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La casa di Sveva

Arthur Schnitzler: al nome del grande scrittore austriaco, attento esploratore dei misteriosi meccanismi della coscienza e dell’inconscio, dei deliri delle menti turbate e di quelle in apparenza lucide ma incapaci di discernere sogno e realtà, è corso il mio pensiero dopo la lettura di pochissimi capitoli de La casa di Sveva, così che, retrospettivamente, mi è venuto spontaneo il parallelismo tra lo straordinario prologo di questo affascinante romanzo e l’enigmatico, allucinato ritrovo del racconto “Doppio Sogno”, che ha ispirato la versione cinematografica di Kubrick, “Eyes Wide Shut”.

In entrambi aleggiano la stessa tensione e lo stesso mistero, gravido di possibili conseguenze, che l’ultima frase del prologo lancia come un’esca all’attenzione del lettore.

Da questo momento, come ad un’apertura di sipario, ci troviamo già dentro al dramma e si tratta solo di comprendere quando, come e quanto si impadronirà di noi.

Riga dopo riga, parola dopo parola – si potrebbe dire – con una tensione crescente resa in modo magnifico dalla scrittura, l’incubo si materializza visivamente, tanto più allucinante quanto più si muove nell’ambito di un’ipotetica calma esteriore, nella quale il dialogo, serrato ed essenziale quanto quello di un’efficace, perfetta sceneggiatura, assume ad un tempo il tono della normalità e quello della follia (del resto, quanto sono veramente distinguibili questi due aspetti?), così che ad ogni momento ci si attende la svolta, il colpo di scena decisivo.

Il gioco psicologico trova la sua naturale evoluzione in quello erotico, componente essenziale della complessa dinamica fra i due protagonisti o, se vogliamo, fra i due aspetti conflittuali della protagonista. A poco a poco i diversi atteggiamenti di queste due figure convergono fino ad una sorta di scambio: il debole prende forza, il dominatore inizia a cedere (l’eterna ruota della vita e del tempo?) e, nel momento in cui il conflitto raggiunge il culmine della sua intensità emotiva, avviene un balzo inatteso quanto geniale verso il piano simbolico: compare una pietra, ricordo d’infanzia ma anche oggetto che lega saldamente alla terra e al passato; compare una fiaba, nella quale i personaggi fantastici assumono i ruoli di quelli reali e il cui protagonista è quel drago, simbolo del fuoco della passione, al quale la scrittrice pone in bocca la frase più intensa, drammatica e vivificante del libro, non a caso scelta quale motto dell’intera storia: “Ucciderò i tuoi desideri, uno alla volta, fin quando sarò io il tuo unico desiderio.”

E, dopo la terra e il fuoco, compaiono l’acqua, ossia il mare, e infine il vuoto, l’aria, entrambi simboli di libertà, a completare i quattro elementi fondamentali della vita.

Dal recupero, dalla conoscenza e dalla conquista di questi quattro elementi, ora con la memoria, ora con la contemplazione, ora con l’azione, la protagonista ritorna in possesso del proprio destino e della propria identità. La casa-prigione – metafora spettrale di un’anima che tiene prigioniero il suo corpo, attraverso la propria emanazione, un “alter ego” che è ad un tempo desiderato e respinto, amato e odiato, e che assume le sembianze dell’uomo misterioso – diventa il luogo della liberazione: l’anima, oppressa dalla parte ignota di sé, diventa consapevole e forte; l’oscura galleria imboccata nel prologo sbuca finalmente verso una nuova luce.

Il gesto finale di Sveva sancisce la presa definitiva di coscienza della propria identità: dopo un doloroso conflitto interiore, che non può ovviamente prescindere dall’aspetto sessuale, componente fondamentale della completa armonia dell’essere umano, della sua mente e della sua coscienza, quella parte di cui ella è stata schiava, ma della quale è poi divenuta padrona, viene definitivamente sconfitta e ridotta all’impotenza.

Sotto questo aspetto, leggerei questo romanzo come il flusso di coscienza di una donna che si guarda allo specchio e vede dietro di sé l’immagine incombente di tutto ciò che non è stata, per volontà o per necessità, e che viene a reclamare le proprie ragioni.

Ma, al contrario di quanto ci si attenderebbe, e con un autentico colpo di genio creativo, non è il nuovo, il non-essere a sostituirsi all’essere precedente, ma è quest’ultimo che, grazie a quel contatto (che narrativamente è sia sessuale che dialogico, sia violento che dolce), riprende possesso, o meglio scopre finalmente le proprie potenzialità, e, forse per la prima volta nella sua esistenza, le mette a frutto.

La prigioniera del proprio immobilismo e delle proprie convenzioni esce finalmente dal guscio: non ci si inganni sulla crudezza della conclusione, perché ogni parto è doloroso, ogni rinnovamento implica un traumatico troncamento con quanto non serve più, ma alla fine – e l’ultimo capitolo ne è la bellissima sintesi (primavera, sole, caldo, movimento, luce) – la vita riprende, continua e trionfa.

L’autrice dimostra in ogni pagina la magistrale capacità di gestire lo sviluppo progressivo del racconto, grazie ad una scrittura densa, essenziale ed esauriente, che potrebbe quasi appartenere ad un dramma teatrale espressionista o, ancor di più, si diceva, ad un lavoro cinematografico, grazie anche ad una componente descrittiva e visiva di immediata evidenza, nonché ad una narrazione nella quale il susseguirsi degli eventi è trascinante e coinvolgente, al punto che talora si stenta a credere che sia costruita quasi esclusivamente sul dialogo di due personaggi in un solo luogo. E questa avvincente unitarietà narrativa e drammatica richiama alla memoria anche le tradizionali unità aristoteliche: tolti prologo ed epilogo, se consideriamo che l’intera narrazione non ha alcuna soluzione di continuità cronologica, che l’azione sviluppata è unica e si svolge in un solo luogo, si ha un reale richiamo alla tragedia classica, compresa la catarsi finale, ossia il distacco fisico tra Sveva e Andrea, che potrebbe simbolicamente adombrare la contrapposizione e la frattura fra “Superego” ed “Es”, quest’ultimo ricacciato nell’oscurità da cui è emerso, nella mente della protagonista.

Straordinarie suggestioni culturali ci riserva dunque questo breve romanzo, che apre riflessioni inquietanti sulla realtà psichica dell’apparente normalità, e del quale vorrei però cogliere l’aspetto positivo della scoperta, o del ritrovamento, al termine di un sofferto travaglio interiore, di una propria, autentica verità.

Si tratta di una lettura che lascia col fiato sospeso fino all’ultima scena e che trascina nel suo vortice un lettore impossibilitato a staccarsene, grazie ad un fascino ammaliante che svela ad ogni istante un ineguagliabile talento di grande scrittrice.

Treviso, 19 giugno 2013

Recensione
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