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Esistenza

Come affrontare un percorso poetico sull’esistenza nel Terzo Millennio? Sicuramente senza trascurare la nostra tradizione, per avventurarci per vie ardue, sperimentali, che non consentirebbero ai destinatari di questa importante azione comunicativa di trarre beneficio dalle riflessioni e dalla bellezza della elaborazione formale. Allora bisogna costruire un percorso a partire dalle basi che hanno alimentato fino ad oggi la speculazione filosofica e l’elaborazione letteraria.

Per questo la poetessa Antonietta Benagiano nell’opera “Esistenza” ha scelto una forma poetica tradizionale, il poemetto e l’endecasillabo, il metro antico, che ha arricchito di nuove sonorità per raccontare il presente. La veste antica conferisce all’opera grande pregio, eppure è modernissima per la ricchezza di contenuti attuali, osservati da uno sguardo attento ed etico. Sembra di veder risorgere l’invettiva di “Ah serva Italia” e dallo sguardo innamorato per tutte le virtù della penisola, per la bellezza straordinaria di una natura generosa e per i doni preziosi dei grandi artefici del passato, si passa all’indignazione per la barbarie del nostro tempo presuntuoso, preda della tirannia dei consumi e di classi dirigenti indegne, persino tra i “discendenti di Pietro”.

Come un vate, Antonietta Benagiano eleva il suo ammonimento dal punto di vista privilegiato di intellettuale sensibile ed attenta alla nostra epoca di decadenza, che erige una nuova torre di babele. L’io narrante sembra voce del coro dei “Persiani” di Eschilo, prescelti “per senno e anni provetti a vegliar su la patria”. Nella famosa tragedia la “iubris” del sovrano colpevole ha condotto ad una guerra rovinosa e ad una terribile sconfitta, così come la superbia sta conducendo tutti noi ad una terribile pandemia, dannosa come un conflitto bellico. Inevitabile è la punizione per l’uomo che ha deturpato e insozzato la “sacra natura”, descritta dalla poetessa con dolcezza di immagini ispirate, che non esita a mostrarci anche il suo lato oscuro, l’aspro deserto del nostro tempo, un vero e proprio “atomo opaco del male”.

Il “Threnos” della nostra civiltà morente non può che esprimersi in un registro linguistico elevato, che si addice all’altezza della materia, in cui i vocaboli aulici, illuminati dalla potenza creativa che li ha intrecciati per primi nel verso e dall’evoluzione poetica successiva, non ignari dei contributi di poeti ed intellettuali contemporanei, arricchiscono il tessuto compositivo di molteplici suggestioni: vocaboli greci e latini, echi danteschi e termini del linguaggio tecnico del nostro tempo costruiscono una trama ricca e significativa.

Antonietta Benagiano parte da radici semantiche lontane: dalla luna cantata dai lirici greci e da Leopardi, per giungere alla gianica contrapposizione di luce e ombra, che non esiterà a mostrare il suo lato oscuro all’umanità superba, che ha vessato la terra fino a renderla un arido deserto. La duplice natura lunare si riflette nella struttura ossimorica del primo verso e di molti altri luoghi del componimento, dove “Beltà di luce a dolcezza d’ombra” avvia la riflessione sul dolore, che “bisogna amare” perché parte integrante della condizione umana, purchè le conferisca umanità e sensibilità, che conduce al viaggio più profondo e, quindi, più prezioso della meditazione. Si intraprende, quindi, un percorso non diverso da quello dantesco, che la poesia compie per cercare il senso di questo nostro esistere e della sofferenza che ne è parte integrante e l’itinerario della ricerca esistenziale non si arena nelle sabbie del passato, ma fa i conti con il presente dell’uomo “technologicus” che ha tolto le “ali” all’”homo sapiens”.

La nostra breve esistenza, che sul nascere intravede già la fine non deve vivere inconsapevole, centrata sul “consumo bisogno”, ma cercare di pervenire all’ “incontro del profondo”. Giunge in soccorso la “sacra terra” che può liberare l’uomo dal “nerume”, solo recuperando lentezza, solo inseguendo la bellezza. Null’altro può opporre un baluardo alla tenebra maligna che sta offuscando il nostro tempo, ma la superbia e la tracotanza imperversano e si accresce maggiormente nell’era della globalizzazione in cui l’uomo si illude di poter fare tutto ciò che desidera.

Questa umanità non conosce più limiti, il male l’attraversa e dimostra che sta pagando a caro prezzo la sua superbia e non ci sono spiragli di luce in questo fosco divenire per cui resta una sola speranza “Jesus” e con la bellissima preghiera che implora “PACE” al Salvatore si conclude il bellissimo poemetto. Con l’eucologia si conclude la bella versificazione che non rinuncia, in nome dell’estetica, al suo fine primario, quello pedagogico, quanto mai utile nel nostro tempo, quanto mai piacevole se vestito di poesia.

Recensione
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