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In Giappone con Eurolirica giovane

Che l’arte e la cultura italiane siano amate in Giappone è noto: numerosi turisti giapponesi visitano ogni anno le nostre città d’arte e i nostri musei; spettacoli musicali d’opera lirica prodotti dai principali teatri italiani compiono continuamente in quel paese apprezzate tournées; giovani studenti giapponesi, soprattutto di canto lirico ma non solo, vengono a perfezionare i loro studi in Italia. Ma che nascano iniziative autonome, organizzate e gestite interamente da Giapponesi in patria e volte a diffondere e valorizzare il patrimonio musicale dell’opera lirica italiana in quel paese, è un fenomeno che merita un approfondimento, poiché si sta diffondendo presso realtà associative grandi e piccole, che ho conosciuto sia per esservi stato coinvolto come musicista sia come incuriosito spettatore e talora involontario consulente. Già, perché la curiosità e la voglia di imparare che ho incontrato in questi artisti sono tali che, non appena si imbattono in un maestro, pur con mille attenzioni, con la paura di essere importuni e con squisita educazione, non mancano di chiedere opinioni e consigli.

Un esempio di questo fenomeno è presente a Nagoya, importante città portuale a sud di Tokyo, dalla quale la separa l’inconfondibile profilo del Fujiyama.

Shigeo Okamoto, fondatore di questa iniziativa, dopo un passato di attività internazionale quale cantante lirico, al ritorno in patria ha portato con sé la conoscenza e l’esperienza di lunghi anni in Europa, ed ha creato un’organizzazione in grado di mettere in scena opere liriche, soprattutto italiane ma anche francesi (repertorio che tuttora in Giappone, eccezion fatta per “Carmen”, non è particolarmente conosciuto), e concerti lirici, offrendo agli artisti locali l’occasione di esibirsi. Shigeo è stato spinto, oltre dieci anni fa, dal desiderio di elevare il livello e la qualità delle proposte liriche nella città di Nagoya, che ospitava le produzioni dei teatri occidentali ma aveva un’attività locale limitata al lavoro di due associazioni, che tuttavia non offrivano continuità di proposta. Quella di Shigeo, “Eurolirica”, fu dunque la prima associazione interamente formata da musicisti.

La crisi economica ha favorito la libera iniziativa: il Giappone è un paese sostanzialmente dirigista ma, a fronte dell’impossibilità per l’istituzione pubblica di far fronte alle esigenze dell’attività culturale, viene lasciata e favorita la libertà d’iniziativa. Si sono create così le condizioni - sostanzialmente contrarie a quelle italiane - per intraprendere un’attività frequente e durevole, e, di conseguenza, iniziative di tal genere si sono moltiplicate.

In Giappone, se c’è qualcosa che non manca sono le sale da concerto e i teatri; anche il più piccolo paese di campagna possiede un teatro, talora sproporzionato all’utenza potenziale, ma le comunità giapponesi si fanno quasi un punto d’onore di possedere luoghi di cultura, dove non ci si limita alle rappresentazioni tradizionali nazionali ma si allarga la proposta alla cultura occidentale. Le più grandi aziende, nei più disparati settori, così come i grandi centri commerciali, possiedono sale da concerto attrezzate, che affittano, talora a prezzi ridotti grazie ad un reale interesse per la diffusione della cultura, a queste meritevoli organizzazioni.

Lo scopo di Eurolirica è anche quello di creare la consapevolezza che dietro l’opera lirica esiste un “indotto culturale” notevole: letteratura, arti visive, filosofia, tradizioni popolari dei paesi d’origine, comunicazione; lo studio e la rappresentazione dell’opera lirica italiana diventa quindi veicolo di diffusione culturale a tutto tondo. Il passo successivo è l’educazione di un pubblico che, anche se nella sua formazione scolastica non annovera la nostra tradizione artistica, tende ad informarsi di sua iniziativa e trova poi, nei volantini e negli opuscoli informativi, materiali utili per la sua conoscenza del teatro musicale.

Da Eurolirica nasce un’iniziativa ancor più meritoria: “Eurolirica giovane”.

I giovani studenti vengono dapprima impiegati nei cori, poi nei ruoli minori e infine nei ruoli principali, ma non nelle stesse iniziative che riguardano gli artisti più avanzati nella carriera, proprio per evitare scomodi confronti e giudizi avventati e inopportuni da parte di critici, giornalisti e fan, con un atteggiamento che vorrebbe imitare quello dei loro omologhi occidentali, soprattutto italiani, ma che si rivela ovunque, sia da noi che in Giappone, inevitabilmente deleterio per le giovani leve della lirica. Si tratta di un problema reale con il quale in Italia mi sono scontrato più volte.

Shigeo ha dunque creato una struttura dove il compito dei maestri italiani, che possono portare sia l’esperienza che la conoscenza di una tradizione presente nella loro formazione ma anche nel loro patrimonio genetico, diventa fondamentale per i giovani cantanti nei quali la passione per la musica e l’amore per la cultura italiana sono autentici e profondi. Mi sono domandato cosa spinga un giovane di Nagoya, piuttosto che di un’altra città, a decidere di iniziare lo studio del canto lirico, disciplina così lontana dalla sua cultura tradizionale. Ho guardato questi ragazzi negli occhi, ho visto il loro impegno e la loro scrupolosità, ho toccato con mano il rispetto e la timidezza quasi, di fronte ad un maestro che li sollecita ad esprimere il patrimonio di sensibilità ed emozioni che possiedono ed a metterlo nel loro canto e che, soprattutto, li ammira e li rispetta. La risposta alla mia domanda è andata oltre le attese: i ragazzi sono ammaliati dal fascino di una cultura diversa e lontana dalla loro; sono incantati dalla scoperta della voce e dell’uso che se ne può fare secondo la tradizione occidentale e ne ricercano un uso sano, non per esibirsi ma per consolidare quell’equilibrio fra corpo e mente che è uno dei caratteri delle filosofie orientali. Da un inizio che potrebbe definirsi ad un tempo terapeutico ed istintivo si passa ad una conoscenza tecnica che, attraverso la consapevolezza dell’uso della voce, comincia a dare benessere fisico e soddisfazione emotiva, non diversamente dal praticare con successo uno sport: è sostanzialmente un lavorare per sé stessi che porta poi a risultati notevoli.

Con “Eurolirica giovane” abbiamo vissuto giorni intensi di lavoro, in cui lo spirito della cultura italiana segnava ogni momento delle prove e della vita quotidiana: ragazzi che si sforzavano di parlare e comprendere la nostra lingua, storie e aneddoti della vita teatrale italiana, racconti sui compositori e sulle loro opere, confronto sulla storia, la civiltà e la realtà attuale dei due paesi, visite insieme alla città, fino al momento dell’esibizione.

Ho sempre avuto la sensazione di tornare a casa ogni volta che sono sbarcato in Giappone per fare musica: tutto ciò che ho imparato e tutta l’esperienza che ho maturato negli anni si trasformano qui in qualcosa di reale, che nasce e cresce giorno dopo giorno. L’opera italiana continua a vivere anche grazie a questi giovani, riguardo i quali vorrei smentire la leggenda dell’artista orientale esclusivamente tecnico e asettico.

È stato molto importante, in queste occasioni come nelle precedenti, vivere a contatto con la gente e la realtà quotidiana di quel paese, comprenderne la vita di ogni giorno, e restare ogni volta stupiti dell’efficienza e dell’ordine che vi regna. Un confronto fra il Nagoya College of Music, o l’Università delle Arti, e qualunque conservatorio italiano è impietoso; per limitarci all’aspetto più appariscente, le sale sono fornite tutte di un minimo di due pianoforti a coda, gli edifici sono enormi (centinaia di aule su più piani), ordinati, puliti, con un numero smisurato di spazi a disposizione degli studenti, programmi di studio culturalmente ricchissimi e tanti eventi.

Il Giappone è sempre stato per me fonte di forti stimoli creativi e di inviti alla riflessione. Quando l’aereo decolla da Nagoya sale in quota compiendo uno strano, ampio cerchio sopra l’aeroporto e la città, prima di dirigersi decisamente verso nord. E mentre a poco a poco la terra e poi le nubi bianchissime scompaiono alla mia vista e dai finestrini si intravede solo l’azzurro immacolato del cielo di febbraio, provo un briciolo di nostalgia per quel mondo che corre così tanto da non aver quasi il tempo di ripensare al passato appena trascorso, per quanto bello. Porto con me ricordi ed emozioni che i mezzi moderni di comunicazione permettono di condividere ogni giorno con gli amici giapponesi, rendendoci più vicini gli uni agli altri, e sento sempre più vivo il valore del confronto e della diversità delle culture.

Ma soprattutto mi sento gratificato dalla conferma che la conoscenza concreta e consapevole è la via maestra per capire un precetto vitale della convivenza tra gli uomini e tra i popoli, quasi una legge non scritta, ma da osservare per questo ancor di più: conoscere significa soprattutto rispettare e amare.

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