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Sul filo dell'attesa

Sul filo della forma rilucente
per Maria De Lorenzo

O forma rilucente in bilico…

La scena è questa: c’è un cubo imperfetto, in apparenza, visto da lontano, inquadrato in linee luminose e perfette, disegnabili. Avvicinandosi, le facce di colpo perdono i margini, le rette di confine, e assumono una piena, assoluta e composta solarità[1]. Lo spettatore ha la stessa impressione di chi si trovasse, senza mediazione, al centro di quella radiosità. La quale sembra che assuma tutti i colori, in realtà è fatta di un candore umbratile, cangiante. Il colore è illusione ma l’illusione non falsifica, rivela, concerta e distrae.

La raccolta Sul filo dell’attesa. Poesie e prose (a cura di Pasquale Stoppelli, postfazione di Nino Borsellino, Fermenti 2018, pp. 330, € 21,00), a distanza di cinque anni dalla irricompensabile scomparsa della cara e ammirabile autrice, di tutte le poesie di Maria De Lorenzo (otto libretti, dal 1974 al 2012, più la raccolta postuma Un lungo desiderio, a cura di Nino Borsellino, compagno di vita di Maria. Si conobbero alla scuola di Natalino Sapegno, si sposarono nel 1952, sessant’anni d’unione che a dirlo oggi sembra una favola), ci mette in presenza di una voce dalle meravigliose modulazioni (non sorprende che alcuni testi della poetessa fossero musicati a suo tempo da un musicista singolare e dai vasti interessi non solo musicali o musicologici come Boris Porena[2]), fedele a un suo battito interiore eppur di continuo sorprendente, cangiante. Certo, l’accostamento a Porena suggerisce un carattere non di questa poesia nel suo definito profilarsi in parole (Porena sapeva donde coglieva il suo fiore misterioso e stellante, non per caso uno dei suoi libri si intitola proprio alla parola [Le parole e altro] e La parola è il titolo di una sua superba Cantata Corale, per la Pro Civitate Christiana assisiate [1994?], dove a finire in gloria e insieme sotto scrutinio è il verbum nella irrisolta, ambigua – e dunque al sommo produttiva – schizofrenia delle sue iridescenze[3]). In principio erat verbum (sarà..) ma il vero Rhodo è il Principio. Parola e musica non sono inni al divino ma in se stesse la stessa non contemplabile divinità, la percezione accoglie ma solo in un istante la distruzione dell’attimo e dell’eterno, resta soltanto la vibrazione dell’eco, di una luce, una sillaba dopo, lontana millennî, ma del suo germinare consociativo, di una eletta societas dalla quale nessuno è potenzialmente, per iura ed amforismi, escluso ma nella quale si è accolti solo per comunanza di insufficienze, per memoria di una perdita irreparabile. Il salotto Guermantes è di sostanza limbale, se non addirittura (come si dice dagli studiosi del cervello) limbica. Il sistema delle emozioni, del timbro dei valori.

Quivi, secondo che per ascoltare,
non avea pianto mai che di sospiri

Pianto o (come in un radicato gioco poetico) canto, in associazione di rima; o, in assonanza, cambio. Lettore innamorato di Dante da sempre (sentivo il minuscolo Dante della Hoepli nella tasca interna della giacca, non dalla parte del cuore, ma a destra, chissà se questo potesse significare qualcosa in un mancino corretto quale riuscii dall’infanzia; lo leggevo dai colli foscoliani di Firenze), non sarei mai riuscito a diventare un dantista in forma. Il lago della parola tracimava in mille rivoli, unica lettura a me concessa era quella straniata dal senso.

Sparpagliate orfanelle

Sono uscita fuori dalle mura
correndo dietro alle parole in fuga…
… la lingua sciolta
in mille altre favelle...
Un seme piumato
la vita mi sembrò
Soffiarci su mi piaceva (…)
mandavo via le parole

a un lunghissimo giro destinate
Poi il vento mutò
ed esse a una a una ritornarono
e leggère mi parvero…
… le parole
sparpagliate orfanelle…

Boris Porena, didatta illustre quanto irregolare e filosofo della musica scomodissimo, fu dapprima marito di Ida (Cappelli) Porena, la gloriosa traduttrice di Trakl. Seconda moglie di lui è la violoncellista e studiosa croata Paola Bučan, senza che questo ponesse fine al rapporto intellettuale di Ida con l’ex-marito e con la stessa coppia Boris-Paola. Ebbi il libro di Trakl nella ammirevole versione di Ida Porena fra i miei primi (oggi la doppia biblioteca mia e di mia moglie si addipana per tutta una casa non piccola ma risolutamente insufficiente a contenerne due) e resta per me un modello di traduzione e di interpetrazione.

Tenni a lungo sul mio desco scrittorio di laureando o nuovo laureato le poesie del Marino e quelle di George Trakl, per le belle Edizioni dell’Ateneo. Scopro che la Porena, e così Maria De Lorenzo, erano passate per le nobili, vive scuderie delle grandi Enciclopedie di quei decenni (quella ‘universale dell’arte’, quella ‘dello Spettacolo’ strutturata ab origine da Silvio d’Amico) in cui la cultura italiana lasciava cadere gli ideologismi filosofici, mal nutriti di fatti di dislocazioni di regesti di indici di immagini diversificanti, e alzava le concrete impalcature, sostanziava i ricchi magazeni di un discorso basato sulla universale varietà delle res anziché sulla rielaborazione infinita di luoghi oppositivi ideali (summa capita) deserti di verifica. Come Montale diffido della dialettica. Poi le cose si sa come andarono, l’umido greto si accolse in sassaia e ancora andiamo insanguinandovi i piedi con logore, lacere scarpe. Come le trasmutazioni e le formative insidie della parola (non strumento ma forma delle forme, crogiuolo del divino transeunte[4]) costituiscono luogo privilegiato della inquieta ricerca del Porena, non andrà omesso che un convegno dedicato in vita alla grande germanista s’intitolò alla contraddizione[5]. E non è solo una curiosità il fatto, per esplicita dichiarazione del musicista, che egli si rifiutasse di mettere in musica testi poetici se non tedeschi[6] (egli stesso non si negò a versificare in tedesco, riescendogli asfissiante la regolarità delle terminazioni nominali e dei ritmi sintattici o prosodici, la scarsa pieghevolezza dell’inaggirabile morfologia italiana, incapace del minimo ‘rubato’ o ‘diminuendo’), sicché la poesia della De Lorenzo costituirebbe davvero una eccezione solitaria[7]. E un solido riconoscimento d’indipendenza linguistica da parte di un musicista avvertito di ogni più sottile o segreto marchingegno compositivo. Un tempo si era appreso da Contini che lo stigma della poesia è il pieno significato d’ogni sua componente, il divieto di passar sopra ai più rari e varî nessi, anche visivi, di cui essa si costituisce. Quell’Himalaya dei critici vedeva nell’esecuzione (nel senso musicale) del testo la fine e il fine d’ogni riconoscimento, la partecipazione del valore.

Questo pensiero mi torna quando leggo, nella breve e frenatamente commossa postfazione di Nino Borsellino, delle letture che “nell’infausto autunno del ’12” (cento anni prima era nato mio padre, d’aprile) egli veniva facendo alla moglie, ormai senza forza per leggersele, dell’ultima raccolta di poesie pubblicata in vita di lei: “Gliele lessi e rilessi io, e lei sorrideva talvolta, ascoltando le più brucianti. Brucianti per me, non per lei che sentiva espressi in quei versi i suoi muti pensieri dell’attesa”. Questa consolazione (o desolazione) a me è stata sottratta: da anni murata nel Parkinson, mia moglie, che Nino e Maria ben conobbero, non è capace di porgere attenzione neppure più a mezza linea scritta, letta. E leggeva così bene, senza quel grumo pur lieve d’enfasi che a volte se la fa da ospite non invitato nelle mie letture a voce alta. Un poco è l’attitudine alla lettura scolastica, necessitatamente dimostrativa; ma poi fin da ragazzino mio padre aveva portato per un dopopranzo La cena delle beffe e mi aveva insegnato a declamarla. Per lui veniva naturale metter le ali ai versi del Benelli con la sua voce maschia, da baritono naturale. Io lo imitavo come uno scriccioletto e (si badi) totalmente mi sfuggiva la base erotica, sadomasochistica, sardonicamente novellatara, della tragedia. Ma quei versi! a me bastavano quelli.

Cavaliere son qua, come vedete!
Ancóra vivo!
– Caro il mio messere,
io vi credeva giunto all’altro mondo,
E vi piangeva, allorquando il Magnifico
mi disse che per voi si preparasse,
in casa mia, cena per sette o otto…

Era come un film a colori. Quando il colore apparteneva di competenza alla leggendaria Natalie Kalmus.

La fortuna critica di Maria De Lorenzo è di quelle che spettano a una poesia ‘reservata’ (ma non ermetica, neppure sbadando); non si sarebbe concessa, lei, alla ovvietà belloccia dei critici televisivi; alla sconsacrazione pareggiatrice dei troppi pennivendoli che si credono d’essere qualcuno perché genti ignoranti dànno un’occhiata rapida alle loro pagelle quotidiane, quatriduane. Non ci fu libro di Maria che non si accompagnasse all’invio di lettori muniti, non facilmente appagabili: il primo fu Angelo Maria Ripellino (In bilico, 1974), poi, per “Carte segrete”, il grande ispanista Dario Puccini (Ofelia e altri nomi, 1980). Luciana Stegagno Picchio, insigne brasilianista, amica di Murilo (senza Otávio! sarebbe il calciatore…) Mendes e preziosa collaboratrice di Roman Jakobson, radicata (come in parte Maria) in un culto ungarettiano sottile e non fanatico (Mendes, si sa, fu caro ad altro latamente ungarettiano e baroqueiro, Ruggero Jacobbi, d’anima e mano molteplici, vissuto a lungo in Brasile; un poeta di cui ci si nutre[8]), e in ultimo Franco Ferrucci, un pisano-pavese a New York, traduttore della Follia di Foucault, saggista e romanziere sensibilissimo. Riflettiamo alla lista (l’unico in fila che stride resto io, chiamato per pura amicizia, da Nino e da Maria, a introdurre per Empiria il Diario d’Utopia. Lo so, lo so; le rime rendono risibile la prosa, ma almeno distolgono dalla sproporzione della mia minoritaria presenza): Praga magica, la Spagna dal Barocco a Rafael Alberti, il Brasile, gli esuli male pregiati in patria, come Jacobbi e Ferrucci. Han letto tutti i libri, esercitate tutte le fatture, – eppure li attira la voce ‘diversa’ di Maria De Lorenzo.

Né una postilla alla poesia realistico-postermetica degli anni 50, né un timbro impostato e poitriné come si conveniva alla neo-avanguardia. La scuola non si addice a Maria, anche lei ha letto molti poeti ma con una libertà che rasenta talvolta l’ironia. “Poeti, ci siamo messi tutte le maschere”. Per lei non è il caso di formulazioni, estetizzanti o sincere, da ripolire e rimunire sulla pagina finché essa non splenda ad arte. Sola apparenza. Viene prima il bisogno (che sa farsi volontà) di non tramutare il pensiero, pur quanto espresso in versi, in pause, in accapo, come una melodia messa a rivoltolarsi sul pentagramma, in ‘poesia’. Il pensiero pensato è assenza di pensiero, pensiero è solo quando quasi non te ne accorgi; che già sfugge. Solo quelli che sanno poco si piacciono allo specchio del poetichese. Li incalza l’ansia del riconoscimento, non hanno pazienza con le loro povere rozze. Un libro via l’altro, anche tre, quattro all’anno. Quando, in anni che sanno ancora di guerra, Maria consegue la laurea con Sapegno presentando una tesi su Italo Svevo, è come se avesse trovato la propria via di riscatto dalla letteratura. La sua, di Svevo, attitudine non pedissequamente analitica fece alle prime nascere dal poco, per certuni, l’invenzione di un Proust all’italiana, meno parsifalesco e strawinskianamente ballerino, ma il lancio avviene a opera di Joyce, di Debenedetti e Montale, di qualche italianista parigino, genti sempre alla cerca di sé e del timbro diverso in cui immettere (riconoscere) la propria diversità. In fondo il fratello gemello dell’industriale triestino, in gonna di scrittore della domenica, altri non è che Charlot.

Riesco ad immaginarmi Maria, che in un giorno festoso si fa i baffi e si mette la calottina del comico più grande. Per gusto della vita, per pura bontà, dissipando le nubi della anche troppo nota, troppo ed a tutti, tragicità dell’esisterci. Che piace tanto a quelli che lo fan di mestiere. “Io so solo che all’alba di un bel giorno / fummo cacciati all’ombra”.

Non è uno scherzo, ci si prepara a una diversa bibbia. Per quando le parole torneranno a sbocciare.

Marzio Pieri

 

[1] “Ho già perso / i contorni / e come un’ombra / raddoppio / i tuoi passi / Se ti voltassi / più / non mi vedresti” (In bilico, 3. L’ombra).

[2]Parole. Quattro poesie di Maria de Lorenzo, 29.VIII.96 [CBP.IVa:15], per voce e un singolo percussionista. La sigla CBP va intesa CATALOGO BORIS PORENA, a cura di Patrizia Conti, accluso al libro citato di séguito. Le poesie musicate sono: Sono uscita fuori dalle mura; Molte volte ho sognato; Un seme piumato; Noi non potremo mai. Il musicista le conobbe nei Madrigali di Utopia 1996, poi confluiti nel Diario d’Utopia 1999, di cui costituiscono l’incipit (1. Sotto le Babeli, 1-4, su quattordici della intera sezione). Su Porena, la monografia di Giorgio De Martino, L’utopia possibile, Vita, Musica e Filosofia di Boris Porena, Varese, Zecchini, 2003. Particolare rilievo ha il prestigio didattico del compositore, allievo del neo-barocco romano, istintivamente contemporaneo, di Goffredo Petrassi e del Sentimento del tempo, quanto di Onofri e del suo continuatore-esegeta Vigolo, critico musicale e poeta, nonché editore e interpetre del Belli.

[3] “Porena ci rammenta, ora con la voce cantata, ora con la voce recitata, la duplicità insita nell’espressività umana per eccellenza, ricordandoci che l’utilizzo dei termini è legato indissolubilmente, non al caso, ma alla nostra scelta” (G. G. Bonardi). La Cantata assisiate (Numero IIb: 16) si basa su testi del Vangelo giovannèo, poi sugli amati Hölderlin Benn Celan Nelly Sachs, e su un testo proprio di Porena).

[4] La parola crogiolo mi era sfuggita senza che ripensassi alla postfazione di Borsellino: “Parole che vogliono essere ‘chiare’ e non ‘ossidate’ [così Maria], capaci di rigenerarsi nell’attimo stesso della loro pronuncia. Crogiolo è una di queste: “Mi dico che crogiolo / è la parola adatta / (…) / Senti lo sfrigolio / del tronco nel camino / (…) / che invano si frappone / al suo sgretolamento”.

[5] Giovanna Cermelli ed., Contraddizioni del moderno nella letteratura tedesca da Goethe al Novecento. Per Ida Cappelli Porena (Pisa, ETS, 2001).

[6] Si avverta che Boris Porena era figlio di madre tedesca.

[7] Si enuclei tuttavia L’Allegria, sei poesie di Ungaretti (1953), i Canti per Niccolò, su testi proprî del musicista e di Niccolò Castiglioni, la Luna di settembre (1951) e le Sei poesie (1992) di Sandro Penna, i Sogni di vita e di morte (2003) di Antonia Pozzi, nonché alcune tarde presenze di meno noti (alla poesia) come Ettore Vio, architetto e proto di San Marco, il pianista romano Sergio Cafaro, un (o una?) P. Cosimi che non riesco a individuare (Sum, ergo cogito, sette letture per voce recitante e pianoforte, del 1999), e se non prendo abbaglio, la poetessa Anna Maria Talassano.

[8]L’Eclettico Jacobbi. Percorsi multipli tra letteratura e teatro, Atti della giornata di studio (Firenze, 14 gennaio 2002), a cura di Anna Dolfi (Roma, Bulzoni, 2003). Alla energicamente laboriosa, ‘manesca’ (Vasari) studiosa fiorentina il merito di aver tentato di scuotere il silenzio fattosi su questo inesausto battitore d’ogni foresta o savana (perfino sceneggiatore di film di corsari di serie Z), con la pubblicazione del mirabile L’avventura del Novecento, nei ‘saggi blu’ di Garzanti (1984).

Sempre di Jacobbi ricordo Quaderno Brasiliano (e poesie scelte), pubblicato da Fermenti nel 2010 in collaborazione con la Fondazione Marino Piazzolla.

Recensione
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