già dall'antichità, dunque, tale cambio di direzione, che si verifica due volte all’anno, è stato considerato un evento magico ed interpretato come l'inizio di un nuovo periodo di vita: magico, in quanto, ad un’osservazione oggettiva, si trattava di una situazione anomala rispetto al corso degli eventi naturali e, come tale, poteva essere interpretato quale segno, per di più ricorrente, di manifestazione divina; iniziatico, perché individuava costantemente la transizione fra due momenti diversi del corso dell’anno, che andavano ad influire anche sulla vita degli uomini, rappresentando la forma più ampia del grande ritmo di alternanza fra giorno e notte, caldo e freddo, luce e buio, e comunque un’espressione grandiosa del dualismo che regge l’universo intero e che le filosofie orientali hanno sintetizzato efficacemente nell’opposizione, complementarietà e fusione dei principi vitali noti come “Yin” e “Yang”.

Alcuni storici sostengono che la prima forma di scienza e cultura delle comunità umane sia stata l’astronomia e che solo successivamente sia sorto il problema di elaborare discipline che facilitassero la vita quotidiana, come la geometria e la matematica. Perciò, un’osservazione astronomica che avesse rivelato la coincidenza dei grandi ritmi della natura con la vita della comunità, sarebbe diventata, attraverso la partecipazione collettiva ai riti, un patrimonio di esperienza comune a tutti, trasmesso all’interno di quel complesso di conoscenze che passavano di generazione in generazione sotto il nome di “tradizione”.

Anche i Solstizi, che concidevano con un cambiamento nella vita delle popolazioni, entrarono a far parte, assieme alle conoscenze e alle ritualità che li riguardavano, dell’antichissima tradizione di quasi tutte le civiltà primordiali.

Dall’osservazione della volta celeste, gli studiosi traevano elementi di conoscenza di tipo divinatorio, dei quali poi trovavano il riscontro nell’evolversi degli eventi naturali terreni: la visione del cielo e dei fenomeni celesti accomunava popoli primitivi anche lontanissimi che quindi, sulla base di un’ipotetica origine comune della conoscenza, potevano giungere contemporaneamente ad ipotizzare l’influenza della vita celeste e del movimento degli astri sulla vita della terra e dell’uomo. Fra eventi celesti e terreni, vita e moto degli astri e vita quotidiana della comunità, venne perciò desunta una strettissima relazione, per cui l’osservazione del cielo divenne estremamente importante, e il momento dei Solstizi venne solennemente celebrato ed assunse significati magici e propiziatori presso quasi tutti i popoli.

Il Solstizio d’estate può essere considerato la massima espressione del culto solare, da alcuni definito come “connaturato” all’essenza stessa dell’uomo primitivo, il quale, se privo di un punto di riferimento soprannaturale cui riferire il proprio operato spirituale e morale, lo cercherebbe nella realtà di cui ha diretta conoscenza, e nel Sole in particolare, primigenia immagine di un essere superiore dal quale dipende la sua vita nello scorrere del tempo e nell’avvicendarsi delle stagioni. Quindi, la particolarità di questo giorno non era sfuggita alle antiche civiltà che ci hanno tramandato il patrimonio culturale nel quale affondano le loro radici simbolismi e riti. Come abbiamo visto, esso era apparso subito un evento significativo nelle osservazioni e negli studi dei primi osservatori del cielo, i quali si elevarono poi al rango di sacerdoti nel momento in cui tali conoscenze astronomiche, tramandate all’interno della loro casta come segreti misterici, acquisirono una valenza religiosa e rituale, dovuta al fatto che gli avvenimenti terreni e il culto venivano posti in costante relazione con gli eventi e la realtà celesti, soprattutto con la loro ciclicità, che non era senza conseguenze sull’ipotetica possibilità di prevedere il futuro, ciò che anche l’uomo primitivo aveva compreso non essere possibile per vie naturali (in tutte le prime civiltà, astronomi, sacerdoti e indovini si identificano, confermando così le implicazioni religiose dell’osservazione del moto degli astri): pertanto, l’osservata anomalia del moto del Sole fece assumere a quel giorno anche una connotazione esoterica.

In momenti successivi, tali conoscenze si sono rivestite spesso di una maschera simbolica che, se inizialmente serviva a distinguere gli adepti del culto e i custodi dei segreti da coloro che non comprendevano il linguaggio criptico con cui venivano tramandate, avvolgendole così in un’aura dal fascino esoterico, poi si sono progressivamente deturpate, perdendo la loro natura di sapienza destinata al bene collettivo e diventando talora vuota retorica d’immagini e concetti oscuri anche agli stessi iniziati.

Simbolica e reale emanazione terrena del Sole era il fuoco; esso era presente in tutte le religioni delle antiche civiltà quale espressione di divinità positiva, elemento luminoso e vivificante, e perciò il giorno del Solstizio era ovunque celebrato con feste e rituali nei quali il fuoco aveva un ruolo fondamentale: i fuochi accesi nella notte durante i riti assumevano un valore purificatorio; con il fuoco si mettevano in fuga le tenebre, gli spiriti maligni, le streghe, i demoni e le malattie (quest’ultimo aspetto lega, come sempre nelle civiltà primitive, l’elemento magico e religioso con quello pratico della vita quotidiana: la liberazione dalle malattie del corpo era tanto importante per la sopravvienza di ciascuno e della comunità, quanto quella dai malefici). Non bisogna dimenticare, infatti, che, nelle giornate solstiziali, la sospensione del corso naturale degli eventi determina la possibilità di interazione fra mondo naturale e mondo soprannaturale, terreno e ultraterreno, visibile e invisibile: come gli esseri umani hanno libero accesso a regni e poteri dell’al di là, così le entità ultraterrene possono penetrare nel nostro mondo.

Ciò che nella civiltà celtica (l’unica che non conoscesse ricorrenze legate direttamente agli equinozi ed ai solstizi, ma che celebrava quattro feste annuali - che in Irlanda si chiamavano rispettivamente Imbolc, Beltain, Lúgnasad e Samain - legate al ciclo vitale della natura e che cadevano nei punti intermedi tra gli equinozi ed i solstizi) accadeva nelle due notti tradizionalmente magiche, ossia Beltain (che presso altri popoli era Calendimaggio) e Samain (da cui la festa dei Santi cristiana e l’odierna Halloween’en), durante le quali, in determinati luoghi, si poteva passare dal mondo naturale a quello soprannaturale e viceversa, presso le altre tradizioni popolari europee avveniva nella notte del Solstizio estivo, caratterizzata da riti purificatori e propiziatori, nei quali il fuoco era l’elemento fondamentale: accensione di fuochi sulle colline, processioni notturne con fiaccole e ruote infuocate gettate lungo i pendii.

In tal senso si può spiegare come una leggenda di derivazione celtica, quale quella di Tristano e Isotta, ripresa e rivisitata in epoca cortese da parecchi scrittori e poeti tra i quali Thomas, venga ad assumere, sotto questo aspetto, i tratti e i caratteri della civiltà contemporanea allo scrittore, per cui l’evento cardine della vicenda, ossia lo scambio di una comune bevanda col magico filtro d’amore che suscita nei due giovani un ardore e un desiderio irrefrenabili, si svolge alla vigilia della notte di San Giovanni, momento magico per eccellenza, votato sia alla magia del bene che all’intrusione delle forze del male:

“Déjà le soleil était entré dans le signe du Cancer. C'était la veille de la Saint-Jean... Tristan jouait aux échecs avec Iseut sous la tente...

Et Tristan l'offre à Iseut, en disant: «Belle Iseut, buvez ce breuvage.» Iseut boit une gorgée et tend la coupe à Tristan qui la vide à son tour d'un trait. Aussitôt il regarde Iseut d'un air égaré, et l'émoi et la frayeur se peignent sur la figure d'Iseut.

Qu'ont-ils fait? Hélas! ce n'est pas le vin de la réserve qu'ils ont bu, ce n'est cervoise ni piquette, mais le boire enchanté que la reine d'lrlande a brassé pour les noces du roi Marc! Brangaine est saisie d'un terrible doute... «Malheur, malheur à moi! s'écrie-t-elle. Tristan, hélas! Hélas! Iseut! Vous avez bu votre destruction et votre mort!»

Nella tradizione nordica, durante la notte del Solstizio estivo viene acceso il "fuoco di Baldr", giovane dio figlio di Odino, ucciso nel fiore degli anni, secondo quanto raccontato nell’Edda poetica e in quella in prosa di Snorri, risalenti al XIII secolo ma testimoni di una tradizione molto più arcaica. Si tratta di una vicenda che pare ricalcare quella del Gesù cristiano: anche Baldr è una sorta di rappresentazione umana della perfezione divina e, tormentato da sogni funesti, ottiene l’immortalità grazie ad un giuramento di tutti gli esseri viventi, eccettuata una piantina giovane di vischio (pianta sacra nelle mitologie nordiche), alla quale non viene chiesto, e con la quale verrà fabbricata una lancia che un dio cieco, tratto in inganno, scaglierà contro di lui, uccidendolo e gettando l’intero universo nello sconforto, anche perché ogni tentativo di riportarlo in vita fallisce. In Baldr si identificava probabilmente lo spirito della quercia, celebrato da alcuni miti nordici che narrano della lotta eterna tra il Dio dell'anno crescente e il Dio dell'anno calante: lo spirito o Re della Quercia soccombeva d’estate e i fuochi venivano alimentati col legno dell’albero di cui era sovrano.

L'idea di due divinità o re che combattono tra loro appare in molte culture: nelle più antiche mitologie lo sconfitto risorgeva ogni anno, così che la luce e l'oscurità regnassero in equilibrio tra loro, mantenendo il sovrano principio di armonia della natura, mentre nei miti più tardi - in cui l’elemento antropico subentra sempre più fortemente, indirizzando l’interpretazione e le stesse situazioni, attraverso la predominanza dell’aspetto che la vita quotidiana e i vantaggi pratici che ne derivavano aveva fatto assurgere a principale (ad esempio luce, fuoco, calore, e quindi benessere e vita) - la vittoria dei personaggi legati alla luce è definitiva, come la morte di quelli legati alle tenebre.

Questa evoluzione in senso antropologico determina una chiara corruzione dell’originaria purezza dell’ordine cosmico, che assimilava bene e male, luce e tenebra, vita e morte nella suprema perfezione dell’esistenza.

E’ possibile risalire a tale primigenia concezione nel mito egizio del viaggio sotterraneo del dio-sole Ra, così come descritto nel “Libro di Am-Duat”, una sorta di compendio della conoscenza occulta, realizzata attraverso il passaggio nel mondo infero, il superamento delle prove e la rinascita. Il dio attraversa dodici diversi scenari, corrispondenti alle ore della notte, ricchissimi tutti di visioni, simboli e significati, tra i quali assumono grande importanza il quinto, dedicato alla vittoria sulla morte (Ra esce dal tumulo della morte sotto forma di scarabeo, rappresentazione della continuità del ciclo vita - morte) ed il sesto, in cui, all’opposto del precedente, lo scarabeo diventa immagine di morte.

Identità di vita e morte è un concetto di una superiore sapienza primordiale tuttora difficile da afferrare nella sua pienezza, proprio perché viziato da successive sovrastrutture. Si tratta di una suprema conciliazione nella figura di un principio esistente originario, che può assumere poi la forma di una o più divinità, ma che contempla nella sua totalità l’intera esistenza dello spazio e del tempo, ivi compresa quella della morte, segno evidente che essa non può essere concepita come un atto compiuto in sé finito, che esclude ogni conseguenza e determina una fine: in tale concezione non c’è spazio per qualcosa di finito. Da testimonianze di antichi papiri si evince che vita e morte, per l’originaria, esoterica teologia egizia, pur sembrando opposte e inconciliabili, in realtà costituiscono assieme la vita eterna. Nessuna delle due predomina ma si alternano e si generano a vicenda, in una concezione destinata a superare completamente e contemporaneamente il timore della morte e il dolore della vita. Tale visione ha assunto anche diverse e varie forme presso altre culture e civiltà, da quelle occidentali a quelle orientali: ci è nota la concezione celtica del passaggio alternato e continuo da una vita terrena ad una ultraterrena e viceversa, tanto che la morte era festeggiata come la rinascita nell’altro mondo; e la credenza orientale nella metempsicosi non fa altro che applicare appieno al mondo della natura sensibile il principio di eternità dello spirito vitale originario; la concezione cristiana, inoltre, ha introdotto in questa concezione l’idea di resurrezione individuale, anche corporea. Tutti, in ogni modo, avvertono la necessità di rifarsi al principio originario dell’esistenza assoluta, originaria, infinita: la morte ne fa parte e ne è una sola parte, non la nega ma la completa, essendo necessaria al ciclico ritorno della vita.

Dunque, se nella teologia esoterica dell’antica civiltà maggiormente legata al culto solare, vita e morte coincidono nell’eternità, non è strano presupporre che la duplice natura della festa solstiziale possa aver trovato già là le sue origini.

Il Solstizio d’Estate coincideva con un periodo particolare della vita civile e sociale delle prime comunità umane stanziali, fondate su una struttura sociale di tipo contadino, che con il culto del sole aveva per ovvie ragioni un forte legame reale e simbolico, il periodo, cioè, in cui si iniziava a vedere il frutto del lungo, faticoso, talora penoso lavoro dei campi dei mesi precedenti. Tale giorno divenne pertanto il simbolo del periodo che avrebbe assicurato la sopravvivenza alla comunità, la quale, ammirando e raccogliendo i frutti del suo lavoro, poteva anche riconoscervi una propria identità culturale, senza la quale nessun gruppo, neppure quello che si ritiene il più saldo e immune da influenze esterne, sarebbe stato in grado di sopravvivere autonomamente.

La sua celebrazione rituale da parte di quelle primitive comunità si lega perciò anche alla loro stessa esistenza. Se ancora oggi è viva la consapevolezza dell’importanza storica e sociale di questo rito, ciò accade perché, attraverso i millenni, esso ha resistito a tutti i cambiamenti imposti dal tempo alla storia ed alla civiltà, e come tale è stato tramandato ed assunto da culture, popoli, religioni diverse, diventando talora festa popolare, talora tingendosi di significati mistico-esoterici, come nel culto cristiano che divenne ben presto consapevole dell'influenza sulla realtà umana di tale periodo e dei festeggiamenti ad esso associati, e ai riti pagani legò la celebrazione del giorno natale di Giovanni Battista. Come il Solstizio d’Estate annuncia il tempo del raccolto e del sostentamento per i rigori invernali che seguiranno, così il Battista profetizza l’avvento di una nuova era, di un nuovo mondo, il cui nutrimento è rappresentato dalla figura del Cristo, luce e guida nel buio inverno del peccato e dell’esistenza senza speranza di salvezza. Tale identificazione trae sostegno anche dall’ipotesi che la stessa festa di San Giovanni, che - ricordiamolo - si celebra tre giorni dopo quella del Solstizio, affondi le sue radici nella tradizione precristiana, forse proprio in un antico culto solare; anche in questa festa infatti si accendono fuochi, celebrazione rituale e simbolismo che continua la tradizione di antiche cerimonie pagane intorno al fuoco, connesse alla fertilità del raccolto, alla salute, alla buona sorte, alla protezione dai fulmini, tutti elementi positivi che vengono attribuiti alla figura dell’annunciato Messia.

Tuttavia, se dietro la componente simbolica non vi fosse stata la realtà della vita strappata quotidianamente alla natura, questo giorno non avrebbe permeato di sé le comunità e i culti, dall’antichità ad oggi. Spesso il simbolo puro e semplice nasconde l’ignoranza di chi non ne conosce più il senso e si trincera dietro un alone di mistero; quando esso non è più rappresentazione di una profonda realtà culturale insita nella vita stessa e nella quotidianità dell’essere umano ma viene alterato per coprire l’ignoranza o, peggio, tenere nell’ignoranza, perde ogni ragione di essere. I riti del solstizio erano una rappresentazione simbolica della perenne rinascita di una cultura umana che affondava le sue radici nell’abisso del tempo passato ma che sopravviveva esclusivamente grazie al suo valore concreto e non al suo esteriore travestimento simbolico.

Il solstizio è considerato quindi un simbolo di rinascita spirituale, una sorta di armonizzazione al ritmo della natura e trova nella luce, termine che si presta ad essere interpretato quale creatività, saggezza, conoscenza, intuizione (illuminazione), oppure bellezza, calore, amore (luminosità), il simbolo al centro di questa ricorrenza. Quindi è facilmente ipotizzabile che la celebrazione di rituali col fuoco sia anche il segno della corrispondenza tra l’elemento terrestre e quello celeste della luce: nel momento in cui l’elemento celeste sfolgora in tutta la sua potenza, sulla terra gli corrisponde la luce accesa nella notte dagli uomini col fuoco.

Come qualunque situazione, episodio, realtà che introduce un cambiamento, anche il Solstizio acquisisce perciò un simbolismo dal carattere iniziatico: ciò che era in un certo modo prima del suo manifestarsi non è più lo stesso dopo; cio che saliva ora scende, ciò che cresceva ora cala, e viceversa nel Solstizio invernale.

In questo giorno, la natura dona all’uomo, da sempre, un profondo, costante insegnamento: il giorno in cui il sole raggiunge la sua massima declinazione è quello stesso in cui comincia a compiere il cammino inverso. Non c’è un punto culminante senza l’inizio di una discesa e viceversa, con una continuità ciclica ed incessante che esclude ogni immobilità nello spazio e nel tempo e conferma l’irripetibilità di ogni istante trascorso. Non c’è stabilità, quindi, ma movimento: tutto cambia, neppure il sole risplende allo stesso modo più di un istante.

La caducità di tutto nel vortice del tempo è il grande ammonimento su cui riflettere: come possono le cose umane, nella loro limitatezza, ambire ad una duratura stabilità, illudendosi di poter restare in un’immobilità spaziale e temporale, se proprio l’osservazione degli astri e l’avvicendarsi delle stagioni rivelano quanto flebile sia ogni apparente sicurezza? Tutto un emisfero vede la propria realtà naturale nella sua fragilità e nel suo perenne cambiamento e la rappresenta simbolicamente col fuoco che distruggendo crea, riproducendo il ciclo di morte e rinascita che è alla base di ogni rinnovamento.

Applicato alla realtà umana di ogni tempo, tale insegnamento ci rivela quanto sia fortunato colui che, seduto sullo scranno del potere, sia in grado di pensare già ad una possibile, futura miseria, e quanto felice potrebbe essere il misero, se fosse appieno consapevole che ogni condizione è passeggera e ogni speranza di rinascita e ascesa legittima. Il sole, che tocca il suo culmine, inizia anche il suo declino; dopo sei mesi, al culmine più basso, si accenderà e nutrirà invece di nuova speranza, come il Solstizio estivo che, iniziando il percorso discendente, distrugge e nello stesso tempo crea le premesse perché, giunti al punto più basso del Solstizio invernale, la natura e l’uomo siano pronti alla rinascita.

Il Solstizio rivela quindi la suprema esaltazione cha la natura fa del concetto, tanto celebrato ma mai attuato, di “uguaglianza”: tutto muta continuamente, nulla permane più di un istante, nulla è sicuro, perfettamente ripetibile, immutabile; ogni evento ed elemento, nella sua incertezza, può riconoscere l’uguaglianza della propria natura in rapporto agli altri: uguaglianza nella fragilità. Non esistevano privilegi, nella grande madre natura cui gli antichi sapienti facevano riferimento e da cui traevano insegnamento: anche la legge di sopravvivenza, l’autorità del più forte si componeva nella suprema uguaglianza della fragilità, del declino, della speranza e della rinascita.

La cultura, che da quei popoli viene e che ha tramandato tali riti nel loro primo significato, è la sola che permetta di comprenderli e riviverli ed acquisire completamente tale insegnamento.

La vera conoscenza della realtà naturale del Solstizio potrebbe fugare ogni paura ed ogni peso negativo, se l’uomo riuscirà ad accettare pienamente la realtà della propria caducità, di cui tale giorno è simbolo dal significato profondo, in un eterno ciclo di mutamento e rinnovamento, attraverso l’inevitabile passaggio alla morte ed il perenne ritorno alla vita.

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