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Ritorno in Giappone con Eurolirica giovane

Dove l’Italia dell’opera lirica rimane ancora il sogno di un giovane artista

Dai finestrini appena aperti, dopo la surreale, breve notte trascorsa nella penombra dell’aereo, fra un sonno leggero, qualche lettura, il ripasso delle partiture da eseguire, spunta un cielo azzurro limpidissimo, una splendida mattinata invernale, luminosa e tinta del colore del mare, che mi accoglie all’arrivo. La gentilezza degli addetti ai controlli del passaporto e alla dogana, con i quali si riesce ad intendersi in una sorta di inglese comune, benché dagli accenti estremamente diversi, mi riporta all’ultimo mio arrivo in questo paese e a quel rispetto quasi maniacale per la persona: si viene ringraziati di essersi sottoposti a controllo, di spiegare la presenza o meno in valigia di questo o quell’oggetto. “I’m a musician” dico, rispondendo allo sguardo del controllore che sfoglia lo spartito e, quando apre un raccoglitore ad anelli pieno di fogli manoscritti accanto ad alcuni libri, chiedendomi: “And this?”, “I’m a writer too”, rispondo, “I’m an artist!”

E sul volto degli addetti al controllo spunta un sorriso; riordinano con estrema cura il contenuto della valigia e del bagaglio a mano, mi aiutano a richiuderla ed uno di loro mi accompagna all’uscita, si ferma, accenna un inchino e sussurra “Welcome in Japan!”

Esco dal terminal e incontro gli amici che mi aspettano, li riconosco subito, pur dopo alcuni anni, ed anche Shigeo, abbracciandomi, mi dice, nel suo perfetto italiano: “Non sei cambiato per niente!”

Che l’arte e la cultura italiane siano amate in Giappone è noto: una grande quantità di turisti giapponesi visita ogni anno le nostre città d’arte e i nostri musei; spettacoli musicali d’opera lirica prodotti dai principali teatri italiani compiono continuamente in quel paese tournées attese ed apprezzate; giovani studenti giapponesi, soprattutto di canto lirico ma non solo, vengono a perfezionare i loro studi in Italia.

Ma che nascano iniziative autonome, organizzate e gestite interamente da Giapponesi in patria e volte a diffondere e valorizzare il patrimonio musicale dell’opera lirica italiana in quel paese, è un fenomeno che merita un approfondimento, poiché si sta diffondendo presso realtà associative grandi e piccole, che ho conosciuto sia per esservi stato coinvolto come musicista sia come incuriosito spettatore e talora involontario consulente. Già, perché la curiosità e la voglia di imparare che ho incontrato in questi artisti (ne ricordo una bravissima, alcuni anni fa, che parlava solo giapponese e che, coinvolta dalla bellezza della musica durante una prova da me diretta, con grande sforzo, ma con un sorriso indescrivibile, mi disse: “Maestro... a good music!”) sono tali che, non appena si imbattono in un maestro, pur con mille attenzioni, con la paura di essere importuni e con squisita educazione, non mancano di chiedere opinioni e consigli.

Un esempio di questo fenomeno è presente a Nagoya, importante città portuale a sud di Tokyo, dalla quale la separa l’inconfondibile, meraviglioso profilo del Fujiyama.

Shigeo Okamoto, fondatore di questa iniziativa, dopo un passato di attività internazionale quale cantante lirico, al ritorno in patria ha portato con sé la conoscenza e l’esperienza di lunghi anni in Europa, ed ha creato un’organizzazione in grado di mettere in scena opere liriche, soprattutto italiane ma anche francesi (repertorio che tuttora in Giappone, eccezion fatta per “Carmen”, non è particolarmente conosciuto), e concerti lirici, offrendo agli artisti locali l’occasione di esibirsi. Shigeo è stato spinto, oltre dieci anni fa, dal desiderio di elevare il livello e la qualità delle proposte liriche nella città di Nagoya, che ospitava le produzioni dei teatri occidentali ma aveva un’attività locale limitata al lavoro di due associazioni, che tuttavia non offrivano continuità di proposta. Quella di Shigeo, “Eurolirica” (in italiano, ulteriore testimonianza dell’amore per il nostro paese che caratterizza il mio caro amico: a coprire il suo pianoforte vi è un drappo con i colori della nostra bandiera e la sua casa è colma di italianità, dai libri di cucina a quelli d’arte, dalle locandine agli spartiti d’opera) fu dunque la prima associazione interamente formata da musicisti.

La crisi economica, che ha investito negli ultimi anni il Giappone come il resto del mondo, limitando le risorse pubbliche destinate all’arte e alla cultura, ha favorito la libera iniziativa: il Giappone è un paese sostanzialmente dirigista ma, a fronte dell’impossibilità per l’istituzione pubblica di far fronte alle esigenze dell’attività culturale, viene lasciata e favorita la libertà d’iniziativa. Si sono create così le condizioni – sostanzialmente contrarie a quelle italiane – per intraprendere un’attività frequente e durevole, e, di conseguenza, iniziative di tal genere si sono moltiplicate.

In Giappone, se c’è qualcosa che non manca sono le sale da concerto e i teatri; anche il più piccolo paese di campagna possiede un teatro, talora sproporzionato all’utenza potenziale, ma le comunità giapponesi si fanno quasi un punto d’onore di possedere luoghi di cultura, dove non ci si limita alle rappresentazioni tradizionali nazionali ma si allarga la proposta alla cultura occidentale. Le più grandi aziende, nei più disparati settori, dall’energia elettrica alle bibite, dalle automobili all’informatica alle spedizioni e trasporti, così come i grandi centri commerciali, possiedono sale da concerto attrezzate, con personale educato ed efficiente, che affittano, talora a prezzi ridotti grazie ad un reale interesse per la diffusione della cultura, a queste meritevoli organizzazioni.

Lo scopo di Eurolirica è anche quello di creare la consapevolezza che dietro l’opera lirica esiste un “indotto culturale” notevole: letteratura, arti visive, filosofia, tradizioni popolari dei paesi d’origine, comunicazione; lo studio e la rappresentazione dell’opera lirica italiana diventa quindi veicolo di diffusione culturale a tutto tondo. Il passo successivo è l’educazione di un pubblico che, anche se nella sua formazione scolastica non annovera la nostra tradizione artistica, tende ad informarsi di sua iniziativa e trova poi, nei volantini e negli opuscoli informativi, materiali utili per la sua conoscenza del teatro musicale: i miei primi scritti tradotti in giapponese sono state le note informative sui programmi di sala relativi a “Rigoletto” e “Il Campiello”, che ho diretto lo scorso febbraio.

Ma non sono tutte rose, anzi fiori di ciliegio, ovviamente: le difficoltà economiche che non hanno risparmiato neppure questo paese, obbligano ad un rigido controllo delle spese, ridotte grazie alle collaborazioni e al duplice impegno degli artisti, che non si limitano all’attività musicale ma, con passione e volontà, uniti tra loro come raramente ho visto altrove, si occupano anche della parte organizzativa. Dalle idee alla programmazione, dalla ricerca di spazi ai contatti con i collaboratori, dalle comunicazioni stampa alla pubblicità, dalla ricerca alla confezione di scene e costumi all’uso dei propri mezzi di trasporto, si realizza un vero lavoro di gruppo, coordinato ed efficace, poiché ognuno si assume gli incarichi che meglio corrispondono alle proprie attitudini e capacità.

Da Eurolirica nasce un’iniziativa ancor più meritoria: “Eurolirica giovane”.

I giovani studenti vengono dapprima impiegati nei cori, poi nei ruoli minori e infine nei ruoli principali, ma non nelle stesse iniziative che riguardano gli artisti più avanzati nella carriera, proprio per evitare scomodi confronti e giudizi avventati e inopportuni da parte di critici, giornalisti e fan, con un atteggiamento che vorrebbe imitare quello dei loro omologhi occidentali, soprattutto italiani, ma che si rivela ovunque, sia da noi che in Giappone, inevitabilmente deleterio per le giovani leve della lirica. Si tratta di un problema reale con il quale in Italia mi sono scontrato più volte.

Shigeo ha dunque creato una struttura dove il compito dei maestri italiani, che possono portare sia l’esperienza che la conoscenza di una tradizione presente nella loro formazione ma anche nel loro patrimonio genetico, diventa fondamentale per i giovani cantanti nei quali la passione per la musica e l’amore per la cultura italiana sono autentici e profondi. Mi sono domandato cosa spinga un giovane di Nagoya, piuttosto che di un’altra città, a decidere di iniziare lo studio del canto lirico, disciplina così lontana dalla sua cultura tradizionale. Ho guardato questi ragazzi negli occhi, ho visto il loro impegno e la loro scrupolosità, ho toccato con mano il rispetto e la timidezza quasi, di fronte ad un maestro che li sollecita ad esprimere il patrimonio di sensibilità ed emozioni che possiedono ed a metterlo nel loro canto e che, soprattutto, li ammira e li rispetta. E quando sono ripartito ho trovato ad attendermi all’aeroporto due delle ragazze con cui avevo lavorato, che avevano percorso cinquanta chilometri di prima mattina per venirmi a salutare. La risposta alla mia domanda è andata oltre le attese: i ragazzi sono ammaliati dal fascino di una cultura diversa e lontana dalla loro; sono incantati dalla scoperta della voce e dell’uso che se ne può fare secondo la tradizione occidentale e ne ricercano un uso sano, non per esibirsi ma per consolidare quell’equilibrio fra corpo e mente che è uno dei caratteri delle filosofie orientali. Da un inizio che potrebbe definirsi ad un tempo terapeutico ed istintivo si passa ad una conoscenza tecnica che, attraverso la consapevolezza dell’uso della voce, comincia a dare benessere fisico e soddisfazione emotiva, non diversamente dal praticare con successo uno sport: è sostanzialmente un lavorare per sé stessi che porta poi a risultati notevoli.

Con “Eurolirica giovane” abbiamo vissuto giorni intensi di lavoro, in cui lo spirito della cultura italiana segnava ogni momento delle prove e della vita quotidiana: ragazzi che si sforzavano di parlare e comprendere la nostra lingua, storie e aneddoti della vita teatrale italiana, racconti sui compositori e sulle loro opere, confronto sulla storia, la civiltà e la realtà attuale dei due paesi, visite insieme alla città, fino al momento dell’esibizione.

Prima di iniziare, ho convocato i giovani che si sarebbero esibiti da lì a pochi minuti e ho detto loro: “Ho visto in voi tanta passione e la gioia di fare musica. Noi siamo fortunati di poter fare su quel palcoscenico ciò che ci piace! Non è dato a tutti! La musica per noi è la nostra vita e lo scopo della nostra vita è essere felici. Quindi dobbiamo salire sul palco felici, felici di fare musica e felici perché attraverso la nostra musica anche il pubblico potrà essere felice.” Ho visto gli occhi lucidi di questi ragazzi che, fino a quel momento intimoriti e preoccupati, sul palcoscenico si sono trasformati in autentiche macchine da guerra, conseguendo un successo entusiasmante, un trionfo, che segna un punto a favore dell’arte e della musica eseguita con passione, coscienza e costante applicazione.

Ho sempre avuto la sensazione di tornare a casa ogni volta che sono sbarcato in Giappone per fare musica: tutto ciò che ho imparato e tutta l’esperienza che ho maturato negli anni si trasformano qui in qualcosa di reale, che nasce e cresce giorno dopo giorno. L’opera italiana continua a vivere anche grazie a questi giovani, riguardo i quali vorrei smentire la leggenda dell’artista orientale esclusivamente tecnico e asettico: quando ho richiesto drammaticità, passione e trasporto (nel “Rigoletto”), non meno che comicità, divertimento e malizia (ne “Il Campiello”), li ho ottenuti sempre, perché la sensibilità di questi artisti ha solo bisogno di essere coltivata e indirizzata.

Con queste premesse “Eurolirica giovane” ha davanti a sé un luminoso futuro, che ci auguriamo ricco di successi e soddisfazioni, perché - paradossale ma entusiasmante ad un tempo - sembra che parte dell’eredità del nostro ricchissimo patrimonio lirico possa essere raccolta dalla forza di volontà, dalla passione e dal talento dei giovani cantanti giapponesi, che stentano a credere che il loro sogno, l’Italia del melodramma, versi nelle condizioni che sappiamo, tanto sono lontane dalla loro immaginazione.

È stato molto importante, in queste occasioni come nelle precedenti, vivere a contatto con la gente e la realtà quotidiana di quel paese, comprenderne la vita di ogni giorno, e restare ogni volta stupiti dell’efficienza e dell’ordine che vi regna, dall’elemento pittoresco delle fermate dei treni, con le porte in millimetrica corrispondenza dei segni bianchi sul marciapiede (mi hanno detto che uno scarto di oltre trenta centimetri determina una penalità nel salario del conducente), all’impegno serio e rigoroso nel lavoro: una città come Nagoya, alle dieci di sera è quasi deserta, poiché otto ore dopo tutti sono già in piedi per correre alle loro attività; ma più volte, alle ventuno, ho visto ancora impiegati in ufficio, consapevoli che la riuscita dell’azienda dipende anche da loro ed è per loro garanzia di futuro. La crisi c’é in ogni parte del mondo, ma a Nagoya è nascosta da un’efficienza inattaccabile, un’attività frenetica ma ordinata, un senso fortissimo della responsabilità del singolo nei confronti del sistema di cui fa parte, in un meccanismo enorme che, pur presentando talora delle falle, può avvalersi di mezzi tecnici e materiali per noi impensabili. Riguardo il settore dell’educazione musicale, un confronto fra il Nagoya College of Music, o l’Università delle Arti, e qualunque conservatorio italiano è impietoso; per limitarci all’aspetto più appariscente, le sale sono fornite tutte di un minimo di due pianoforti a coda, gli edifici sono enormi (centinaia di aule su più piani), ordinati, puliti, con un numero smisurato di spazi a disposizione degli studenti, programmi di studio culturalmente ricchissimi, e eventi numerosissimi. In questo contesto, diventa facile fare tutto, perché uno dei principi basilari del sistema giapponese è quello di mettere ogni lavoratore nelle condizioni migliori per svolgere il suo compito, e di conseguenza pretendere da lui, nativo o straniero che sia, il meglio.

Vivere a contatto diretto con la città, la periferia, i negozi, i mezzi di trasporto, il paesaggio, i giardini diventa fonte di conoscenza e confronto. Nagoya è famosa per il suo castello, simbolo della città e della sua storia, risalente al XVI-XVII secolo e ricostruito dopo la seconda guerra mondiale; ma dalla città moderna, attraverso un semplice cancello che immette nei giardini e nel Museo di Tokugawa, è possibile repentinamente balzare nella storia, dal Medioevo all’epoca di Meiji fino ai giorni nostri: armi antiche, arredamenti, stanze per la cerimonia del tè, disegni e manoscritti di poesie a partire dal XII secolo fino ad oggi; libri, rigorosamente manoscritti e rilegati, della fine del Settecento, e l’inevitabile domanda: ma quando è arrivata la stampa a caratteri mobili in Giappone, con tutta quell’incredibile abbondanza di ideogrammi? E la macchina per scrivere? E così via, attraverso la tradizione, la mentalità di un popolo, la storia, la scelta singolarissima e stimolante dei colori dei vari pittori dei secoli passati, che rivelano diversissime personalità sotto nomi che allo straniero appaiono invece indistinguibili; e poi un rotolo lunghissimo, con il disegno orizzontale di un’infinita processione di uomini, cavalli, carri, che mi ha fatto pensare ad un antenato delle pellicole cinematografiche, e persino un bisnonno del “Memory Game”, utilizzato dalle fanciulle di due secoli fa, realizzato con le valve vuote delle conchiglie, all’interno delle quali sono stati dipinti due coloratissimi e precisissimi disegni uguali.

Il Giappone è sempre stato per me fonte di forti stimoli creativi e di inviti alla riflessione. Ogni volta che riparto, ben consapevole che quanto è facile e gratificante lavorarvi, difficile sarebbe invece viverci, porto con me una ricchezza umana incalcolabile: so che, quando tornerò, per i miei amici e studenti sarà come se fossi stato via solo un giorno.

Quando l’aereo decolla da Nagoya sale in quota compiendo uno strano, ampio cerchio sopra l’aeroporto e la città, prima di dirigersi decisamente verso nord. E mentre a poco a poco la terra e poi le nubi bianchissime scompaiono alla mia vista e dai finestrini si intravede solo l’azzurro immacolato del cielo di febbraio, provo un briciolo di nostalgia per quel mondo che corre così tanto da non aver quasi il tempo di ripensare al passato appena trascorso, per quanto bello. Porto con me ricordi ed emozioni che i mezzi moderni di comunicazione permettono di condividere ogni giorno con gli amici giapponesi, rendendoci più vicini gli uni agli altri, e sento sempre più vivo il valore del confronto e della diversità delle culture.

Ma soprattutto mi sento gratificato dalla conferma di quanto ho sempre pensato, ossia che la conoscenza concreta e consapevole è la via maestra per capire un precetto vitale della convivenza tra gli uomini e tra i popoli, quasi una legge non scritta, ma da osservare per questo ancor di più: conoscere significa soprattutto rispettare e amare.

Treviso, 3 aprile 2014

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